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Le Giornate del Lavoro che la Cgil ha organizzato a Lecce sono andate bene, ma non sono mancate, sul positivo confronto tra il segretario generale e il premier Conte, semplificazioni e forzature degli organi di informazione sulla “sintonia”, l’“alleanza”, l’“abbraccio” tra Cgil e Presidente del Consiglio. È bene dunque ribadirlo: autonomia, profilo identitario e scelte strategiche economiche, sociali e valoriali assunte dalla Cgil nel congresso non sono di certo in discussione. Nessun collateralismo, nessuna nostalgia concertativa: il metodo del confronto, il riconoscimento del ruolo di rappresentanza sociale delle confederazioni vanno salutati favorevolmente, soprattutto dopo le scelte di disintermediazione dei precedenti governi.

Ora però, senza illusioni né sconti, occorre verificare che al metodo nuovo corrisponda il merito, a partire dai contenuti della legge finanziaria. Se non sarà imboccata una strada alternativa sul fronte fiscale, economico, sociale, industriale, ambientale e culturale, se il valore del lavoro, il diritto a un’occupazione degna per i giovani non saranno al centro dell’azione di governo, il sindacato riprenderà la mobilitazione sulla sua piattaforma.

Una strada alternativa che riguarda anche l’Europa, i suoi trattati e le sue politiche liberiste, dopo i disastri sociali prodotti, i ritardi sull’emergenza ambientale e il cinismo verso migranti e rifugiati. È una Ue disperante quella in cui il Parlamento europeo ha approvato, col voto dei parlamentari del Pd (salvo poche eccezioni) una mozione che equipara nazismo e comunismo. Una vergogna assoluta: la rimozione delle radici delle tragedie del ‘900, una riscrittura della storia deformante e nazionalista che individua nel patto Molotov-Ribbentrop la responsabilità della guerra mondiale, cancellando l’inerzia delle democrazie occidentali dinanzi al violento avanzare del nazismo. Si liquida così anche l’eredità del movimento operaio, socialista e antifascista. Il post-ideologico diviene ideologia: oppressi e oppressori, carnefici e vittime, partigiani e fascisti diventano la stessa cosa, così come la destra e la sinistra, dando fiato al peggior revisionismo reazionario e cavalcando l’onda qualunquistica che spinge a destra.

La mozione non è un incidente di percorso, ma la scelta consapevole per una Ue che si collochi come potenza “liberale” nello scontro geopolitico mondiale, tagliando ogni sua radice sociale, con conseguenze rilevanti sul mondo del lavoro e sulle popolazioni europee. La Cgil, che ha le sue radici nella storia della sinistra e nella migliore tradizione internazionalista del movimento operaio, può e deve contrastare queste tendenze pericolose, confermando al centro della sua elaborazione la solidarietà tra i popoli, contro ogni nazionalismo, com’è sempre stato nella sua storia di sindacato confederale europeo e internazionalista.

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Non piace ai sindacati confederali l’idea di creare un Fondo di previdenza complementare pubblico gestito dall’Inps, fondo che l’esecutivo vorrebbe mettere in campo già con la prossima legge di bilancio, “guardando in particolare ai giovani”. In risposta, Cgil Cisl e Uil hanno osservato puntualmente che sarebbe invece necessario cambiare la legge Fornero, creando una vera pensione di garanzia per i giovani, invece di mettere in cantiere un fondo che non darebbe certo risposte al problema del futuro previdenziale di chi ha carriere discontinue.

“Dare una pensione di garanzia ai giovani non significa farlo attraverso i fondi complementari – sintetizza Maurizio Landini – mentre noi da tempo chiediamo di riformare la legge Fornero in modo serio, e costruire le condizioni per una pensione di garanzia”.

Purtroppo anche il nuovo governo da quell’orecchio proprio non ci sente: nella bozza di programma, in tema di lavoro, manca la riforma del sistema previdenziale – la legge Fornero – al pari di quella del jobs act. Più in generale non c’è una discontinuità sulle tutele e sulle garanzie: non è certo il giusto compenso per le partite Iva che può bilanciare l’assenza del ripristino dell’articolo 18 e la sua estensione, e appunto una nuova normativa sui problemi previdenziali e sociali delle generazioni più giovani. Quelle che, come rileva perfino la Caritas, sono diventate la punta di lancia delle nuove povertà.

Piccolo inciso finale: se Luigi Di Maio, capo politico del M5s, ha spacciato come “inizio del cambiamento del jobs act” il cosiddetto decreto dignità, la verità è che il provvedimento del vecchio governo Conte ha solo cristallizzato l’occupazione a termine: i precari erano 3 milioni e 180mila nel luglio del 2018, e sono rimasti 3 milioni e 209mila nel luglio scorso.

