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Ancora una volta la morte di un bracciante, profugo e immigrato, sfruttato, bruciato vivo nel ghetto senza luce e acqua di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro. La fine violenta di Moussa Ba, come tante altre, è una morte annunciata che pesa come un macigno su tutti i governanti e i politici, di ieri e di oggi. Siamo di fronte a una tragedia profonda che riguarda milioni di essere umani, che fuggono dalle loro terre devastate da guerre e carestie. Persone alla ricerca di un futuro migliore, che vengono a morire nel nostro “bel paese” e in un’Europa cieca e irresponsabile. Questo chiama tutti noi a responsabilità morali.

Si piange ipocritamente l’ennesimo morto senza chiedersi perché oltre 30mila esseri umani siano morti nel mare nostrum, ben oltre duemila solo nel 2018, nonostante lo sbandierato drastico crollo delle traversate, e mentre i profughi intercettati dai libici vengono ricacciati nelle carceri libiche, a subire torture e morte. Grave è la responsabilità dei governi di centrosinistra in questa deriva disumana, per aver assecondato l’onda nera invece di contrastarla. Non ci sarà umanità sino a quando non penseremo che quei morti sono nostri morti. Non ci sarà coscienza diffusa finché non capiremo che nessuna madre metterebbe i propri figli su barconi fatiscenti, se l’acqua non fosse più sicura della terra da dove fuggono.

La redenzione delle “razze”, il pericoloso pregiudizio e il nuovo antisemitismo, l’omofobia e il sessismo “moderno”, il razzismo e la xenofobia che attraversano l’Europa e il paese vanno contrastati. Il sonno della ragione genera mostri. Il razzismo e il nazionalismo, fonti del fascismo, possono produrre la degenerazione di una civiltà europea faticosamente conquistata, mentre l’Italia del governo fascio-leghista rischia la lacerazione della secessione differenziata e la divisione sociale del “prima gli italiani”.

Per la Cgil, presidio antifascista dei valori costituzionali, è essenziale incrociare la lotta politica ed economica con quella valoriale e culturale, per far vincere un’idea alta di paese e di progetto solidale e di uguaglianza per il futuro. Un impegno sostenuto dal segretario generale Cgil nel suo intervento nella bella manifestazione di Roma. Occorre allora riportare l’attenzione positiva sul fenomeno epocale dell’immigrazione, non stancarsi di lavorare per impedire le tanti morti di profughi e di immigrati che segnano la cronaca italiana, né denunciarle per un sol giorno, lasciandole poi cadere nel dimenticatoio.

La Cgil, la Flai, le Camere del lavoro sono da tempo impegnate con generosità nel contrasto al caporalato, allo sfruttamento e al nuovo schiavismo. Ora tutta la Cgil, insieme ai movimenti, al volontariato, dovrebbe scendere in campo, organizzando una straordinaria risposta di massa della parte migliore del paese, a partire dalla manifestazione del 2 marzo a Milano. Perché la Cgil non è indifferente, né rassegnata. 

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Il Movimento 5 Stelle è diventato molto popolare per tutta una serie di ragioni, compresa quella di essere contrario a qualunque tipo di immunità parlamentare. Onestà, onestà.

Eppure nella giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato, che ha respinto la richiesta di processare il vicepremier Matteo Salvini come era stato chiesto dal tribunale di Catania per la vicenda dei migranti sulla nave Diciotti, i pentastellati hanno votato di fatto a sostegno dell’immunità per il leader della Lega. Una immunità votata anche da Forza Italia e da Fdi, oltre che naturalmente dalla Lega.

Per giustificare questo comportamento, il M5S ha organizzato una consultazione online sulla piattaforma Rousseau, che raccoglie gli iscritti. Un voto che ha registrato un 60% circa di sostenitori dell’immunità per Salvini, che l’aveva chiesta esplicitamente, a fronte di un 40% di contrari. Secondo i sondaggi, anche fra i milioni di elettori dei Cinque Stelle la percentuale sarebbe più o meno questa.

Dunque secondo loro il ministro dell’interno non dovrebbe essere processato con l’accusa di sequestro di persona aggravato, così come è stato ipotizzato dalla magistratura requirente il trattenimento a bordo, e la mancata assegnazione di un porto di sbarco, dei migranti raccolti nell’agosto scorso dalla nave della Guardia costiera. Il motivo? Salvini avrebbe agito a tutela di un interesse dello Stato. Quale sia non si capisce.

Mentre per certo l’interesse dei 5 Stelle, così come hanno rilevato molti cronisti e commentatori, è stato quello di salvare il governo Conte-Di Maio-Salvini dal pericolo di una, assai presunta, crisi politica. Ma così facendo il Movimento ha rinunciato a un suo principio fondativo. Schiacciandosi sulle posizioni di un governo che, sulla pelle dei migranti, sta giocando una partita vergognosa.

