Per il quarantesimo anniversario della legge 180, la Cgil, con un ampio cartello di associazioni, ha organizzato a Roma, l’11 e 12 maggio, una manifestazione con un titolo chiaro, insieme slogan e obiettivo di mobilitazione: “Diritti, libertà, servizi per la salute mentale”. Ha anche lanciato un appello rivolto al Parlamento, al governo, alla Conferenza delle Regioni e all’Anci, affinché si organizzi una Conferenza nazionale sulla salute mentale.

Un’iniziativa che sarà chiamata a valutare lo stato delle politiche, dei servizi e del lavoro per assicurare il diritto alla salute mentale e a percorsi di cura orientati alla guarigione possibile, con un aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e un nuovo Piano nazionale per la salute mentale. Perché servono azioni concrete. Per questo abbiamo scelto parole importanti nel quarantesimo della legge 180: “Più liberi, più umani. Mai più manicomi, salute mentale: diritti, dignità”. Soprattutto, la Cgil ha scelto di continuare a impegnarsi perché queste parole diventino realtà.

Quarant’anni fa la legge 180 restituì dignità e cittadinanza alle persone con disturbi mentali, e rappresenta ancora oggi un formidabile strumento di affermazione dei diritti per i soggetti più vulnerabili. Il processo per l’abolizione del manicomio come istituzione totale – distruttiva e irriformabile, come la definiva Basaglia – era cominciato già negli anni sessanta. Ma fu la legge 180 a sancire una svolta radicale. Migliaia di uomini e di donne internati in manicomio furono da quel momento, seppur gradualmente, liberati, impedendo che altri vi fossero rinchiusi.

A partire dal 13 maggio del 1978 – giorno dell’approvazione della norma – alle persone con disturbi mentali furono così restituiti diritti, dignità e cittadinanza. Non fu una conquista isolata. Anche quella legge maturò durante un lungo periodo di lotte sociali e sindacali. Nello stesso 1978 furono approvate tre leggi pilastro nel campo dei diritti sociali e civili: accanto alla riforma Basaglia, la legge 194 per la maternità consapevole e l’autodeterminazione delle donne, e la legge 833 di riforma sanitaria, che abolì le mutue e affermò il diritto universale alla salute.

Far applicare la legge 180 non è stato un percorso né breve né facile. Ci son voluti vent’anni per chiudere effettivamente i manicomi, con il decreto del ministro Rosy Bindi nel 1999. È stata una legge ostacolata, parzialmente attuata e persino tradita. Ancora oggi molte strutture residenziali sono luoghi di custodia più che di cura, dove si pratica la vecchia contenzione meccanica o quella nuova dei farmaci; come denuncia la campagna “E tu slegalo subito”, che la Cgil ha promosso con altre associazioni. E per il “matto” ancora vive lo stigma della pericolosità sociale. Mentre molte persone sofferenti e i loro familiari, non ricevendo risposte tempestive, si sentono abbandonate.

Eppure la 180 resta un formidabile motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti civili e sociali delle persone più vulnerabili. Grazie ad essa, l’Italia è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il paese che dispone della legislazione più avanzata per la tutela della salute delle persone con disturbi mentali. Lo dimostrano, a livello locale, numerose esperienze positive che aiutano le persone a restare nel proprio ambiente di vita; tutte guidate dai Dipartimenti di salute mentale, ma nelle quali vive la partecipazione delle persone malate e dei loro familiari, e il contributo delle associazioni e della cooperazione no profit.

Nelle esperienze in questione si è ridotta la spesa verso residenze e comunità, troppe volte diventati cronicari, e si sono spostate le risorse verso tutto ciò che agisce sulle condizioni della salute, garantendo diritti: abitazione, lavoro, inclusione sociale, con servizi nel territorio aperti 24 ore, e accesso tempestivo alle cure (in cui ci sono anche i buoni farmaci).

Il modo migliore per celebrare la legge 180 è continuare a mobilitarsi per affermare principi e obiettivi della riforma Basaglia: con un rilancio e una riqualificazione dei servizi di salute mentale – sofferenti per mancanza di risorse e di personale (come segnala anche l’ultimo rapporto del ministero della Salute) – e più in generale delle politiche sanitarie e sociali, insieme a una ripresa della battaglia culturale per sradicare lo stigma, che associa pericolosità e follia, emarginando e discriminando le persone con disturbi mentali e i loro familiari. Anche la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, conquistata da pochi mesi, deve essere sviluppata per superare la logica manicomiale, come prevede la legge 81/2014, approvata nel solco della legge 180.

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