Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

Il voto del 26 maggio ha cambiato solo in parte il quadro politico europeo ma ha terremotato quello italiano, invertendo a favore della Lega di Salvini gli equilibri di potere tra le due forze di governo. La carta politica dell’Italia è verde-gialla, con qualche macchia di rosso. La Lega è diventata il primo partito nazionale, radicato nei territori e sostenuto da una borghesia conservatrice e reazionaria, da un pezzo di potere finanziario ed economico, da settori del padronato, dai commercianti, dalle forze neofasciste, dalla parte individualista e qualunquista dell’Italia, ripiegata sui propri piccoli interessi e indifferente ai drammi delle morti in mare e all’onda nera che avanza.

La vittoria di Salvini non è episodica né casuale. Le spinte nazionalistiche, gli interessi particolari hanno offuscato il valore della solidarietà. L’Italia di oggi, più povera, più divisa e cinica, non è però nata con questo governo, che per quanto pericoloso ha un preoccupante consenso traversale e di massa tra operai, pensionati, giovani. E’ anche il prodotto di scelte sbagliate, degli errori di una sinistra di governo persa nel labirinto dei vincoli imposti dal mercato, e dalle politiche di austerità di un’Europa finanziaria sorda verso le reali condizioni di milioni di persone.

La Cgil non ha come obiettivo la caduta dei governi, non è mai stato questo il nostro ruolo, neppure quando abbiamo manifestato contro il governo Berlusconi. Non è nostro mestiere, né compito. Non possiamo peraltro sostenere la riproposizione da parte della Commissione europea di quelle politiche liberiste e di austerità che hanno dato spazio ai populismi e ai nazionalismi, in polemica con misure sociali come “quota 100” e reddito di cittadinanza, che seppur limitate e contraddittorie sono vissute a livello popolare come un cambiamento di rotta. Chiunque le contrastasse in nome del rigore e dell’austerità sarebbe destinato a soccombere, noi compresi.

Siamo consapevoli che se si dovesse tornare a votare non sarebbe per lo spread o i vincoli di bilancio, e neanche per un’opposizione parlamentare fragile e contraddittoria, ma per volontà e opportunità di uno dei contraenti il patto di governo. Il risultato elettorale farebbe scivolare l’Italia verso un governo di destra a trazione leghista, nazionalista e razzista, con un leader senza scrupoli che, con misure divisive, pericolose e anticostituzionali, sta già lavorando ad un modello di paese autoritario e classista. Un altro uomo solo al comando, un “restauratore” della peggiore Italia che parla alla pancia e alle paure della gente, cui si è lasciato campo libero pensando che i “nemici” principali fossero i pentastellati, comunque corresponsabili della deriva e succubi di Salvini.

Come l’Italia sia scivolata verso la deriva e la crisi economica, politica e istituzionale attuale, dopo che il centrosinistra rappresentato dal Pd ha avuto la possibilità di governare il paese, è il nodo politico da sciogliere. Per cambiare e recuperare credibilità e consenso è necessaria un’analisi spietata degli errori commessi. Non ci sono scorciatoie o alleanze politiche che permettano di risalire la china. Il partito dell’alternativa non può che fare i conti con il passato e decidere con la necessaria radicalità con chi e dove stare, e cosa fare. Non si può tirare una riga finché si continuano a rivendicare come giuste scelte sbagliate, contro le quali abbiamo manifestato e scioperato.

La Cgil è e deve restare autonoma, ma non è neutrale né indifferente agli esiti politici e istituzionali. La riproposizione di una qualche forma di cinghia di trasmissione del partito verso il sindacato sarebbe devastante. Piuttosto, pensiamo che nessun futuro partito di massa di sinistra possa fare a meno di rapportarsi, nel rispetto dei reciproci ruoli, con un soggetto politico di rappresentanza generale con circa sei milioni di iscritte e iscritti com’è la Cgil. Questa rappresentanza sociale è la forza che ci permette di misurarci con i governi e i partiti con la nostra identità autonoma, e di giudicare nel merito scelte, programmi, e interessi in campo.

Lo abbiamo dimostrato coerentemente, dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 alle manifestazioni contro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18, la buona scuola, la legge Fornero. Abbiamo manifestato con le associazioni e i movimenti in difesa dei diritti, della democrazia, dell’occupazione e dello sviluppo sostenibile, contro il fascismo, il sessismo, l’oscurantismo e in difesa della Costituzione.