 

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Di un’altra linea di politica economica non si vede neppure l’ombra: la manovra economica del governo è espansiva solo a parole. 

La denuncia delle politiche ciecamente rigoriste della Ue va fatta e fino in fondo. Così come vanno prese le distanze dalle soluzioni nazional-sovraniste che circolano per il continente e a casa nostra. E’ il tema delle prossime elezioni europee. Solo che ad entrambe si dovrebbe avere la capacità di contrapporre un’altra linea di politica economica. Ma di questa non si vede neppure l’ombra, dal momento che la manovra economica nel suo complesso è espansiva solo a parole.

Se si volesse puntare ad una soluzione keynesiana applicata alle attuali condizioni dell’economia del nostro paese e non solo (visto che anche la Germania ha sfiorato la recessione “tecnica”), non si dovrebbe solo pensare a aumentare i consumi ma anche gli investimenti pubblici in settori innovativi che garantiscano lavoro e difesa dell’ambiente. Ma li cerchereste invano nella manovra governativa.

I due provvedimenti cardine, un reddito di cittadinanza che tale non è, essendo condizionato all’accettazione di collocazioni lavorative persino a termine, e quota 100 che non cancella affatto la “riforma” Fornero, sono peraltro bersagliati dalla guerriglia emendativa che i due contraenti il contratto di governo si fanno a livello parlamentare. In ogni caso è già previsto che, se mancheranno le risorse, un provvedimento si mangerà l’altro. Comunque con le cifre previste dall’uno, e la riduzione dell’assegno pensionistico dell’altro, c’è ben poco da sperare in tema di rilancio della domanda interna.

Tutto ciò non è solo frutto di dilettantismo. La costruzione di una dittatura di maggioranza, quale quella che ci troviamo di fronte, richiede un processo di destrutturazione della coesione nazionale, sia sul piano della sua costituzione economica che di quella istituzionale, che peraltro tra loro si incrociano. Ragioni di spazio ci costringono qui ad occuparci solo della prima; anche se la seconda, si pensi all’autonomia regionale differenziata, non è certo meno grave.

Questa manovra economica fa trasparire un disegno più di fondo, al di là dei ben dieci condoni che sotto varie forme sono stati introdotti tra decreto fiscale e manovra. Il primo di questi concede una cancellazione di mini-cartelle per oltre 12 milioni e mezzo di contribuenti, quindi di 32 miliardi giudicati come non più recuperabili. Mentre sono incassabili i voti dei beneficiari.

Ma l’obiettivo assai più ambizioso è quello di portare avanti in modo strisciante ma deciso una integrale controriforma fiscale, un mantra del neoliberismo. Non si tratta solo della “flat tax” proposta a puntate, anche se il primo assaggio è micidiale. Il regime forfettario potenziato dal 2019 scava un largo vallo tra lavoratori autonomi e dipendenti, tra i titolari di partita Iva tassati con l’Irpef e quelli che si avvantaggeranno della “flat tax” prevista nella legge di bilancio. I risultati di simulazioni di fonte padronale indicano che un professionista con compensi annui di circa 64mila euro pagherà 10.200 euro di imposte in meno di un lavoratore dipendente con reddito simile e due figli a carico.

Non contento di ciò, il governo prospetta una ipotesi di riforma generale addirittura entro un paio di mesi. Le prime avvisaglie non sono certamente tranquillizzanti. Quando fu fatta la riforma del 1971 fu varata una commissione di studiosi sotto la guida di Cesare Cosciani. Oggi di simili studiosi che collaborino con questo governo non se ne vede neppure l’ombra. Il Parlamento, al quale sarebbe affidata istituzionalmente la materia, si occupa di fisco solo per la tutela di interessi corporativi. Ma non siamo solo di fronte a disorganicità. Se invece di inseguire le dichiarazioni sornione (dico, non dico) di qualche sottosegretario - per esempio sulla sparizione degli 80 euro di renziana memoria e la loro sostituzione con un sistema di deduzioni – guardiamo alla legge di bilancio e connessi, ne emerge un quadro pessimo.

Introducendo altre nuove imposte sostitutive si mina dalle fondamenta l’Irpef. Il nostro sistema fiscale, infatti, viene così a comporsi sempre più di tributi su stipendi e pensioni, basandosi sempre meno su un’imposta generale e progressiva sui redditi delle persone fisiche. E’ un cambiamento di paradigma e di sistema che liquida sottotraccia il principio della progressività contenuto nell’articolo 53 della Costituzione, e che rischia di consolidarsi alla luce del sole in una prossima iniziativa legislativa governativa.

