La proposta di legge 735 “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, a prima firma del senatore leghista Pillon, punta a destrutturare l’attuale impianto legislativo che affida al giudice il ruolo di trovare il giusto equilibrio tra gli interessi di tutti i membri della famiglia in crisi, ponendo come priorità la tutela dei figli minori.

La proposta impone soluzioni obbligatorie e crea un sistema rigido a partire dalla prevista suddivisione paritaria del tempo che il figlio, indipendentemente dall’età e dalla relazione che ha con i genitori, deve trascorrere con loro, lasciando al giudice poche casistiche tassative in cui derogare ai tempi paritari. I bambini quindi sono considerati beni da dividere, come se fossero oggetti di casa o conti correnti…

Questo accade in un paese in cui nella stragrande maggioranza dei casi la realtà quotidiana non si è molto modificata negli ultimi decenni, al di là della nuova concezione di paternità e bigenitorialità pubblicizzata dai media, e il contestuale aumento del lavoro delle donne (in entrambi i casi imbarazzante rispetto agli altri paesi europei). Infatti, proprio in queste settimane, Cgil, Cisl, e Uil stanno chiedendo al governo non solo di rendere strutturale il congedo di paternità, ma anche di ampliarlo a 10 giorni.

La proposta sopprime l’assegno di mantenimento del figlio che diventerà quindi diretto da parte di ciascun genitore. Il giudice dovrà stabilire nel piano genitoriale l’attribuzione di specifici capitoli di spesa “in ragione del costo medio della vita come calcolato dall’Istat”. La proposta, inoltre, depenalizza la violazione degli obblighi di assistenza familiare. Di nuovo una proposta iniqua perché, non essendo determinata la somma mensile da pagare, non si potrà neppure più chiedere il pagamento diretto da parte del datore di lavoro.

Viene poi introdotto il controverso concetto di “alienazione genitoriale”, delicato caso in cui un figlio rifiuta la presenza di un genitore, su cui il mondo accademico e giuridico nutre forti perplessità (simile alla fu teoria del gender!). Il Ddl tende inoltre ad ampliare i conflitti intrafamiliari introducendo nel giudizio anche nonni e figli maggiorenni che, se non indipendenti economicamente, dovranno rivolgersi all’autorità giudiziaria per ottenere un assegno periodico a carico di entrambi i genitori, solo fino ai 25 anni d’età.

Un ultimo aspetto tra i più eclatanti: viene introdotta la mediazione familiare come condizione necessaria di procedibilità da attuare prima di promuovere un giudizio, con l’obbligo di essere assistiti dai propri legali. Al di là del fatto che il senatore Pillon di mestiere fa il mediatore familiare, questo obbligo procedurale allunga i tempi e aumenta i costi legali, mentre ad oggi nella proposta nulla si dice dell’eventuale ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

In conclusione, la proposta di legge non risolve i nodi delle separazioni conflittuali, che invece avrebbero bisogno di risposte rapide da parte dei giudici: la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene infatti in quel periodo. Del resto le statistiche ci consegnano il dato di fatto che più dell’82% delle coppie nel nostro paese si separa consensualmente.

Per queste ed altre ragioni Cgil, Uil, molte associazioni femminili, femministe e lgbt, diversi ordini professionali, i tribunali dei minori e il garante per l’infanzia e l’adolescenza, chiedono il ritiro del Ddl Pillon. Questa proposta è fortemente ideologica, iniqua e schierata a difesa del genitore più forte economicamente. Il mondo del lavoro non può accettare non solo il Ddl, ma l’ideologia e l’idea di società che vi soggiace - non a caso questo tema è parte del contratto di governo giallo-verde.

Il Ddl riguarda tutti ed è un pezzo che si affianca ad altri provvedimenti: dal decreto sicurezza e immigrazione agli attacchi alla legge 194. Il modello che si prefigura è una società basata sulla famiglia esclusivamente eterosessuale, in cui la donna rinuncia al lavoro per occuparsi della casa e della prole, possibilmente di pura “razza italica”. Si accrescono le diseguaglianze economiche e sociali, e si tentano di cancellare diritti e democrazia.

Per queste ragioni, a Torino la Camera del Lavoro è stata tra le promotrici del comitato cittadino per il ritiro del Ddl Pillon che, attraverso assemblee pubbliche, manifestazioni in piazza e audizioni nelle commissioni comunali, ha portato ad una presa di posizione molto netta dell’amministrazione comunale. Torino, prima città in Italia, ha infatti votato due ordini del giorno, uno di minoranza (Torino in Comune – la Sinistra) e l’altro di maggioranza (Movimento 5 stelle) in cui la città si impegna a chiedere il ritiro del Ddl Pillon. E’ un primo passo, speriamo seguito da tanti altri Comuni, non solo per scardinare questa proposta, ma per rivendicare una società più equa ed inclusiva.

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