Il popolo non c’è più. Anzi c’è, è più povero e escluso di prima, ma non si percepisce come classe. E’ quindi atomizzato, scoraggiato, non reagisce più per migliorare le proprie condizioni. Per chi pensa che questo determini, di necessità, la fine dei partiti e l’inizio di una fase di negazione e antipolitica, c’è poi un’altra sorpresa: il “non-popolo” spera invece che arrivi la “buona politica”, e che una nuova classe politica onesta e responsabile risolva in meglio il suo destino.

Questi sono i risultati abbastanza spiazzanti emersi dalla ricerca “Popolo? Chi?”, presentata a Firenze il 19 maggio scorso dal Cantiere delle Idee: un gruppo di giovani ricercatrici, ricercatori e attivisti che, tra novembre e marzo, ben prima delle elezioni politiche, ha intervistato oltre 50 persone nelle periferie di Milano, Firenze, Roma e Cosenza per guardare, dalle aree della difficoltà metropolitana, ai problemi quotidiani come il lavoro, i servizi essenziali, le relazioni umane e il rapporto con la politica.

La trama principale che accomuna le diverse voci raccolte – di diverse età, formazione, collocazione nella società – è legata al lavoro: un’occupazione che non c’è, quando c’è è usurante, precaria, comunque insufficiente per realizzare un progetto di vita. Manca addirittura la speranza che si possa riuscire a migliorare le proprie condizioni di lavoro e sociali tramite il coinvolgimento in prima persona in organizzazioni, sociali, sindacali o politiche, capaci, se non di rovesciare, almeno di modificare in meglio lo stato di cose presente. “Se penso al sindacato, lo vedo come un lavoratore anziano che ti dà dei consigli, ma non ti risolve la vita”, afferma una delle intervistate.

Questa Italia di pancia e di fatica lamenta che nessuno si domandi (e le domandi): come si lavora? Quanto? Con che salario? Con quali rapporti tra capi e subordinati? Non esiste, secondo loro, nella politica dei nostri giorni, una lingua per parlare di questa insoddisfazione, se non per spostarla verso alcuni capri espiatori. I più fragili, e i più bersagliati, sono gli immigrati: “Sono troppi”, “Vanno a fare dei lavori che vengono pagati poco, ma che comunque potresti fare tu al posto loro”, dicono gli intervistati. Ai vecchi luoghi comuni si danno maschere nuove: “Gli immigrati hanno più privilegi dei meridionali di una volta, e non si vogliono integrare. Non ho ancora visto uno straniero con una macchina piccola”, criticano altre voci.

Sotto accusa sono poi i politici, ovviamente, ma anche “i ricchi” (che nella nostra società sia il denaro a comandare lo hanno presente tutti gli intervistati), gli imprenditori, i banchieri.

Il “popolo” che non si riconosce più come tale, però, non si fa sconti: sa che se l’Italia è questa è anche lui che non sta facendo la sua parte: “Il popolo italiano non ha coscienza, non ci riflettiamo più perché stiamo subendo…e non si riesce più nemmeno a rispondere alla domanda: chi siamo noi? Chi sono io? Io personalmente te lo dico chi sono. Ma nella collettività faccio più fatica a trovare un posto”, considera un intervistato. Un’altra ricorda: “Prima una lotta la si faceva tutti insieme, si partecipava di più”. Invece adesso, critica un altro, “siamo tutti a puntarci il dito contro: ‘No, te tu sei fascista, te tu sei comunista’. ‘Io sono italiano, te sei italiano’. Non mi importa nulla se hai la camicia nera, gialla o blu. Qui ce lo mettono nel culo a tutti, l’avete capito o no?”, conclude tagliando corto.

La politica è invocata ma passivamente, è servizio di cui usufruire e da cui ottenere qualcosa, e non invece uno spazio di partecipazione. C’è un senso di disillusione non tanto verso la politica, ma verso i politici: “Hanno perso i valori, non riesco a vedere nella classe politica attuale qualcuno che si interessa del bene comune – spiega uno degli intervistati. Un giovane, del nord: “Sembra più una gara a chi è più figo. Ecco perché non c’è più tanta differenza fra sinistra, destra: è tutto un bel ‘mischione’ a chi la spara più grossa”.

Nel febbraio 2017, in tempi non elettorali, è nata l’idea di aprire un Cantiere delle Idee, che valorizzasse le competenze nascoste in tante università e pratiche diffuse di partecipazione sociale, per capire se, attraverso un percorso rigoroso di ricerca e riflessione collettiva sulla condizione economica, sociale e politica attuale, si potessero condividere nuovi pensieri e pratiche da mettere al servizio di una nuova comunità politica diffusa.

Nelle ore di discussione di Firenze, che hanno coinvolto attivisti, sindacalisti, studiosi senior e giovani, dentro e fuori le università, è emersa forte la necessità di pensare e condividere parole nuove, tra saperi diversi, per capire come ricucire “alto e sprofondato”, “dentro ed estromesso”. Come ricominciare, in questo “anno zero della politica dal basso” confinata dalle interviste nel secolo scorso, a coinvolgersi e a coinvolgere, e a stimolare il desiderio di riattivarsi senza più delegare.

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