Un anno fa entrava in vigore il Ceta, trattato di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada. L’accordo ha fatto crescere gli scambi tra le due parti poco più di quanto non crescessero già da soli, ha ridotto i costi di export per le poche imprese che operano in quel paese, ma ha cominciato ad attaccare regole e standard a difesa della salute e dell’ambiente. Contro tutti i cittadini.

La Commissione europea (in scadenza), a fronte delle resistenze che continuano a manifestarsi negli Stati membri, invece di aprire una fase di valutazione di impatto complessivo della politica commerciale e della struttura dei trattati, sta moltiplicando gli sforzi per approvare più accordi possibili, sullo stesso modello, prima delle prossime elezioni.

Per conoscerli meglio, la campagna Stop Ttip/Stop Ceta italiana ha prodotto il nuovo rapporto “Dalle dichiarazioni ai fatti: perché dobbiamo fermare il Ceta e tutti i suoi (brutti) fratelli”, il primo report italiano che analizza in dettaglio la logica e gli impatti di ciascun accordo bilaterale (https://stop-ttip-italia.net/2018/09/20/brutti-fratelli-del-ceta-333/).

Eu-Japan (Jefta), Eu-Mexico, Eu-Mercosur, Eu-Vietnam, Eu-Indonesia, Eu-Singapore, Eu-Tunisia (Aleca), Eu-Marocco, Eu-Australia e Eu-Oceania, gli Epa, e il percorso post-Cotonou con i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico, sono alcuni dei negoziati appena conclusi o in corso che presentano tutti le stesse problematiche, gravi per la democrazia protetta dalle nostre Costituzioni. Prima di tutto, le valutazioni di impatto economico, sociale e ambientale di questi trattati sono carenti o assenti, non proiettate sui singoli paesi, condotte con insufficiente trasparenza, basate su modelli econometrici applicati dalla Banca Mondiale, i cui errori sono dolorosamente emersi negli esiti delle politiche di liberalizzazione degli anni ’80 e ’90.

La struttura di questi trattati introduce limitazioni alla sovranità dei governi di regolamentare nell’interesse pubblico per proteggere la salute, i diritti dei consumatori e l’ambiente, ad esempio, con l’obbligo di notifica all’altra parte della previsione di normative che possano influenzare i flussi commerciali oggetto dei trattati. Si introduce un livellamento verso il basso degli attuali standard di produzione, distribuzione e consumo, visto che si prevede che le parti si allineino a disposizioni “che non creino eccessiva/ingiustificata distorsione del commercio”, costi quel che costi per i cittadini.

Per di più essi aprono una corsia preferenziale per gli investitori stranieri con la previsione del controverso meccanismo Ics/Isds, quel “tribunale per le imprese” che ne protegge le prerogative rispetto alle leggi degli Stati nazionali. Meccanismo sulla cui costituzionalità è attesa una pronuncia della Corte europea di giustizia. Infine il Ceta e gli altri vanno a costituire ciascuno una ventina di ‘Comitati tematici’ che, in totale autonomia e riservatezza, si occupano di monitorare l’applicazione dei Trattati e, se necessario, di emendarli, senza alcun controllo delle istituzioni nazionali ed europee.

Questo, con il Ceta, è già successo: il 18 gennaio 2018 il Comitato sulla cooperazione regolatoria (Rfc), istituito dal trattato, ha pubblicato una ‘Call to action’ in cui chiunque poteva presentare una lista di proposte su regole diverse tra Europa e Canada, da avvicinare nel futuro non in parlamento ma nell’ambito del Comitato stesso. In marzo, nel primo Comitato sulla sicurezza sanitaria e fitosanitaria, il Canada ha chiesto all’Europa di motivare formalmente il differente trattamento del glifosato in alcuni paesi come l’Italia, in cui ne è parzialmente vietato l’uso, poi il mancato rinnovo da parte dell’Ue della commercializzazione per i prodotti contenenti picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici, oltre all’annosa questione dei Mrl (livelli residui dei pesticidi) tra i livelli tollerati in Eu, nei diversi paesi e quelli (più di larga manica) protetti dal Codex Alimentarius. In aprile, nel primo Dialogo sull’accesso al mercato del biotech, reso obbligatorio dal Ceta, il Canada ha espresso preoccupazioni sulle “lungaggini burocratiche” che non permettevano una rapida autorizzazione dei loro ogm in Europa. Queste sono solo pochi tra le decine di esempi che potremmo fare sull’impatto del Ceta e dei suoi brutti fratelli,

Il 29 settembre in Germania, Francia e a Milano si sono tenute oltre 100 iniziative di protesta contro il Ceta e gli altri trattati. Inoltre, la ex relatrice delle Nazioni Unite per il diritto all’acqua, la canadese Maude Barlow, sarà in Italia il 15 e 16 ottobre prossimi per incontrare istituzioni e associazioni, e unirsi alla nostra richiesta al governo italiano e al Parlamento europeo di fermare subito il Ceta, per bloccare la proliferazione di tutti trattati (vedi il sito www.stop-ttip-italia.net).

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