La gente è pazza 
e i tempi sono strani
Sono legato stretto, 
sono fuori portata
Ero solito preoccuparmi, 
ma le cose sono cambiate

(Bob Dylan, “Things have changed”) 

 

Lo scorso primo giugno una mozione di sfiducia sfrattava Mariano Rajoy e il suo partito, il Ppe, dal governo. Un fatto senza precedenti in 40 anni di postfranchismo, che disegnava un sorriso sulle labbra di milioni di persone che vedevano in questo governo il simbolo principale di quelli che hanno sistematicamente saccheggiato il pubblico, riducendo i cittadini alla condizione di falliti, incapaci di garantire la propria sussistenza.

Ma torniamo indietro di qualche giorno. Molta gente si chiede come sia stato possibile che un governo che, solo la settimana prima, si era assicurato l’approvazione del bilancio generale e con questo la conclusione della legislatura, sia stato sconfitto e destituito.

In realtà tutto sembrava andare in questa direzione fin dalle ultime elezioni generali. Già allora i rapporti di forza avrebbero consentito un governo alternativo, che tuttavia non arrivò a materializzarsi. Al suo posto ci fu un’alleanza dei due grandi partiti del regime, con la stampella di Ciudadanos.

Si cercava di coprire il livello di decomposizione del sistema con la criminalizzazione della risposta sociale, arrivando a livelli di repressione senza precedenti dall’entrata in vigore della Costituzione del 1978 nell’esercizio di diritti come: sciopero (più di 300 sindacalisti sotto processo), libertà artistica e di espressione (attori, cantanti, comici), manifestazione (movimenti sociali), o libertà ideologica (prigionieri politici ed esiliati).

A questo si sommavano tagli del salario indiretto e differito: privatizzazioni, gestione esternalizzata nella pubblica amministrazione e tagli a sanità, istruzione, non autosufficienza, pensioni; le riforme del lavoro; esorbitanti tassi di disoccupazione e diseguaglianza; lavoro povero ed esclusione sociale; discriminazioni di genere. Sono solo alcuni esempi di una gestione di governo volta unicamente a massimizzare i benefici dei grandi gruppi di potere che il Ppe rappresenta così fedelmente. E quello che è alla fine è risultato fatale: una gravissima corruzione istituzionalizzata, con un tessuto organizzato per il finanziamento illegale del partito al potere.

Il 24 maggio è stata resa pubblica la sentenza sul caso Gurtel, con 29 condannati, 339 anni di carcere, 194 anni di interdizione dai pubblici uffici, e la condanna penale al Ppe per aver beneficiato di questo sistema. Nella sentenza, i giudici arrivano ad affermare che la testimonianza di Rajoy sulla Cassa B del suo partito non è credibile. Il gruppo parlamentare di Unidos Podemos, che l’aveva presentata da solo un anno prima, ha chiesto al Psoe di presentare una mozione di sfiducia, cosa che senza particolare entusiasmo si è verificato il giorno seguente.

Inizia qui il cumulo di errori di un governo che, con la prepotenza che lo caratterizzava, scommette sull’accelerazione dei tempi, dando per scontato il fallimento della mozione. Ma non tiene conto della confluenza di più fattori: rigetto sociale della corruzione, necessità di affrontare la crisi del modello territoriale di Stato, urgenza di una svolta nelle politiche sociali, mobilitazione femminista e marea dei pensionati, fretta di Ciudadanos a danneggiare il Ppe e andare ad elezioni.

Tutte le strade si incrociano nel pomeriggio del 31 maggio, quando l’opposizione, con l’eccezione di Ciudadanos, unisce le forze e configura una maggioranza alternativa che rende inesorabile la sconfitta e la destituzione del governo.

Oltre al miglioramento democratico derivante dalla liberazione dal sistema del governo Rajoy, insieme ai dubbi sulle politiche socialdemocratiche che abbiamo già sperimentato in passato, si aprono comunque nuove aspettative. Però se c’è una questione che deve assolutamente caratterizzare questa nuova tappa, sta nel benessere e nelle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori. Cosa che sarà possibile solo con forti mobilitazioni che spingano il governo ad adottare misure su punti fondamentali quali: abrogazione delle riforme del lavoro e recupero dei diritti aboliti (contrattazione collettiva, stabilità e dignità del lavoro, recupero del potere d’acquisto); abrogazione delle riforme pensionistiche (pensione a 65 anni e indicizzazione delle pensioni); uguaglianza uomo-donna, con l’eliminazione delle differenze salariali. l

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