Piero Scaramucci, il rigore, la creatività, l’abnegazione - di Mario Agostinelli

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Una brutta fine estate questa che si è portata via da ultimo Eddy, e poco prima, l’una dopo l’altra, due belle persone: Sergio Veneziani dal sindacato, Piero Scaramucci dall’informazione. Un po’ simili e vicini, non solo per l’aspetto disordinato che accompagnava riccioli mai pettinati, ma, soprattutto, per quell’ironia che supporta una necessaria fermezza con cui ci si attrezza ad affrontare battaglie lunghe senza cambiare mai fronte. Simili anche nella convinzione che, soprattutto in politica, alterare la verità, per non vedere il vedibile e non ascoltare l’udibile, evita forse nemici, ma allontana dal giusto.

Ho solo accennato a Sergio per rendere meno irrazionale la mia rabbia per la scomparsa imprevista di Piero, morto a metà settembre per le conseguenze di un aneurisma che lo aveva colpito un mese prima. Milanese, aveva 82 anni e nel 2001 era stato premiato con l’Ambrogino d’oro. Piero è stato un giornalista Rai dal 1961 – entrò per concorso – al 1992, quando prese la direzione di Radio Popolare che mantenne fino all’autunno del 2002. Radio Popolare, la sua “creatura” che aveva ideato nel 1976 e che aveva guidato nei primi anni di vita. Fece parte del gruppo di “giornalisti democratici” che nel 1970-71 collaborò alla controinchiesta “La strage di Stato”, in cui si sbugiardava l’impianto accusatorio contro Pietro Valpreda e gli anarchici, e si indicava nei servizi segreti deviati e nelle organizzazioni neofasciste i responsabili della strage di Piazza Fontana. Fu lui a ridare dignità alla vedova di Pinelli, Licia, che lo amò come un figlio dopo il suo intenso omaggio in “Una storia quasi soltanto mia”.

Quando si ritirò dalla professione attiva si dedicò all’Anpi, dove ritrovava compagni e amici sempre in breccia. Perfino “il Foglio” gli riconosce di essere stato un maestro di giornalismo. Ma, subito dopo, per non tradire gli schieramenti di cui quel quotidiano è un ostinato propugnatore, aggiunge: “Un maestro schierato, di parte”. E già! Come non rimproverare la scommessa di Piero di dar voce e protagonismo a chi, a quel tempo, non lo aveva e ancor oggi non ne ha? Movimenti giovanili, consigli di fabbrica, comitati territoriali, femministe, centri sociali: non c’era voce dal basso che non fosse attentamente ascoltata, documentata, e in questo “microfono aperto” il sindacato trovava un formidabile canale di comunicazione.

Sono molte le generazioni che hanno potuto apprezzare il “Diretur”, standogli a contatto e ricevendo telefonate inaspettate per anticipare, arricchire o rincorrere la notizia cui lui spesso dava priorità, anche a costo di mantenersi fuori dal coro. Ricordo le notizie giornaliere sulla Siria, la necessità di “risarcire” Pinelli e Valpreda, la minuta ricostruzione della continuità delle stragi fasciste, la guerra del Golfo e l’attacco aereo a Belgrado, commentati in antitesi con la retorica della “guerra giusta”.

Il suo rientro nel 1992 a Radio Popolare (strumento davvero “proletario”, unico nell’area milanese) risultò un dono per il sindacato, perché non c’era fabbrica o vertenza che non ricevesse da lui attenzione e commento. In moltissimi luoghi di lavoro le pause corrispondevano a sintetizzarsi sulla frequenza 107.6, mentre le campagne abbonamenti per sostenere una comunicazione originalissima in Lombardia erano scandite in diretta dalle stesse voci che io ascoltavo nelle assemblee della Cgil.

Quando nel 1987 seguì per il Tg2 l’alluvione in Valtellina, per testimoniare la tracimazione dell’enorme massa d’acqua che si era formata per l’accumulo dei detriti, mi chiamò per avere il nome del miglior guidatore di ruspe della Fillea Cgil. “Un mago - mi disse - che ‘pennelli’ con la pala per far rotolare a valle i pini abbattuti senza che l’acqua lo porti via”. Il migliore, secondo Piero, lo conosceva il sindacato e lui non l’andava a chiedere ad aziende superspecializzate.

Ancora lo ricordo sorridente, al volante di una piccola spider, per niente pretenziosa, con la moglie al fianco ad “annusare – diceva lui – e sentire più da vicino e sulla faccia l’aria che tira”, anche quando si esce da Milano per trovare gli amici e si va lenti tra due ali di palazzotti tutti uguali, aree dismesse recintate, centri commerciali sempre più estesi e odore di fabbriche sempre più raro. Di questo si era accorto bene il “Diretur”, che ha sempre ispirato e voluto la sua “radiopopolare” come il luogo da cui si raccontava in diretta il mutare del paesaggio della Lombardia e dei sentimenti stessi dei suoi abitanti. Con l’emergere di un consumo inusitato di suolo e di un rinserrarsi nei propri interessi che non andava certo nel verso giusto.

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