Ogni giorno facciamo opposizione sociale alle scelte sbagliate e agli indirizzi autoritari di questo governo, contro gli editti, le leggi securitarie e razziste, la criminalizzazione delle Ong e la chiusura dei porti, le delocalizzazioni, i mancati investimenti per il Mezzogiorno e in generale per lo sviluppo, la flat tax per i ricchi e l’“autonomia differenziata”, che spacca il paese e riduce diritti universali, purtroppo non contrastata, nei referendum consultivi, dal Pd e da molti sindaci di centrosinistra. A ognuno il suo mestiere.

Abbiamo come faro le proposte congressuali di valore strategico su previdenza, ruolo dello Stato in economia, riduzione dell’orario e aumento del salario, funzione universale della scuola e della sanità pubbliche, sviluppo sostenibile. Su una riforma fiscale seria e radicale che recuperi risorse dall’enorme evasione fiscale e dalla ricchezza accumulata. Siamo anche in Italia per la tassazione delle grandi ricchezze. Abbiamo il nostro Piano del lavoro e la Carta dei Diritti, ovvero il nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Insomma, come Cgil abbiamo la nostra rotta, la nostra idea di Europa e del paese. Che non riscontriamo certo nel governo attuale, ma neppure in quelli precedenti di Renzi e Gentiloni. E se vogliamo dirla tutta, non c’è sintonia con alcun partito politico, nemmeno con l’attuale Pd, che non ha ancora indicato la sua rotta e ricostruito la sua identità.

Eppure, la questione dei rapporti di forza, delle alleanze con la politica, va posta, perché la Cgil non è autosufficiente ed è consapevole della sua parzialità. In Italia c’è bisogno di un partito di massa e di sinistra radicale, alternativo al liberismo e alla centralità del mercato. Un partito non equidistante nello scontro moderno tra capitale e lavoro. Che riscopra la parola “sinistra”, sia riconoscibile e riconosciuto dalla classe lavoratrice, e che abbia al centro il lavoro e i diritti. Una forza politica della quale la Cgil, i suoi militanti sentono la mancanza. E forse si dovrebbe allentare la rigida regola dell’incompatibilità per i delegati sindacali senza cariche elettive, perché possano contribuire, forti dell’esperienza sindacale, alla rinascita di una sinistra politica di massa capace di fare egemonia e di riconquistare il consenso perduto. La natura ancora ambigua del Pd è un ostacolo alla costruzione di questa prospettiva strategica.

La lezione di Marx sulle distorsioni di un capitalismo che crea concentrazioni di potere e ricchezza, e produce diseguaglianze e povertà intollerabili, è ancora attuale. Per non tornare indietro dobbiamo rinsaldare la memoria storica all’oggi, alla partecipazione attiva alla vita politica e sociale del paese. Riscoprire la forza della solidarietà, dell’uguaglianza, dei diritti universali, del valore del lavoro e del senso di appartenenza alla classe lavoratrice. Alla Cgil.

(Questo contributo si inserisce in un confronto, non ancora esplicitato ma presente all’interno della Cgil, sulla sua collocazione e l’atteggiamento rispetto allo scenario politico del dopo voto e al governo. E’ parte di una riflessione che faremo collettivamente nel Coordinamento nazionale di “Lavoro Società, per una Cgil unità e plurale” convocato a Roma per il 25 giugno, nel quale, tra l’altro, discuteremo e decideremo insieme sul futuro della nostra esperienza di sinistra sindacale collettivamente organizzata in Cgil)

 

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

Il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle “zone rosse” di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all’anagrafe, hanno fatto infuriare Matteo Salvini. Il ministro dell’interno, in risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze; altri ricorsi sulle sentenze che permettono l’iscrizione all’anagrafe dei migranti; ma soprattutto un ricorso all’Avvocatura dello Stato “per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”.

Le mosse del Viminale fanno tornare alla mente altri momenti bui, come la delegittimazione dei media di casa Berlusconi ai danni del giudice Mesiano, reo di aver condannato la Fininvest al processo sul lodo Mondadori. Questo caso appare ben più grave, perché ad agire è una istituzione statale che avvia un “dossieraggio” contro magistrati considerati scomodi. Non altrimenti è possibile valutare la decisione di analizzare le uscite pubbliche dei giudici, e i loro rapporti di “vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”.

Il calcolo politico del leader della Lega, in un momento in cui l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura vivono giorni difficili, a causa di ben altre, gravi vicende, è evidente. Ma l’Anm ha reagito comunque, così come la presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano. Prese di posizione meritorie, per non passare dallo Stato di diritto a quello di polizia. 

