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L’intervista al compagno Maurizio Landini sul quotidiano la Repubblica del Primo Maggio ha riaperto il confronto - mai interrotto - sulla necessità di superare le divisioni, ricercando con lungimiranza e realismo l’unità del sindacato confederale, come indicato nel documento congressuale. L’intervista ha fatto discutere, anche in ragione di un titolo volutamente forzato.

La proposta merita un confronto aperto a partire dal gruppo dirigente della Cgil. Noi abbiamo scelto nel congresso di stare con la Cgil del futuro, unita e plurale, e vogliamo portare il nostro contributo al confronto, mettendo a disposizione di tutte e tutti anche il nostro periodico.

Pensiamo che non si debba scivolare nel “pansindacalismo” e che non di sindacato “unico” si debba parlare, ma di sindacato unitario e plurale, democratico, autonomo dalle forze politiche e dai governi, con il suo progetto di società, i suoi programmi e le sue piattaforme, i suoi valori di solidarietà, eguaglianza, giustizia sociale. Un sindacato unitario, costruito sul consenso e la partecipazione delle iscritte e degli iscritti, dei lavoratori e dei pensionati tutti, e che abbia come riferimento la nostra Costituzione repubblicana.

Oggi, dopo anni di divisioni, siamo in presenza di una rinnovata unità, di piattaforme unitarie nei confronti del governo, di richieste sociali e contrattuali condivise e di mobilitazioni significative come quella del 9 febbraio a Roma. E ci siamo ritrovati, nelle piazze di Verona e di Milano, a fianco di tanti giovani, di tante donne, di associazioni e movimenti impegnati nel sociale in difesa della democrazia, contro l’oscurantismo e l’imbarbarimento razzista.

Per rinnovarsi il sindacato confederale deve alzare lo sguardo, uscire dai propri recinti e rivolgersi al nuovo mondo del lavoro, allargare la rappresentatività e incontrare gli iscritti e i non iscritti per riunificare ciò che la crisi e gli arretramenti hanno frantumato. E guardare al futuro ponendo attenzione alle richieste, alle ansie, al bisogno di radicalità espressi anche da quelle piazze.

Ci sono le condizioni per consolidare questa unità di azione e fare un passo in più. Ma senza fughe in avanti, senza rimuovere le differenze sulla lettura della realtà e sul ruolo del sindacato.

Non sono ostacoli insormontabili, ma sono parte della nostra storia, sono identità, progetti che permangono. La fine dei blocchi contrapposti e la scomparsa dei partiti tradizionali che ambivano a rappresentare il mondo del lavoro non contribuiscono di per sé a garantire maggiore autonomia per il movimento sindacale.

La storia del movimento sindacale è complessa e ricca: si alternano momenti di unità e di profonde divisioni, di competizione e di solidarietà, di autonomia e di subalternità al quadro politico, di scelte unitarie e di rotture strategiche. Oggi dobbiamo andare nella direzione di un percorso finalizzato a costruire luoghi e strutture nei quali le differenze siano riconosciute come una ricchezza, e non un ostacolo.

Divisioni, crisi di rappresentanza e diverse strategie si sono evidenziate in questi anni. Con il governo Amato e l’accordo interconfederale sul blocco della scala mobile senza alcun mandato, si raggiunse il momento più alto di dissenso e di contestazione, che portarono alle dimissioni del compagno Bruno Trentin da Segretario generale. In quel contesto, a Milano, anche con il sostegno della Camera del Lavoro, si costruì il Movimento dei Consigli, con l’adesione nazionale di oltre 800 Consigli di fabbrica e la manifestazione autoconvocata del 27 febbraio 1993, con oltre 300mila persone in piazza del Popolo a Roma.

