La Cgil presenta a Gioia Tauro le sue proposte per il sud: l’Italia del Mezzogiorno, idee per lo sviluppo economico e produttivo che parlano al paese. 

Quando la Cgil ha avviato la campagna “Laboratorio Sud, idee per il Paese”, nel 2015, il Mezzogiorno era fuori dall’agenda politica del paese e in buona sostanza anche dal dibattito pubblico. Oggi, all’indomani di una tornata elettorale che ha sconvolto le geografie politiche preesistenti, di Mezzogiorno si parla molto, con un dibattito che sembra scoprire per la prima volta le condizioni di una delle aree più in difficoltà di tutta l’Unione europea.

Nei due anni appena trascorsi si era costruita mediaticamente la retorica di un sud che ripartiva, grazie alle politiche del governo, al “Masterplan”, e ad una serie di misure che definivano addirittura una nuova stagione di intervento per lo sviluppo del Mezzogiorno. La Cgil più volte ha denunciato l’insufficienza di tali politiche che non agivano realmente sulle condizioni di vita delle persone, quasi ignorando una crisi sociale fatta di disoccupazione, bassi salari e inattività, disuguaglianza, calo demografico, spopolamento e migrazioni forzate.

La mancanza di domanda di lavoro è il nodo principale da affrontare, da lì si deve partire se si vuole ridare respiro al Mezzogiorno e abbiamo condotto una campagna di ascolto e condivisione con i territori, per interrogarne i bisogni e le opportunità. Tutta l’organizzazione si è confrontata su questi temi a Lecce, nell’Assemblea nazionale, e sulla base di questo percorso abbiamo costruito in modo partecipato una piattaforma, con alcuni punti che riteniamo fondamentali per delineare una strategia di sviluppo per il Mezzogiorno che parla al paese tutto.

Abbiamo deciso di presentarla, lo scorso 12 aprile, a Gioia Tauro, un luogo che come e più di altri riassume le contraddizioni di almeno trent’anni di politiche per il sud, criticità mai risolte e grandi opportunità di sviluppo non sfruttate, a partire dai vantaggi localizzativi e dalla portualità. L’abbiamo sintetizzata in quattro idee programmatiche, consapevoli che non sono esaustive - molto altro serve, a partire da un continuo contrasto all’illegalità e al sommerso - ma che possono rappresentare un volano per lo sviluppo economico, strumenti e linee d’azione utili al Mezzogiorno. Serve una politica di sviluppo complessiva, che agisca in modo coordinato su diverse dinamiche di sistema e soprattutto con investimenti pubblici stabili e prospettiva di medio periodo. Per questo si devono anzitutto portare le spese in conto capitale dello Stato verso le regioni del sud ad almeno il 45% del totale per un quinquennio, dopo anni in cui le risorse straordinarie hanno colmato la mancanza cronica di quelle ordinarie.

Proponiamo la creazione di un’Agenzia per lo sviluppo industriale, una nuova Iri potremmo dire, un istituto che governi le politiche industriali e i processi di innovazione, coordini i soggetti esistenti e attui un Piano nazionale di sviluppo di lungo periodo e indipendente dai cicli elettorali. Ma per determinare davvero sviluppo industriale, ora e sempre più in futuro, c’è una premessa che è imprescindibile: rafforzare il sistema di istruzione e formazione e la nostra capacità di operare trasferimento tecnologico.

L’altra grande sfida è quella di connettere persone e territori e prendersene cura, superando l’apparente ‘alternatività’ tra grandi e piccole infrastrutture. Per questo serve, da un lato, introdurre un fondo specificamente destinato alla mobilità nel Mezzogiorno, da investire per garantire il pieno diritto alla mobilità con un’ottica di rete, anzitutto tra regioni del sud e per colmare l’impressionante gap esistente di infrastrutturazione sociale e immateriale e, dall’altro, attuare un piano straordinario per la messa in sicurezza, la cura e la valorizzazione del territorio e del patrimonio ambientale.

Su queste proposte del nostro Laboratorio Sud, che rappresenta una declinazione particolare del Piano del lavoro, dovremo chiamare la politica a misurarsi nei prossimi mesi, uscendo dalla retorica delle campagne elettorali; così come dobbiamo continuare a dare centralità al Mezzogiorno nella nostra discussione congressuale dei prossimi mesi.

 

Non è certamente una questione che la Cgil può lasciare a sé stessa, a maggior ragione con un dibattito pubblico che oscilla in modo preoccupante tra miopi accuse di assistenzialismo e chi caldeggia addirittura il ritorno alla differenziazione salariale come strumento di competitività.

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