Tags:

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

Le elezioni del 4 marzo 2018 ci avevano restituito dati netti e piuttosto omogenei in quasi tutto il Mezzogiorno, un risultato che per intensità non poteva che essere espressione di una grande domanda di cambiamento, di attenzione verso un territorio che non aveva trovato negli anni recenti risposte adeguate e che, soprattutto, non si riconosceva nella narrazione di un paese in ripresa che voltava finalmente pagina.

A distanza di oltre un anno non possiamo che constatare, purtroppo, come quella domanda di cambiamento sia rimasta, ancora una volta, inevasa. E che anzi il Mezzogiorno sia stato nuovamente accantonato nel dibattito pubblico e nell’iniziativa del governo. Non è evidentemente un caso, in questo senso, che le recenti elezioni europee abbiano visto risultati ben diversi, confermando un malcontento diffuso e la volontà di un cambio di passo, che ancora una volta però si orienta su proposte politiche che non mettono al centro il lavoro, i diritti e lo sviluppo sostenibile, ma offrono piuttosto risposte demagogiche, securitarie e liberiste.

Le poche politiche specifiche messe in campo si limitano alla conferma di alcuni strumenti già introdotti nella precedente legislatura, prevalentemente incentivi, mentre si riducono ancora le risorse destinate agli investimenti e alla coesione. Manca una visione complessiva delle esigenze di sviluppo dei territori, e tutto sembra ridursi a un tentativo di migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse europee. Lo confermano anche le recenti dichiarazioni del ministro Tria: un “Piano per il Sud” di cui al momento non v’è traccia e che appare coincidere, quanto a tempistiche e risorse dichiarate, con l’avvio della nuova programmazione dei Fondi europei.

Programmare e utilizzare bene le risorse europee per la coesione è obiettivo certamente necessario, ma quand’anche ottenuto comunque non sufficiente, in assenza di adeguate politiche ordinarie. Le Regioni del sud ricevono ogni anno oltre un miliardo in meno di risorse ordinarie rispetto a quanto dovrebbero in percentuale alla popolazione, il tasso di disoccupazione è il triplo del nord e il doppio del centro (18,5% contro 6,6% e 9,6%), l’inattività al è al 45,5% contro una media nazionale del 34,3% (dati Istat riferiti al 2018), e mancano ancora 300mila occupati rispetto al periodo pre-crisi.

Al netto delle differenze interne alle diverse aree del Mezzogiorno, pur rilevanti, questi dati aggregati dovrebbero da soli suggerire l’urgenza di interventi strutturali, che puntino alla ripresa degli investimenti pubblici, anche come leva per quelli privati, e alla creazione di buona occupazione. L’altro aspetto grave della condizionale occupazionale nel Mezzogiorno, infatti, al di là del dato quantitativo, è che è esploso il lavoro povero, sotto retribuito e irregolare. Anche a fronte di un aumento relativo degli occupati, infatti, non si è registrata una corrispondente riduzione della povertà, mentre una parte consistente dei nuovi contratti è rappresentata da part-time involontari.

Di fronte a un quadro già di per sé abbastanza fosco, che vede invertirsi anche i timidi segnali di ripresa degli anni scorsi, anziché moltiplicare gli sforzi per colmare il divario territoriale, è emersa nell’iniziativa governativa l’ipotesi del regionalismo differenziato, che si sta configurando come una vera e propria minaccia alla coesione e all’unità sostanziale del nostro paese.

La richiesta di una nuova centralità per le politiche di coesione e di sviluppo del Mezzogiorno ha dunque un’urgenza particolare, che abbiamo condiviso con Cisl e Uil nella definizione della piattaforma unitaria in vista della legge di bilancio. Rivendichiamo investimenti pubblici nelle infrastrutture sociali, sanità, servizi sociali e istruzione; un piano di investimenti su opere infrastrutturali per connettere efficacemente territori e persone da e tra le diverse aree del Mezzogiorno; un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze, con un piano straordinario di assunzioni; interventi per la prevenzione, manutenzione e la messa in sicurezza; un nuovo modello di governance delle politiche industriali e di sviluppo; interventi per stimolare l’innovazione, la crescita dimensionale e l’accesso al credito del sistema produttivo meridionale, e un reale cambio di passo sulle “Zone economiche speciali”; una vera lotta al lavoro irregolare e alla criminalità.