Quel movimento vide come protagonisti i delegati e le delegate della Cgil, e pose a tutto il sindacato il nodo della democrazia e della rappresentanza, organizzando poi la raccolta di firme sul referendum parzialmente abrogativo dell’articolo 19. Votato e vinto, il referendum spinse all’accordo sulle Rsu e la democrazia di mandato, e costrinse alla realizzazione dell’accordo in Aran sulla rappresentanza nel pubblico impiego.

Poi la Cgil si è trovata sola nel condurre l’opposizione al governo Berlusconi, realizzando nel 2002 una delle più grandi manifestazioni sindacali di tutti tempi al Circo Massimo, in difesa dell’articolo 18. E fu sola, in seguito, a contrastare le politiche sociali del governo Renzi, dal jobs act alla buona scuola, dall’articolo 18 sino alla disintermediazione. Manifestazioni, iniziative, referendum e proposte strategiche come il Piano del lavoro e la Carta universale dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori hanno caratterizzato le scelte di prospettiva della nostra organizzazione, compresa quella di votare “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

La Cgil uscita dal congresso di Bari è in continuità con quelle scelte, che non possono essere rimosse. La nostra storia ci indica i successi e gli errori, ci richiama alle ragioni interne ed esterne delle divisioni. Il patto di Roma del 9 giugno del ‘44 dette vita al sindacato unitario, e nel primo congresso nell’Italia liberata, a Napoli nel gennaio 1945, si costituì la Cgidl (Confederazione generale italiana del lavoro) con tre leader rappresentanti delle tre grandi correnti politiche: comunista, socialista e cattolica.

Quel patto si fondava su basi culturali solide, e su principi democratici e plurali “moderni” e attuali: indipendenza da tutti i partiti, unità di tutti i lavoratori senza distinzione di opinioni politiche e di fede religiosa, massima libertà di espressione e rispetto reciproco a tutti gli aderenti, tutte le cariche elette dal basso dall’assemblea generale di delegati regolarmente eletti, partecipazione proporzionale delle minoranze assicurata a tutti i livelli, dal vertice alla base. Ma durò poco, già nel primo e unico congresso unitario, nel giugno del 1947, la scissione era alle porte. Il mondo dei blocchi pesava e condizionava. Di Vittorio propose comunque caparbiamente l’unità di azione, e avanzò come proposta unitaria il Piano del Lavoro.

E’ la Cgil, nel 1973, ad avanzare una proposta per l’auspicata unità organica. Mentre l’esperienza più avanzata di unità appartiene ai metalmeccanici, con l’unione di Fim, Fiom, Uilm nella Flm. Non fu un’unificazione organica, ma fu molto di più che un semplice patto d’azione. Si arrivò persino alla scelta dell’iscrizione alla Flm senza opzione confederale. Quell’esperienza scomparve, nel 1984, soprattutto per le contraddizioni laceranti che si aprirono con la svolta dell’Eur del ’78, la sconfitta dei 35 giorni alla Fiat, e la rottura che avvenne a tutti i livelli per il decreto di san Valentino sulla scala mobile del 14 febbraio 1984.

La storia ci insegna che il sindacato confederale ha ottenuto le sue più grandi conquiste sociali e contrattuali nelle fasi di massima unità. L’unità e la ricomposizione del mondo del lavoro e del sindacato confederale rimangono, a maggior ragione oggi, condizioni essenziali per ricostruire nuovi e avanzati rapporti di forza, fermare la deriva sociale, politica e valoriale, conquistare diritti e difendere beni e servizi pubblici, rimettere al centro il lavoro e il suo valore costituzionale.

L’obiettivo indicato da Landini richiama tutto il gruppo dirigente a interrogarsi sul non semplice percorso di costruzione del futuro sindacato unitario e plurale. Occorre partire dalle condizioni materiali di chi vogliamo rappresentare: il miglior viatico per tradurre la spinta unitaria è la costruzione di piattaforme rivendicative che mettano al centro il tema degli aumenti salariali, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, e il ruolo delle Rsu e dei delegati nell’intervento sull’organizzazione del lavoro e la condizione lavorativa. Con una mobilitazione generale a difesa della scuola e della sanità pubblica, per il diritto alla pensione e alla sua rivalutazione.