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Una brutta storia contro la Storia, la memoria ma anche il futuro dell’Europa. Da ex parlamentare europeo sono rimasto colpito, avvilito ma anche assai arrabbiato della “risoluzione sulla memoria” che il Parlamento europeo (Pe) ha approvato nei giorni scorsi.

Ricordavo che durante il mio mandato, nel 2005 e dunque in una data effettivamente di ricorrenza dei 60 anni della Seconda guerra mondiale, era stato discusso ed approvato un testo dedicato alla memoria dell’evento. La lettura comparata dei due testi è abbastanza sconvolgente. Ma va fatta. Il testo del 2019, che avviene fuori di ricorrenze e sostanzialmente per “iniziativa” delle destre dei paesi dell’est, infatti, nei commi preliminari e nell’incipit della risoluzione richiama il testo del 2005 e parte dall’evento Seconda guerra mondiale. Ma la tesi e lo svolgimento sono praticamente opposti. Il testo del 2005 apre ringraziando i paesi che con la loro lotta e le loro vittime hanno fermato il nazifascismo. Tra questi, esplicitamente, l’Unione Sovietica.

Il “nuovo” testo rovescia le cose e attribuisce le cause dello scoppio del conflitto al patto Molotov-Ribbentrop. La ricostruzione “storica” appare farsesca. Prima di quell’accordo c’era stato il trattato di Monaco con cui le potenze occidentali avevano accettato l’espansionismo nazista che si era già appropriato di pezzi d’Europa. Prima ancora non erano intervenute né contro le “imprese” coloniali di Mussolini, né contro la distruzione della Repubblica spagnola da parte di Franco.

Per le potenze occidentali l’Unione Sovietica è chiaramente il nemico principale, in quanto nemico geopolitico e sociale. Siccome la risoluzione odierna del Pe “costruisce” la tesi di una Seconda guerra mondiale nata in combutta tra nazisti e comunisti, la resistenza sovietica con i suoi milioni di morti scompare. Non c’è spiegazione di perché dalla combutta si passi alla aggressione. E ciò non importa a chi ha spinto per la mozione (e cioè i governi di destra dell’est) perché il suo fine è quello di giustificare l’azione di repressione anticomunista posta in atto proprio da questi stessi governi con forti presenze di destre anche estreme. Azione di repressione che mette fuori legge i partiti comunisti, e arriva a ordinare di abbattere i monumenti a una vittima, lui sì, dello stalinismo, come Nagy e di chiudere la casa-archivio del filosofo Lukacs.

Nella risoluzione del 2005 la condanna dello stalinismo era netta. Qui si fa invece una equiparazione tra nazismo e comunismo che era stata sempre rifiutata. Thomas Mann la considerava di fatto fascista. Ma il non comparare il nazismo a null’altro è stato sempre un punto di fondo per non “banalizzare” il nazismo, male assoluto, segnalarne sempre e comunque la tragica unicità. Differenziare comunismo e stalinismo è doveroso contro lo stalinismo e verso ciò che i comunisti hanno fatto nella lotta contro fascismo e nazismo ma anche per l’emancipazione del lavoro.

La risoluzione del Pe è molto grave, gravissima perché riguarda la storia dell’Europa. Il fatto che probabilmente nasca dalle contingenze politiche, e dalla voglia di accattivarsi i governi di destra dei paesi dell’Est che hanno votato per la nuova Commissione, rende il tutto non meno grave ma più squallido.

Colpisce e addolora che nessun parlamentare di sinistra italiano abbia votato contro. L’Italia, paese di Gramsci, della Resistenza e del più grande partito comunista d’occidente! In un secondo momento, il medico di Lampedusa, eletto col Pd, Pietro Bartolo ha detto di aver riflettuto e di aver corretto il suo voto da positivo a negativo come si può fare per regolamento. Ne sono contento.

Tutta questa tristissima vicenda conferma che troppi che dicono di combattere le destre in realtà vi si alleano. I socialisti, i popolari e i liberali europei l’hanno votata. Anche la maggioranza dei verdi. Una minoranza dei verdi si è astenuta come i cinque stelle. Contrario il Gue. La conferma che il meno peggio difficilmente combatte il peggio.

Ho parlato della risoluzione del 2005. Per la verità neanche quella mi convinceva. Niente a che vedere con quella di oggi, ma pure la sua visione dell’Europa mi preoccupava. Un’Europa “altra” da quella che nasceva dalla lotta al nazifascismo che aveva al centro l’idea della liberazione sociale. Tragicamente fallita dal “socialismo reale”, ma dopo l’ ’89 abbandonata dall’Europa reale che si consegnava al neoliberismo.

