Il 27 maggio ci sono le elezioni presidenziali. Le forze contrarie alla pace in testa nelle recenti elezioni politiche, mentre continua la violenza omicida contro i difensori dei diritti umani e sociali. 

Pace a rischio in Colombia, dove nel 2016 si era arrivati ad uno storico accordo tra il presidente e premio Nobel per la pace, Juan Manuel Santos, e le Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane). Da un lato il risultato delle elezioni del 12 marzo scorso, dall’altro i dati sciorinati recentemente dalle organizzazioni umanitarie, disegnano uno scenario preoccupante in un contesto in cui le trattative con l’altro gruppo armato, l’Eln, sono ancora lontane da un’intesa.

Ma veniamo alle cifre. La patria dello scrittore Gabriel Garcia Marquez sembra aver scelto anche nell’ultima tornata elettorale un disaccordo nei riguardi dell’intesa che ha messo fine al lunghissimo conflitto armato, come già avvenuto nel referendum dell’ottobre 2016 che vide, sia pure di poco, l’affermazione del “no”.

Anche in questo caso, la destra dell’ex presidente Alvaro Uribe si è affermata come principale partito politico del paese andino-caraibico, conseguendo il 17% dei consensi, contro il 13% del Partito socialdemocratico, e il 12% del Partito sociale di unità nazionale del presidente Juan Manuel Santos, insieme al partito di destra Cambio Radical e al Partito conservatore.

Grandi sconfitti gli ex guerriglieri rivoluzionari delle Farc, che per il debutto elettorale avevano mantenuto l’acronimo ma cambiato il nome in “Forza rivoluzionaria alternativa comune”, che avrebbero ottenuto appena lo 0,4% dei voti ma avranno comunque 10 seggi in Congresso - cinque al Senato e cinque nella Camera - garantiti dall’accordo di pace siglato, che ha chiuso un conflitto durato 52 anni. Gli ex guerriglieri hanno probabilmente pagato il prezzo di essere stati esclusi al momento del conferimento del Nobel, quasi fossero gli unici responsabili degli oltre 200mila morti causati da una guerra iniziata nel 1958.

Scelti anche i candidati delle prossime presidenziali del 27 maggio. Tra questi l’ex sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, di sinistra e grande sostenitore dell’accordo di pace; Vargas Lleras, già vicepresidente con Santos; l’ex negoziatore di pace Humberto de la Calle; l’ex sindaco di Medellin, Sergio Fajardo, e l’ex ministro della Difesa, Juan Carlos Pinzon. Santos non potrà ricandidarsi avendo già svolto due mandati.

Questo quadro fa da sfondo ad uno scenario appunto preoccupante in termini di rispetto dei diritti umani. Proprio recentemente Amnesty International ha puntato l’indice in particolare nei riguardi dello Stato: “Il governo colombiano non può ignorare la tremenda e crescente ondata di minacce e omicidi contro coloro che difendono i diritti umani e le loro comunità – ha detto Erika Guevara Rosas, direttrice dell’organizzazione umanitaria per le Americhe – lo Stato è assente e non garantisce il rispetto dei diritti umani, il che favorisce un clima in cui i leader delle comunità possono essere presi di mira impunemente”.

E’ evidente che il perdurare di questo clima di violenza mina alle fondamenta una pace già abbastanza traballante, danneggiando quel tessuto sociale necessario per sostenerla: la vita di coloro che hanno il compito di portare avanti il processo di pace, dai difensori dei diritti umani ai sindacalisti, fino a coloro che proteggono il territorio e l’ambiente. “Chi ha assunto un ruolo di primo piano nel portare avanti questo difficile compito – ribadisce Rosas – viene costantemente fatto oggetto di omicidi, minacce e intimidazioni”.

Alla domanda su che cosa intenda fare lo Stato, i più alti rappresentanti della Colombia hanno risposto negando che tutto ciò avvenga. Peccato che, dal primo gennaio 2017 fino allo scorso 27 febbraio, 148 difensori dei diritti umani siano stati uccisi. Se, dopo le presidenziali, si dovesse insediare un presidente ostile all’intesa di pace, per la Colombia “gli anni della violenza”, così come fu chiamato quel periodo durante il quale morirono circa 200mila persone, rischiano di ripetersi.

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