L’unità del sindacato confederale oggi non può che costruirsi su un’idea di società del futuro, sui valori di eguaglianza e su proposte radicali, vista la profondità e la qualità della crisi. La nostra Cgil saprà essere protagonista di questo percorso.

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Anche nella settimana appena trascorsa il bollettino degli omicidi bianchi si è tragicamente arricchito. Solo nelle 48 ore fra mercoledì e giovedì si sono contate sei vittime e due feriti gravi, fra tetti che crollano sotto i piedi degli operai, camion e trattori che li travolgono, macchinari che li trascinano fra gli ingranaggi. Una strage continua, e si si va avanti così, alla media spaventosa di tre morti al giorno, festivi compresi, senza contare gli infortuni invalidanti.

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha fatto un amarissimo rendiconto della situazione: “Dall’inizio dell’anno i morti sono stati più di 200, e aumentano gli infortuni e le malattie professionali. Prevale ancora una cultura che vede nella salute e nella sicurezza non un investimento ma un costo, e si continua a morire come si moriva cinquant’anni fa. Si fa un gran parlare di era digitale e di tecnologie, di nuovi modi di lavorare, ma spesso i modelli organizzativi e le logiche sono altre. Su questo bisogna agire: c’è bisogno di investire di più in formazione e prevenzione. E sugli organi ispettivi”.

Da quest’orecchio però il governo non ci sente, o ci sente pochissimo. I segretari confederali di Cgil Cisl Uil, Rossana Dettori, Angelo Colombini e Silvana Roseto, hanno chiesto un incontro urgente al ministro del lavoro Luigi Di Maio. “Non si può perdere altro tempo – denunciano – è necessario intervenire e trovare soluzioni efficaci con investimenti sulla prevenzione e sulla formazione, rilanciando un tavolo di confronto tra il governo e le parti sociali”. Invece il governo ha annunciato un taglio delle imposte sul lavoro pagate dagli imprenditori, che in alcuni casi arriverà fino al 30%, senza specificare che sarà finanziato da un taglio di circa mezzo miliardo, in tre anni, ai fondi che incentivano gli imprenditori a migliorare la sicurezza.

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Lo scorso 28 marzo il Senato ha approvato il d.d.l. “Modifiche al codice penale e altre disposizioni in materia di legittima difesa”. La legge è stata promulgata dal Presidente della Repubblica il 26 aprile.

La legge si colloca nello stesso contesto di enfatizzazione mediatica e politica sull’esistenza di un pericolo concreto per la sicurezza domestica dei cittadini, contesto che aveva condotto alla riforma del 2006. Riguarda soltanto la legittima difesa nell’abitazione o in luoghi di privata dimora, compresi quelli ove vengano svolte attività commerciali, professionali ed imprenditoriali. In tutti gli altri “luoghi”, per l’operatività della scriminante, è ancora necessaria la sussistenza dei presupposti di cui all’articolo 52, I comma del Codice penale (pericolo attuale di un’offesa ingiusta per sé o per altri, e necessità e proporzionalità della difesa).

L’intento del legislatore è quello di proteggere - ad ogni costo - la vittima dell’intrusione, inasprendo notevolmente le pene previste per i reati più comunemente commessi in occasione della violazione del domicilio (furto in abitazione, rapina semplice o aggravata), e allargando l’ambito di impunità per chi, aggredito, si sia attivamente difeso.

All’articolo 52 vengono inserite due presunzioni legali assolute: al comma 2, quella di proporzionalità tra offesa e difesa quando quest’ultima sia posta in essere per respingere l’intrusione nel domicilio; al comma 4, quella secondo cui la difesa è sempre necessaria se posta in essere in risposta ad un’intrusione compiuta con “violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica”.

