Quando gli eventi sportivi – come avvenuto con il 101° Giro d’Italia di ciclismo maschile – risultano piegati e assoggettati alla sola logica del profitto, nella quale il libero mercato globale detta le regole, si finisce per tradire e ribaltare i valori fondanti dello sport inteso come momento di pace tra i popoli, amicizia, solidarietà, libertà, integrazione e lealtà.

Nel caso di specie, il nostro paese - che ha nell’articolo 11 della Costituzione “il ripudio della guerra” - risulta promotore di un evento che, forse al di là delle intenzioni, è stato utilizzato dal governo di Israele per legittimare la pretesa di considerare Gerusalemme come capitale “unica e indivisibile” del proprio Stato, attraverso l’illegale annessione dell’Est della città, in violazione del diritto internazionale e di svariate risoluzioni delle Nazioni Unite.

Una pretesa sostenuta dalla scellerata decisione del presidente Usa di portare l’ambasciata a Gerusalemme, che ha contribuito ad alimentare la sacrosanta protesta del popolo palestinese, repressa da un’azione militare disumana che ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti: bambini, anziani, donne e uomini inermi.

Ma andiamo per ordine. Occorre risalire al 2016, quando Urbano Cairo è divenuto presidente ed amministratore delegato di Rcs MediaGroup (quindi anche della Gazzetta dello Sport, organizzatrice del Giro), ed ha subito agito per avvicinare la corsa italiana a quella vera e propria macchina da soldi che è il Tour de France. Basti pensare che nel 2016 il fatturato della competizione italiana è stato di 25 milioni di euro, a fronte dei 150 di quella francese. E’ in questo contesto di ricerca del massimo profitto che maturano le censurabili vicende del Giro concluso a Roma il 27 maggio scorso.

Per richiedere la partenza della corsa uno Stato, una Provincia o una Regione straniera possono presentare un’offerta economica. Gli organizzatori hanno deciso di far partire il 101° Giro d’Italia da Israele, il cui governo ha versato 4 milioni di dollari e ha speso, nella trattativa con Rcs, gli interventi dei ministri dello Sport, del Turismo e degli Interessi strategici dello Stato, a riprova della portata politica dell’evento connesso (al di là delle strumentali dediche al grande Gino Bartali) al settantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele (maggio 1948).

Nessuno in Italia si è preoccupato del fatto che questa ricorrenza ha un valore opposto per i Palestinesi: è la Nakba (la catastrofe), la perdita delle proprie terre, le migliaia di morti negli anni, le centinaia di migliaia di profughi. Anzi, alla presentazione del Giro d’Italia 2018, l’anno scorso, il ministro italiano allo Sport, Luca Lotti, ha dichiarato: “Il prossimo Giro d’Italia sarà speciale. Gerusalemme è un luogo affascinante, immerso in una storia e in uno scenario irripetibili, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli. Far partire qui il Giro d’Italia è una scelta che rappresenta un ponte ideale tra Italia e Israele, fatto di cultura, tradizioni, e ora anche sport”.

Ma il peggio arriva dopo. Quando, nel novembre 2017, è stata divulgata la planimetria del Giro 2018, il governo di Israele ha contestato duramente l’utilizzo della dicitura “Gerusalemme Ovest” (rispondente a tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite) come luogo di partenza della prima tappa. Il governo israeliano, minacciando di far saltare le prime tappe e di ritirare il considerevole finanziamento, ha affermato, in una nota formale: “Gerusalemme è una e indivisibile, non esistono Est e Ovest, ed è la capitale di Israele”.

A quel punto i vertici di Rcs, come descritto anche da un articolo di Famiglia Cristiana, malgrado fossero nel giusto, hanno compiuto un riprovevole passo indietro, parlando di “errore tecnico”, affermando che “Gerusalemme Ovest” era priva di ogni “valenza politica” e togliendo la parola “Ovest” dai materiali del Giro d’Italia 2018. La politica italiana, come larga parte dei media, ha taciuto; eppure si tratta di fatti enormi e gravi.

Ancora prima della decisione di trasferimento dell’ambasciata da parte degli Usa, l’Italia (attraverso l’organizzazione del Giro) ha riconosciuto l’illegale annessione israeliana di Gerusalemme Est. Questo succede se si trasforma lo sport solo in un enorme business. Questo ci racconta dell’urgente necessità di riprogettare dalle fondamenta il “modello sportivo italiano” (non limitandone l’autonomia, ma prevedendo il necessario ruolo di “programmazione, indirizzo e controllo” da parte del pubblico, oggi quasi del tutto assente) se vogliamo essere un paese civile e coerente con la nostra Costituzione, nei confini della nostra nazione e nel rapporto con il contesto internazionale.

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