Sulla Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanza (Nadef) si è acceso lo scontro fra la Commissione europea e il governo pentaleghista. Ma sarebbe errato parteggiare per l’uno o per l’altra. Alla Commissione europea non è bastato il vistoso arretramento del governo che in prima battuta aveva previsto un 2,4%, nel rapporto deficit/pil, per un triennio, e poi ha deciso di diminuirlo al 2,1% per il 2020 e al 1,8% nel 2021. Quindi è partita subito una lettera firmata dai commissari Dombrovskis e Moscovici, nella quale si lamenta una “significativa deviazione dal percorso fiscale raccomandato dal Consiglio”.

I toni non sono quelli perentori della famosa lettera di Trichet e Draghi, inviata al governo italiano il 5 agosto del 2011, che tracciò di fatto il programma politico dei governi che succedettero a quello di Berlusconi. Ma sono ugualmente minacciosi. Le autorità della Ue entrano a piedi giunti nel dibattito della sessione di bilancio prima ancora che inizi. Non solo, ma la pubblicità data alla lettera è un assist alle agenzie di rating, che dovranno esprimersi a fine mese sull’affidabilità dello Stato italiano. Come sappiamo, da questi giudizi dipende il costo dell’indebitamento e l’andamento dello spread, nonché la possibile fuga di investitori stranieri. Infine quella lettera è l’inizio di un’escalation, che può portare all’apertura di una procedura di infrazione.

L’intervento europeo si basa su Trattati come quello di Maastricht, e norme successive come il Fiscal Compact, che andrebbero o aboliti (il secondo) o riscritti (il primo), perché le politiche rigoriste si sono dimostrate una pessima terapia per uscire dalla crisi. Infatti ci siamo ancora dentro, come si può vedere dal rallentamento della crescita persino nei maggiori paesi, come la Germania, e lo stato nel quale verte il nostro paese, ove disoccupazione, precarietà e aumento della povertà riempiono le rilevazioni dell’Istat.

Proprio per questo la Nota del governo non è accettabile. Essa vuole rispettare le promesse elettorali di Lega e 5Stelle mettendo insieme l’impossibile, ovvero riduzione delle tasse (flat tax) con aumento della spesa. In realtà non si intravede affatto la sagoma di un Keynes quanto piuttosto quella di Milton Friedman, ovvero di un capitalismo (non troppo) caritatevole.

Infatti il reddito di cittadinanza tale non è, ma si tratta semplicemente dell’ampliamento del reddito di inclusione già esistente. E’ condizionato alla accettazione da parte del disoccupato di una delle tre prime proposte di lavoro fatte dai Centri per l’impiego, la cui dotazione finanziaria è stata ridotta della metà, cioè a un miliardo rispetto alle promesse iniziali. Inoltre quel reddito, o quella integrazione che dir si voglia, dovrebbe essere speso solo in generi non voluttuari, e per acquistare prodotti italiani. Siamo allo “Stato etico”, l’anticamera di un regime. Ancora: sarebbero previsti, secondo Di Maio, ben sei anni di prigione per chi fa dichiarazioni non veritiere sulla propria condizione economica. Al contrario si promette un nuovo condono fiscale per chi ha evaso, senza pagare né pena né dazio.

Se guardiamo al tema pensioni, scopriamo che nella Nota c’è addirittura un elogio degli effetti benefici delle leggi Dini e Fornero sul bilancio, avendo “migliorato …la sostenibilità del sistema pensionistico…garantendo una maggiore equità tra le generazioni”. Evidentemente i ministri (tranne forse Tria) non hanno letto la Nota prima di licenziarla! Del resto la famosa quota 100 è diventata mobile all’insù, dal momento che salendo l’età e rimanendo fisso il numero degli anni di contribuzione a 38, diventa 101,102, ecc. Inoltre solo due anni di contributi figurativi possono essere utilizzati, con grave penalizzazioni per precari e donne, cioè per i segmenti più deboli del mercato del lavoro. Se poi si passasse al calcolo contributivo integrale, gli assegni pensionistici subiranno una pesante riduzione.

Ma il punto più debole della Nota sta nell’assenza di un politica di investimenti, cui Tria cerca di porre rimedio chiedendo aiuto ai manager delle aziende pubbliche. Già i dati dell’ultimo trimestre ci parlano di una caduta della produzione industriale. Infatti le cifre fornite dal governo sulla crescita non sono credute, né in Europa né da noi, vista la stroncatura dell’Ufficio parlamentare di bilancio, una authority indipendente creata qualche anno fa. Questa manovra provoca qualche rimescolamento di redditi in basso, mentre chi sta in alto se la gode, aspettando che la flat tax, in realtà a tre aliquote, possa aumentare ancora di più le diseguaglianze, mentre abbatte il welfare per lasciare spazio alla sua privatizzazione.

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