Esse pongono non pochi problemi di legittimità costituzionale. In primo luogo, in riferimento al bilanciamento tra diritti inviolabili della persona, quando la reazione non sia volta a difendere l’incolumità personale bensì i beni presenti nel domicilio. In questi casi, ritenere operante la scriminante significherebbe sacrificare il diritto alla vita e all’incolumità personale dell’aggressore in favore del diritto all’inviolabilità del domicilio della vittima. In secondo luogo, in relazione all’articolo 2 della direttiva della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale la necessità del ricorso alla forza deve essere puntualmente accertato, e non presunto.

Una ulteriore modifica ha riguardato l’articolo 55 del Codice penale che, nella nuova formulazione, prevede l’esclusione della punibilità per chi abbia commesso il fatto eccedendo i limiti della difesa (ad esempio uccidendo un intruso non armato), se questi si trovi in uno stato di cosiddetta minorata difesa (e cioè in particolari circostanze di tempo, di luogo, personali o di età - articolo 61, comma 1, numero 5 del Codice), o “in stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto”.

Anche questa modifica normativa si presta a derive incostituzionali: laddove interpretata alla lettera, in ragione del fatto che in ogni violazione di domicilio è insita la sussistenza di “particolari circostanze di fatto” e di una qualche alterazione psichica per chi la subisce, la norma potrebbe condurre alla conclusione che, in ogni caso di intrusione nel domicilio, l’eccesso di difesa sia sempre giustificato.

Di tali problematiche si è reso conto il presidente Mattarella che, all’atto della promulgazione della legge, ha inviato un comunicato ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio, suggerendo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 55, che attribuisca al concetto di “grave turbamento” una portata obiettiva, ed evidenziando le proprie perplessità in merito alla conformità alla Costituzione degli articoli 3 e 8 della riforma.

Tuttavia, se il comunicato può rappresentare un utile indizio per l’interpretazione da attribuire alle disposizioni modificate, esso non è idoneo a costituire un limite effettivo alle derive innocentiste della nuova norma, in favore di chi, da vittima della violazione di domicilio, divenga autore di un fatto di reato lesivo dell’incolumità altrui.

Ad avviso di chi scrive, l’operatività della scriminante non può che essere ancorata a valutazioni fattuali concrete (quelle di cui al I comma dell’articolo 52), e non a presunzioni di carattere generale e astratto che hanno come rischio principale quello di legittimare, rendendoli non punibili, comportamenti abnormi, ingiustificati e, a loro volta, meritevoli di punizione. E tale conclusione non può certo mutare solo in ragione del fatto che l’offesa sia compiuta in un luogo piuttosto che in un altro.

Nell’esercizio dei poteri attribuitigli dalla Costituzione, il capo dello Stato avrebbe dunque potuto (e dovuto) rimettere il testo di legge alle Camere, affinché queste procedessero ad una nuova deliberazione, più rispettosa dei principi fondamentali del nostro ordinamento, perché il testo letterale della normativa non necessariamente (anzi difficilmente) si presta ad un’interpretazione costituzionalmente orientata.

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Sospeso lo sciopero del 17 maggio. Solo alla fine del confronto avviato con il Miur si potrà valutare se lo sciopero andrà revocato, o se la mobilitazione dovrà riprendere ancor più vigorosamente.  

Nella notte tra il 23 e 24 aprile il governo ha firmato un’intesa sui temi dell’Istruzione con Flc Cgil, Cisl Fsur, Uil Scuola Rua, Snals e Gilda, che avevano proclamato lo sciopero di categoria per il 17 maggio. L’intesa è arrivata pochi giorni dopo il tentativo di conciliazione, in occasione del quale il ministro dell’istruzione Bussetti non aveva dimostrato alcuna disponibilità ad accogliere le richieste, tanto da determinare i sindacati a proclamare la mobilitazione. Successivamente nella compagine governativa deve essere prevalsa la preoccupazione per uno sciopero, a pochi giorni dalle elezioni europee, che sempre più andava raccogliendo il consenso di una categoria il cui orientamento, già in altre occasioni, ha fortemente influenzato l’esito elettorale.

