Se c’è un’industria che ha fatto la storia d’Italia è quella siderurgica. E per quasi tutto il ventesimo secolo la siderurgia italiana si è chiamata Ilva. Un colosso pubblico, smembrato all’inizio degli anni novanta, nelle pieghe dell’ansia privatizzatrice di tutti i governi, qualsiasi colore avessero, Amato, Berlusconi, Prodi, D’Alema, ecc. Da quel momento in poi l’Ilva, senza la sua parte piombinese che fu (s)venduta alla famiglia Lucchini, finì nelle mani di un’altra famiglia del capitalismo italiano, i Riva.

Il resto è storia dei giorni nostri, a raccontarla è un operaio dell’Ilva di Racconigi, Cristian Cuccu. Assunto nel 2006, quando ancora la famiglia Riva aveva il vento in poppa e godeva di protezioni politiche di tutto rispetto, Cuccu è stato testimone diretto della grande inchiesta che ha svelato le malefatte dei Riva, e del lungo periodo di commissariamento giudiziario-governativo, fino alla recentissima cessione dei siti industriali al gigante franco indiano Arcelor Mittal. Una compravendita definita appena due mesi fa, e approvata dai lavoratori e dalle loro organizzazioni, non senza una durissima vertenza sindacale, per conservare livelli occupazionali, diritti e tutele conquistati in un secolo di storia.

Anche se meno conosciuto, lo stabilimento piemontese è stato fra i principali protagonisti delle mobilitazioni avviate per salvare una delle più grandi industrie siderurgiche non solo italiane ma di tutto il vecchio continente. L’orgoglio delle operaie e degli operai dell’acciaio ha sfondato il muro dell’indifferenza, da un capo all’altro della penisola la vertenza ha attraversato tutte le fabbriche del gruppo, da Taranto a Cornigliano di Genova, da Novi Ligure a Racconigi nel cuneese, a Marghera, a Padova, a Paderno.

Per Cuccu i ricordi di quando è entrato a lavorare, dodici anni fa, non sono affatto sbiaditi. “Eravamo più del doppio di oggi, lavoravamo su tre turni, la fabbrica era in perenne attività. Giorno e notte, notte e giorno. In quelle stagioni i Riva erano potentissimi, avevano ottimi rapporti con le istituzioni, il mercato dell’acciaio tirava e il portafogli era pieno. C’era tanto lavoro da fare, e devo dire che qui a Racconigi si lavorava bene. Poi è arrivato il commissariamento, e da bello stabile che era il tempo è diventato perturbato, talvolta tempestoso”.

La cassa integrazione, che ha contrassegnato gli altri stabilimenti del gruppo, a Racconigi è stata meno pesante, c’è chi aveva raggiunto l’età della pensione, e chi ha avuto lo scivolo per i problemi legati alla lavorazione dell’amianto. “Fatto sta che oggi invece di una città sembriamo un piccolo paesino di montagna - osserva Cuccu - siamo rimasti in 145, meno della metà (320, ndr) di quanti eravamo. Un impatto non certo piccolo sul tessuto sociale di una realtà periferica come quella di Racconigi, cittadina di non più di diecimila anime”.

I lavoratori superstiti sono operai super-specializzati. “L’ultima tranche di assunzioni è stata la mia, all’epoca si entrava con un contratto di apprendistato professionalizzante, e il posto era garantito. I più giovani per anzianità di servizio sono qui da dieci anni. Poi è arrivata la stagione degli interinali, e ora con le ultime novità stiamo cercando di far rimanere in fabbrica chi è qui da due-tre anni. Siamo meno di quanto sia stato stabilito dall’accordo sindacale. Vedendo le macchine ferme, i manager di Arcelor Mittal dovrebbero pensare subito a riempire i vuoti nell’organico. Il nostro è un grande stabilimento, siamo rimasti troppo pochi”.

Cristian Cuccu ha quarantun anni, quanti bastano per aver visto con i propri occhi la progressiva frantumazione del mondo del lavoro. “Dovremo essere uniti, convincenti e forti con i nuovi padroni. Perché divisi non siamo nulla, uniti invece possiamo aprire delle vertenze e risolverle rapidamente. Se soltanto riuscissimo ad obbligare Arcelor Mittal a rendere ambientalmente compatibili gli impianti, cosa possibilissima visto che in Germania e in Belgio ci sono decine di esempi virtuosi, l’intero gruppo potrebbe tranquillamente prosperare senza effetti collaterali per l’ambiente”.

A Racconigi la produzione è incentrata specialmente su tubi, cavi, ringhiere, cancelli. “Per fare questo tipo di produzione non serve nemmeno la colata vergine. Ho iniziato come saldatore, adesso ho l’abilitazione per guidare la gru, da terra”. Delegato della Fiom Cgil, che ha ottenuto la stragrande maggioranza dei voti alle ultime elezioni della Rsu, Cuccu dopo tante traversie si è affezionato alla sua fabbrica, ne parla quasi con affetto, nonostante sia uno degli ultimi lavoratori ‘fordisti’ in un comparto, come quello siderurgico, per forza di cose non particolarmente salubre. Basta pensare alla polvere di ferro che si respira. “E’ davvero un dispiacere vedere la fabbrica con così pochi addetti”.

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