L’insistenza a datare la nascita dell’Europa non nel 1945 ma nel 1989, se si auto-motiva con la caduta del muro, in realtà guarda assai più alla rottura neoliberista. È questo che, purtroppo, apre un vero e proprio varco alle destre. La coincidenza tra la caduta del muro e l’abbraccio al neoliberismo determina due conseguenze entrambe negative, verso l’ovest e verso l’est. Le destre crescono in entrambi i versanti sulla “denuncia” della perdita delle conquiste sociali all’ovest e il tradimento delle “promesse” all’est. Proprio una brutta storia che fa molti danni alla Storia.

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Care compagne “Belle Ciao” e cari compagni che non vi riconoscete nella tattica vendicativa della lobby dei padri separati, l’appuntamento di Roma del 28 settembre, per una manifestazione che coinvolgeva i movimenti e le associazioni femministe, la Cgil e la Uil, per chiedere di eliminare dai lavori del Parlamento il Ddl Pillon e collegati, è stato annullato.

Il cambio di governo ha costretto associazioni, centri antiviolenza e attivisti a rinviare temporaneamente il corteo organizzato a Roma, ma la mobilitazione continua e va tenuta alta l’attenzione, perché nel caos generato dalla prima crisi di governo agostana si rischia che i temi legati ai diritti delle donne passino in secondo piano.

Con la fine del governo giallo-verde ci lasciamo alle spalle un esecutivo fra i più misogini e maschilisti che l’Italia abbia mai avuto; che ha accarezzato, oltre all’idea di un arretramento sui diritti, un ritorno alla famiglia come modello autoritario e totalitario fondato sulla sottomissione della donna. Ma occorre restare vigili.

Il governo Conte-bis, insediato il 5 settembre, nonostante le belle parole sulla necessità di avere un governo in cui fosse rispettata la parità di genere in discontinuità col precedente, alla fine ha registrato il minimo sindacale di sette ministre su 21, per non farsi definire, da femministe e femministi, come impresentabile.

Il risultato è che oltre la metà della popolazione italiana non è adeguatamente rappresentata. Questo dimostra che, a differenza di altri paesi europei, in Italia continuiamo ad avere seri problemi sulla rappresentanza di genere. Si sono fatti passi avanti, perché non ci sono più i rappresentanti delle forze politiche che hanno mortificato il ruolo delle donne e cercato di cancellare anni di battaglie femministe per i diritti, e il ministro Fontana, uno dei partecipanti al Congresso mondiale della famiglia di Verona, non ha più la delega alla famiglia, ora accorpata al ministero delle pari opportunità guidato da una donna. Ma notiamo che nessun partito ha fatto uno sforzo per attuare una reale parità di genere nella formazione dell’esecutivo, e nessuna delle ministre ha una relazione forte con le associazioni che lottano ogni giorno per i diritti delle donne.

Sono consapevole che la sola rappresentanza paritaria non basta a migliorare la vita delle donne, ma sarebbe passato il messaggio di un modello in grado di garantire pari diritti ed opportunità. Non possiamo ignorare l’enorme difficoltà delle donne ad accedere a posti apicali in tutti i settori, ma se questo accade anche nelle istituzioni, nella politica, nel sindacato e nelle associazioni, la sconfitta è ancora più pesante, perché proprio dalla politica e dal mondo associativo dovrebbe proporsi un modello sociale diverso.

Dopo questa stagione regressiva, il nuovo governo deve agire affinché il genere, le politiche ed i diritti delle donne non siano considerati di parte, ma necessari per stare meglio tutt*; le proposte di legge (dal Ddl Pillon a quelli Gasparri e Stefani) espressione di politiche arretrate che azzerano anni di conquiste, siano immediatamente ritirate; ci sia un impegno serio nella lotta contro gli stereotipi, le discriminazioni, la violenza degli uomini sulle donne e le molestie sul lavoro, a partire dalla piena applicazione della Convenzione di Istanbul, utile a prevenire violenza e abusi e, soprattutto, a proteggere le vittime e punire i colpevoli.

Spero che il governo non pensi a politiche che ledano i diritti delle donne, faticosamente conquistati in anni di lotte femminili, femministe e sindacali; non faccia politiche con una visione di famiglia in cui la donna sia subalterna all’uomo; non continui ad ignorare la dilagante violenza degli uomini sulle donne, perché non basta il “codice rosso”, servono politiche per cambiare una cultura che legittima la violenza contro le donne, a partire dalla modifica del linguaggio, dal “com’era vestita” al “se l’è cercata”, fino ad augurare lo stupro.

Continueremo a vigilare per proseguire il percorso che iniziarono le donne costituenti, non solo per mantenere i diritti raggiunti, ma anche per conquistarne di nuovi, rilanciando una nuova battaglia culturale e politica, insieme: donne e uomini. L’appuntamento è il 5 ottobre a Roma all’Assemblea nazionale delle donne Cgil, per costruire un paese migliore per tutt*.

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