Questo ha portato il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte (addirittura) a convocare i sindacati di categoria a Palazzo Chigi, per una serrata trattativa conclusa con un’intesa che ha affrontato tutti i principali temi oggetto della mobilitazione: la questione del rinnovo contrattuale, del precariato, e del regionalismo differenziato.

Riguardo al primo punto n discussione, il governo si è impegnato a rinnovare il contratto (scaduto a dicembre scorso), prevedendo per il triennio 2019-21 il pieno recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori del comparto Istruzione e Ricerca. Inoltre, al fine di valorizzare il ruolo di docenti e Ata nella società, il governo si è impegnato a reperire risorse aggiuntive per avvicinare gli stipendi del personale scolastico alla media dei colleghi dei paesi europei.

Quest’ultima è una importante acquisizione, perché nella legge di bilancio 2019 le risorse stanziate non bastano a coprire neanche metà dell’inflazione prevista nel triennio (1,9%, a fronte dell’Ipca al 4,1%). Un’acquisizione che necessariamente dovrà essere estesa, a partire dalla prossima legge di bilancio, a tutto il pubblico impiego che similmente attende il rinnovo contrattuale.

Sul secondo punto, l’intesa riconosce l’esigenza di dare un’immediata risposta ai tanti lavoratori precari del comparto, che da anni con il loro lavoro garantiscono la funzionalità di scuole, università ed enti di ricerca. In loro assenza, anche per i numerosi pensionamenti per “quota 100” previsti per il prossimo anno, non potrebbe essere garantita la continuità e la qualità delle attività svolte. Per questo si prevede di definire percorsi di stabilizzazione, in grado di garantire l’immediata occupazione del personale precario a partire dai docenti della scuola con 36 mesi di servizio.

Infine, sul regionalismo differenziato - ovvero sul rischio di frantumazione che la richiesta di maggiori poteri avanzata da alcune Regioni potrebbe arrecare all’unità, alla qualità ed uguaglianza del diritto all’istruzione sul territorio nazionale - il governo si è impegnato a salvaguardare l’integrità del sistema nazionale d’istruzione garantendo l’unitarietà degli ordinamenti statali, dei curriculi e del governo delle istituzioni scolastiche autonome, nonché prevedendo il reclutamento uniforme del personale in tutto il paese, e con inquadramenti giuridici regolati esclusivamente dal Ccnl. È questo un importante punto di acquisizione, ma anche quello più critico e delicato.

Con l’intesa infatti è stato segnato solo un primo punto riguardo ad un progetto sciagurato di frantumazione dei diritti dei cittadini in base al luogo di residenza. Ma questo progetto secessionista, che non riguarda solo l’istruzione ma l’insieme dell’amministrazione pubblica, è ancora in campo nel suo complesso, e occorrerà un impegno più diffuso e determinato nel paese, a partire dal ruolo che potrà e dovrà svolgere la stessa Confederazione, perché sia sconfitto definitivamente senza alcun cedimento e/o concessione.

Va comunque detto che anche gli altri punti dell’intesa, quelli più sindacali, non sono acquisiti definitivamente, ma è previsto l’avvio di un confronto con il Miur, attraverso tavoli tematici, con l’obiettivo di tradurre gli impegni assunti in atti concreti. È evidente che l’esito di questo confronto non è affatto scontato e risulta fortemente condizionato dalla litigiosità di questo governo, oltre che dalla difficile fase politica ed economica che attraversa il paese.

Si tratta però di una sfida a cui non ci si può sottrarre, e il sindacato dovrà fare la propria parte. Solo all’esito di questo confronto, già avviato il 6 maggio, si potrà valutare se lo sciopero andrà definitivamente revocato, o dovrà riprendere ancor più decisamente la mobilitazione della categoria.

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