Con il 98% dei dati scrutinati, la Flc Cgil si assesta poco sopra il 27% dei voti validi e si conferma il sindacato che raccoglie più voti fra le lavoratrici e i lavoratori della conoscenza. Ringraziamo tutti i candidati e le candidate che si sono resi disponibili. E’ stato un risultato importante e straordinario, se si considera la fase storica in cui è maturato, all’indomani della sconfitta elettorale del 4 marzo. Alcune delle nostre parole d’ordine sono diventate obiettivi delle forze populiste e di destra, che hanno vinto le elezioni e si apprestano a governare, anche grazie all’auto-disfacimento della sinistra politica.

Tuttavia, la Flc Cgil flette di 3 punti percentuali rispetto allo scorsa tornata, a fronte di un incremento degli aventi diritto al voto, allargato in maniera significativa ai precari, e di una partecipazione intorno al 75%. L’alta partecipazione conferma l’attenzione delle lavoratrici e dei lavoratori alle Rsu, ai soggetti di rappresentanza sindacale e agli strumenti di democrazia partecipativa nei luoghi di lavoro.

Il sindacato confederale si conferma ampiamente rappresentativo con valori intorno al 68%: da questo osservatorio non sembra malconcio, né si riscontrano significativi segnali di disaffezione. Una smentita per quei soggetti politici che hanno fatto della “disintermediazione” uno dei cavalli di battaglia per cancellare il ruolo del sindacato e della rappresentanza sociale.

Ci sono stati piccoli margini di aumento per Cisl e Uil, mentre crescono sindacati corporativi e autonomi. Per la prima volta l’Anief, “il sindacato dei ricorsi”, supera la soglia del 5%, segno di un’attenzione alle tutele individuali e di una crescita di interessi corporativi, distanti dalla nostra storia sindacale. Le liste a sinistra della Cgil (Cobas, Usb, etc.) non raggiungono la soglia di rappresentatività.

Sia pure in un mutato contesto, non possiamo dirci soddisfatti di una flessione percentuale, la seconda dopo quella del 2015. Vanno scavate e analizzate le cause, per determinare contromosse e scelte organizzative che invertano il trend. Certo il 2012 – picco per il voto alla Flc - era l’anno del governo Monti: la Cgil e la Flc caratterizzarono quella stagione di battaglie contro le politiche di tagli e sacrifici e di scelte neoliberiste; furono un argine e uno strumento di tutela per tutti.

Le ragioni della flessione vanno cercate sia dentro che fuori il mondo della conoscenza. In particolare, si è pagato un calo d’immagine dovuto alla disaffezione dalla politica e un prezzo alla sconfitta della sinistra. Questo dato macro-politico è piuttosto rinvenibile nel voto della scuola (negli altri settori prevalgono i fattori endogeni), e si conferma nel fatto che le flessioni maggiori si hanno nelle grandi città, soprattutto al nord. C’è stata una superficiale identificazione della Cgil con un quadro politico squalificato, distante dai problemi del paese e, soprattutto a sinistra, portatore di istanze “vecchie”: è la ragione per cui anche nostri iscritti votano M5S e Lega, e del pessimo risultato delle formazioni a sinistra del Pd. Poi c’è in parte un’idea, superata nei fatti, di collateralismo con il centro-sinistra. Si aggiunga l’allentamento del collante ideologico, e il fatto che il contrasto alle politiche del governo Renzi abbia allontanato un voto di area Pd, tradizionalmente legato alla Cgil. Anche se non mettiamo certo in discussione la pratica dell’autonomia della Cgil di questi ultimi anni.

Infine ci sono gli elementi endogeni. Le aspettative aperte dal grande movimento contro la “Buona Scuola”, sfociato nello sciopero generale unitario del 5 maggio 2015, che ne rivendicava l’annullamento, non sono riuscite ad arrestare un processo che ha finito per modificare i rapporti nelle scuole, introdurre elementi di autoritarismo, e una competitività strisciante nelle comunità di docenti che ha finito per investire anche i processi di digitalizzazione, a cui ha contribuito la pervasività della valutazione attraverso i test Invalsi. Tutto questo ha finito per deprimere le istanze di cambiamento sprigionate nel momento più alto della lotta.

Inoltre è venuta, o sta venendo a mancare, per limiti di età, una generazione di docenti, ricercatori e altre figure professionali che proveniva dal’68 e dal ’77, senza una generazione di ricambio. Generazione di ricambio sulla quale occorre lavorare e che non presenta le caratteristiche delle precedenti: l’assenza da anni di un movimento di massa degli studenti è uno dei fattori di debolezza, come lo sono le trasformazioni digitali dal punto di vista della frammentazione degli interessi.

La Flc deve saper fare i conti con tutto ciò, per ripartire ed attrezzarsi alla prossima sfida elettorale, confermare elaborazioni e rivendicazioni, aggiornando la capacità di egemonia ai tempi e alle nuove sfide, e apportando le conseguenti modifiche organizzative alla nostra Federazione della conoscenza.

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