L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante. 

Nell’accavallarsi delle guerre, degli attori statali e non che le conducono, in Medio Oriente si stanno sconvolgendo gli “equilibri” coloniali di un secolo. Resta ferma l’implacabile e violenta colonizzazione di Israele sui territori palestinesi, che punta ad annullare fisicamente, politicamente e culturalmente il popolo palestinese. Non se ne occupano, se non strumentalmente, altri attori dell’area, impegnati su vari fronti: Arabia Saudita, Qatar, Iran, Siria, Iraq, Turchia, con i loro rispettivi “grandi alleati” Russia e Stati Uniti, grande sostenitore di Israele.

Per la Palestina la Nakba, esito catastrofico di un processo avviato già negli anni della prima guerra mondiale e della dissoluzione dell’Impero Ottomano, non è mai finita. Il massacro recente fra la popolazione inerme di Gaza, con oltre 100 morti e 2mila feriti, tra il 30 marzo e il 15 maggio scorsi, è un nuovo passaggio di quel processo.

La comunità internazionale, vedi le flebili proteste Ue sempre attente a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, a denunciare i comportamenti di Israele e insieme ad accusare Hamas, non vuole vedere, con freddezza e cinismo, le ragioni di migliaia di persone che “marciano per il ritorno”. Solo 10 parlamentari hanno preso parte all’audizione ufficiale sui diritti umani a Gaza nel Parlamento europeo! (http://www.eccpalestine.org/the-eu-and-gaza-a-case-of-complicity/)

Undici anni di assedio, l’impossibilità di entrare e uscire, la distruzione di infrastrutture e case, gli ospedali al collasso, l’ecosistema degradato: questo è lo stato delle cose. La Banca Mondiale stima che il Pil di Gaza sia stato dimezzato dal blocco. Oltre il 60% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà, la disoccupazione tra i giovani, che sono in maggioranza assoluta, raggiunge il 60%. La dipendenza dell’80% della popolazione dagli aiuti internazionali è un fattore di umiliazione. Basterebbe questo per capire la rabbia della “Grande marcia del ritorno” a Gaza, che ha una popolazione per la maggior parte di profughi.

Che cosa si aspetta a togliere quel blocco che paralizza l’economia, esaspera le persone, distrugge la vita? Eppure il disegno di Israele è chiaro, fin dallo sgombero delle colonie nel 2005, manovrando abilmente con Hamas: annichilire la striscia di Gaza come ulteriore passo verso la distruzione della Palestina, ed estendere la colonizzazione.

La popolazione di Gaza vive una condizione molto diversa dagli altri territori occupati (sotto l’Anp). L’uso della divisione politica tra Hamas e Fatah, e le “punizioni collettive” della popolazione come arma di pressione su Hamas, sono diventate un fatto strutturale. In Cisgiordania si sente spesso distanza e insofferenza verso chi ripresenta periodicamente la propria infelicità e la propria indomabile resistenza. Non si sono viste mobilitazioni di solidarietà in occasione delle proteste e del massacro a Gaza, le persone hanno manifestato poco contro il provocatorio trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Ma c’è da credere che, se Gaza riemerse dopo la sua distruzione ad opera dei britannici nel 1917, ce la farà anche oggi. Deve poter contare sull’aiuto (non solo materiale) di cittadine e cittadini, di forze politiche oneste e mezzi di informazione veritieri. Ha ragione il saggio John Dugard, giudice ad hoc della Corte Penale di Giustizia: “La Ue dovrebbe giocare un ruolo più indipendente ed onesto nel ‘Quartetto’ e non semplicemente rimettersi agli Stati Uniti in questo organismo”.

In tutto il mondo, incluso Israele, condanne e proteste si sono levate dalle organizzazioni per i diritti umani; negli Stati Uniti migliaia di ebrei sono scesi nelle strade gridando la loro vergogna per la condotta di Israele, che straccia il diritto internazionale, a Gaza come a Gerusalemme. Il coordinamento europeo delle associazioni per la Palestina ha chiesto un embargo militare e sanzioni su Israele (http://www.eccpalestine.org/after-israels-massacre-in-gaza-the-eu-must-impose-military-embargo-on-israel/).

Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una ‎commissione di inchiesta su quanto avvenuto a Gaza e sulle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Gaza ce la farà: “Perché - come dice Mahmoud Darwish - i valori a Gaza sono diversi, completamente diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante” (Diario di ordinaria tristezza - Mahmud Darwish - “Una trilogia palestinese”, Feltrinelli, trad. E. Bartuli).

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