Una vittoria il cui merito va tutto ai lavoratori, che non si sono rassegnati ad essere i capri espiatori delle colpe dei privati e del disinteresse del pubblico. 

Quella dell’Ilva è una vertenza lunga e difficile. Affonda le sue radici nella sciagurata e criminale gestione della famiglia Riva, che ha lasciato in eredità un’azienda disastrata, un ambiente inquinato, migliaia di ammalati e morti, dentro e fuori le fabbriche dell’acciaio italiano. Un clima – non solo atmosferico, ma anche culturale e politico – avvelenato, che ha segnato questi ultimi complicati sei anni, mettendo i lavoratori contro i cittadini, le ragioni dell’economia contro quelle della salute. Ora, con l’accordo raggiunto - anche grazie all’iniziativa del governo – tra sindacati e azienda, possiamo finalmente dire di avviarci verso una svolta positiva.

Approvato dal voto dei lavoratori, l’accordo apre le porte al passaggio dell’Ilva dalla gestione commissariale a quella del gruppo Mittal, che però diventerà proprietaria delle fabbriche solo quando tutti i punti dell’intesa saranno rispettati, dagli investimenti sugli impianti alle bonifiche ambientali alle tutele occupazionali e normative degli oltre 14mila dipendenti dell’Ilva, cui si aggiungono le migliaia di addetti degli appalti che vanno parimenti tutelati.

Questo è il primo e più importante punto dell’intesa raggiunta: nessun esubero, assunzione immediata di 10.700 lavoratori, uscite incentivate per gli altri con garanzia di rientro per tutti quelli che saranno ancora in organico nel 2023, nessuna penalizzazione salariale e mantenimento di tutti i diritti, a partire dall’articolo 18, dimostrando che si può rilanciare una grande impresa e il lavoro facendo a meno del jobs act.

Sono previsti quattro miliardi di investimenti nei prossimi anni, che vanno ad aggiungersi al miliardo e 200 milioni sequestrati ai Riva, che verranno utilizzati per la bonifica del territorio di Taranto e gli altri interventi a tutela dell’ambiente e della salute. Mittal dovrà garantire un abbassamento delle emissioni, e questo vincolo condizionerà la possibilità di passare tra due anni da una produzione di sei a otto milioni di tonnellate d’acciaio annue. L’azienda aprirà un centro di ricerca a Taranto per lo sviluppo di tecnologie per l’uscita dal combustibile fossile. Infine è confermato l’accordo di programma per Genova, che da anni tutela i lavoratori di quella città. Nel complesso si tratta di una vittoria, il cui merito va tutto ai lavoratori che in questi anni non si sono rassegnati a essere i capri espiatori delle colpe dei privati e del disinteresse del pubblico.

Sul piano più generale la Cgil ritiene – e lo ha chiesto esplicitamente al governo - che sarebbe molto importante se nel futuro assetto societario dell’Ilva, accanto a Mittal, ci fosse una presenza pubblica; per il peso strategico del settore siderurgico, ma anche come spinta a ricostruire quella fiducia su questo settore che anni di pessima gestione privata ha provocato. In particolare sul rapporto lavoro-salute.

Sul punto l’accordo offre alcune precise garanzie – dalla copertura dei parchi minerari di Taranto, un’opera colossale mai prima realizzata al mondo, al controllo delle emissioni e alla bonifica del territorio inquinato – ma credo che in generale noi dobbiamo costruire un futuro basato sulla riconversione ecologica delle produzioni industriali, come asse centrale di una futura politica industriale. Nel caso dell’Ilva dobbiamo dimostrare che si può produrre acciaio senza uccidere nessuno - dentro e fuori le fabbriche – e la presenza di capitale pubblico nella proprietà di quest’impresa può essere una garanzia in questa direzione.

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