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I cittadini devono avere tutti gli stessi diritti - sanità, istruzione, lavoro, mobilità - a prescindere da dove risiedono, altrimenti si mette in discussione il concetto stesso di unità del paese. 

Il percorso verso l’autonomia differenziata ha registrato, la scorsa settimana, una battuta d’arresto: il consiglio dei ministri del 14 febbraio ha infatti rinviato l’approvazione degli schemi d’intesa con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Pesano le riserve dei ministri dei 5 Stelle, ma la partita rimane aperta e potrebbe conoscere sviluppi anche a breve.

La Cgil, nel convegno tenuto il 13 febbraio a Roma, ha confermato la sua contrarietà, sia nella relazione introduttiva che nelle conclusioni del segretario generale Maurizio Landini. “Ribadiamo con forza – ha affermato Landini - la nostra contrarietà ad un’idea di autonomia differenziata che, per come si sta delineando, è in contrasto con i principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione. I cittadini devono avere tutti gli stessi diritti fondamentali, sanità, istruzione, lavoro, mobilità, a prescindere da dove nascono, altrimenti si rischia di mettere in discussione il concetto stesso di unità del paese”.

La Cgil è da sempre favorevole alle autonomie, a partire da quelle locali, ma in una cornice solidale. Nel momento in cui si vogliano aumentare a dismisura le competenze delle regioni (Lombardia e Veneto richiedono ventitré materie, fra le quali le infrastrutture, che hanno dimensione persino sovranazionale, e il lavoro, che necessita una regolazione omogenea), la cornice richiede leggi quadro sui principi delle materie trasferite; la determinazione (prevista dalla legge del 2009 sul federalismo fiscale, mai attuata) dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep); e la garanzia del loro finanziamento omogeneo sulla base dei fabbisogni standard, anch’essi da definire.

Le bozze delle pre-intese prevedono, invece, di partire dal criterio della spesa storica (quanto spende lo Stato per una determinata funzione in una specifica regione), un criterio che cristallizzerebbe gli squilibri attuali fra nord e sud della penisola. Ai trasferimenti secondo i fabbisogni standard si arriverebbe entro cinque anni, ma tenendo anche conto del gettito fiscale regionale, che li differenzierebbe regione per regione, favorendo ancora una volta quelle più ricche.

Lombardia e Veneto hanno infatti rivendicato di poter trattenere, in larga parte, il cosiddetto residuo fiscale (la differenza fra le entrate registrate nella regione e la spesa ivi sostenuta dallo Stato): una rivendicazione inaccettabile e basata su presupposti sbagliati, come ha dimostrato, nel convegno della Cgil, il presidente della Svimez. Adriano Giannola ha evidenziato come ci sia effettivamente una differenza fra entrate e spese, segnalando peraltro che questa sia più che riequilibrata dal pagamento degli interessi sul debito pubblico, che portano somme ingenti ai possessori dei titoli nelle regioni che chiedono l’autonomia. Ugualmente, la spesa delle regioni meridionali si indirizza in buona parte verso queste regioni, che beneficiano del sud come mercato disponibile. Un mercato che si indebolirebbe se si riducessero le risorse alle regioni meridionali.

Si tratta dunque di “smontare”, in una discussione pubblica fin qui del tutto carente, il mito del residuo fiscale, rendendo peraltro trasparente un percorso ad oggi sostanzialmente secretato (con la trattativa diretta Governo/Regioni interessate), e che, secondo le bozze circolate, prevederebbe che il Parlamento possa solo approvare i testi a scatola chiusa, o respingerli.

Molti sono gli aspetti inquietanti nel merito delle possibili pre-intese: ci soffermiamo su quelli sulla tenuta del sistema contrattuale e del sistema scolastico. Prevedere contratti integrativi regionali per il personale scolastico e, a regime, il reclutamento su base regionale e la dipendenza dalla Regione per il rapporto di lavoro, mette in causa la contrattazione nazionale a partire da un settore fondamentale per numerosità e funzione. Trasferire alle Regioni l’organizzazione e la gestione del sistema scolastico mette in questione il diritto universale all’istruzione, rischia di portare a sistemi scolastici molto diversi (e l’esperienza dei venti sistemi sanitari regionali non è certo un modello), e non si giustifica, da un punto di vista formativo, in uno scenario sempre più globalizzato.

 

Ci sono quindi molte buone ragioni per costruire iniziative territoriali di contrasto a questa forma di autonomia differenziata, ricercando le massime convergenze unitarie, e portando senza indugio il dibattito e l’iniziativa nel mondo del lavoro e fra i cittadini.

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