È proprio su queste priorità, sulla necessità di rilanciare investimenti e occupazione di qualità, che il sindacato ha costruito, unitariamente, la manifestazione nazionale del 22 giugno a Reggio Calabria. Una mobilitazione nel Mezzogiorno, in una delle regioni, la Calabria, che più soffre i divari di sviluppo. Ma anche una manifestazione che parla a tutta la nazione. Siamo convinti infatti che proprio dal sud dobbiamo ripartire per unire il paese, e per rivendicare la centralità del lavoro come leva per contrastare le profonde diseguaglianze sociali, economiche e territoriali che attraversano l’Italia.

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

Decine di migliaia di pensionati a Roma, perché il governo cambi le politiche economiche e ci ascolti.

Se sei ore (treno, bus, metro) in un giorno vi sembran poche, provate voi a manifestare. La citazione, adattata alla situazione, spiega al meglio cosa voglia dire per un pensionato di 65-70 anni e oltre andare, come sostengono i nostri detrattori, “in gita” a Roma. Sacrificio. Ma per una giusta causa.

La gran parte dei partecipanti alla manifestazione può vantare una lunga militanza nel sindacato, quindi una sana (e giusta) propensione alle lotte per ottenere o riconquistare diritti e salario. Ma anche la parte meno “politicizzata”, che si è iscritta allo Spi Cgil perché ha avuto assistenza e soddisfazione rispetto all’ottenimento di servizi e diritti, ha partecipato alla protesta romana, perché consapevole che, a partire dalla non avvenuta perequazione delle pensioni, l’attenzione di questo governo per i pensionati non va oltre il fare cassa (bancomat), risparmiando sulle rivalutazioni delle pensioni per coprire altri provvedimenti economici.

La nostra lotta però non si limita alla protesta per lo scippo di 3,5 miliardi della rivalutazione. Ma è supportata da una solida e ben articolata piattaforma, che necessita assolutamente di un confronto con la controparte governativa: tutela del potere d’acquisto delle pensioni; riconoscimento del lavoro di cura per le donne; pensione di garanzia per i giovani che altrimenti avranno pensioni da fame; stanziamento di ulteriori quattro miliardi perché la sanità pubblica torni ad essere universale, gratuita e di qualità; legge sulla non autosufficienza, pena il disagio estremo per migliaia di famiglie.

Inoltre, sul fronte fiscale, avversione drastica alla introduzione della flat tax (termine inglese che tende a nascondere la reale intenzione), che beneficerebbe i più ricchi a danno di chi ha di meno. Salterebbe la progressività nel pagamento delle imposte, che è un sacrosanto caposaldo costituzionale. Chi oggi paga l’aliquota del 33/41/43% perché ha un reddito più alto, pagherebbe un’aliquota del 15/20%, con ampi benefici. La stragrande maggioranza di pensionati e lavoratori, con redditi sotto i 28.000 euro, avrebbe invece scarsissimi benefici, al punto che in alcuni casi sarebbe più vantaggiosa l’attuale tassazione. Infine, far pagare una tassa sui patrimoni più rilevanti (oltre un milione di euro) non è una bestemmia, è una necessità assoluta ed è certamente più equa che tagliare le pensioni.

Per tornare alla partecipata manifestazione di sabato primo giugno, bellissimo e coloratissimo il colpo d’occhio di una piazza San Giovanni gremita. Un solo disappunto per noi pensionati provenienti con i treni dal nord (ma supponiamo sia stato così anche per alcuni provenienti dal sud), legato al fatto che quando siamo arrivati in piazza, pronti a dispiegare striscioni e bandiere, l’intervento del segretario dello Spi Cgil, Ivan Pedretti, era quasi terminato.

Molto gradita la presenza di rappresentanti delle altre categorie e di molte Camere del Lavoro, ma soprattutto la presenza di una delegazione degli studenti medi romani, che testimonia della stupidità delle polemiche sulla presunta dicotomia tra istanze dei pensionati e sacrosante aspettative di migliaia e migliaia di giovani, votati loro malgrado al precariato. Ai giovani proviamo a ripetere quanto canta Roberto Vecchioni nella sua nuova canzone “Formidabili quegli anni”: “…e le libertà che avete mica c’erano ai nostri tempi, noi ci siamo fatti il culo, tocca a voi mostrare i denti”.

Naturalmente attendiamo risposte concrete da parte governativa, con l’apertura di una seria trattativa, e ci dichiariamo fin d’ora a fianco di tutte le lotte che altre categorie, e gli stessi giovani del Global Strike, hanno già proclamato.

©2020 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search