Il 3 giugno il referendum comunale voluto dai radicali. Obiettivo vero: la privatizzazione. Cittadini e lavoratori stanno già sperimentando questa falsa soluzione.

A Roma il 3 giugno si svolgerà un referendum consultivo sul futuro del trasporto pubblico locale, promosso, fondamentalmente dai Radicali italiani. Apertura alla concorrenza, libero mercato per le gare dal 2019 (peraltro previste comunque per legge dal 2021) e cancellazione del monopolio di Atac nella gestione, scrivono i promotori nella premessa ai due quesiti referendari. Si legge, invece, come “desiderio” di privatizzazione e deregolamentazione ed una quasi certa riduzione del servizio.

In tutto il paese gli autoferrotranvieri hanno in piedi vertenze per gli stessi problemi esistenti nella capitale, pur operando in territori infinitamente più ridotti, e le clausole sociali in caso di perdita di gara e subentro di altri operatori non funzionano come dovrebbero. Al contrario di come vogliono far credere sul sito del comitato promotore del referendum, asserendo addirittura quanto le gare stimolino “le imprese pubbliche o private che siano (sic!) a comportarsi in modo virtuoso anche introducendo forme più moderne ed innovative di trasporto”.

Purtroppo, come cittadini e cittadine, sindacalisti e sindacaliste, conosciamo bene da oltre un decennio l’esempio del privato nel tpl a Roma, con il 20% di linee (periferiche) di Atac esternalizzate, tra mancanza di efficienza e lavoratori e lavoratrici a cui saltano spesso gli stipendi! E da tempo non andiamo dietro all’assioma, fin troppo semplicistico, secondo cui “pubblico” sia sinonimo solo di spreco, corruzione e fortino di privilegi, mentre “privato” di contro lo sia di efficienza, trasparenza e risparmio.

Le condizioni del trasporto a Roma sono senz’altro insostenibili e vanno strutturalmente modificate. Le cause sono molteplici, a partire dai continui tagli alle risorse destinate, passando per una completa assenza di programmazione e controllo, arrivando, sì, anche alla persistente cattiva gestione, legata spesso alla troppa “invadenza” della politica che, come organizzazione sindacale, abbiamo sempre combattuto.

Atac, che già vive ed opera in un percorso difficile con il concordato preventivo in continuità - deciso dall’amministrazione e non condiviso da alcuna compagine sindacale di rappresentanza - deve rimanere pubblica. Il privato non ci salva tout court; il debito di Atac non si cancella con la messa a gara del servizio, e la compresenza di eventuali più soggetti nel mondo del tpl non necessariamente agisce nell’interesse della collettività e dei lavoratori e delle lavoratrici.

Per tutto questo, per i dati che ne affrancano la concretezza, per il senso di responsabilità che si è sempre dimostrato nel corso degli anni e delle amministrazioni sottoscrivendo accordi di “contenimento” e di recupero della produttività, quasi sempre disattesi e applicati in maniera superficiale e poco esigibile, noi della Filt Cgil di Roma e del Lazio, oltre a partecipare fattivamente nei comitati nati per votare “No” a questo referendum, ci siamo apertamente schierati. Abbiamo intenzione di costituire anche noi, con Cisl e Uil di Roma e del Lazio, un comitato per il “No”.

 

Da subito abbiamo fiutato anche il rischio di mistificazione, strumentalizzazione e voluta confusione creata quasi ad arte, anche sui media, sulla spinta dei fortissimi e vergognosi disagi che, ahimè, il fruitore del mezzo pubblico vive costantemente e quotidianamente. Disagi che vive anche chi nel servizio di pubblica utilità ci lavora, e anche noi che, questo mondo, vogliamo continuare a rappresentarlo.

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