La Nadef del “io speriamo che me la cavo” - di Alfonso Gianni

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La Nota di aggiornamento del documento di Economia e Finanza (Nadef) è stata disciplinatamente votata in Parlamento, ma non scalda i cuori a nessuno. Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio (organo indipendente dalle Camere) hanno di fatto bocciato la manovra del governo. Le organizzazioni sindacali non hanno risparmiato critiche. Sono contente che si sia aperto un tavolo di confronto a Palazzo Chigi, ma il metodo apprezzabile non garantisce del risultato. Infatti nell’assemblea Cgil Cisl Uil di Assago il ricorso a mobilitazioni generali è stata più che un’ipotesi. Il presidente dell’Assolombarda, Carlo Bonomi, ha lanciato al governo un appello più ironico che appassionato: “Questa volta stupiteci!”. Ma non è successo.

Eppure il contesto si presenta meno aspro di altre volte. Il temutissimo spread viaggia sull’onda dei 140 punti; il 2,2% di deficit pare cosa acquisita; la Commissione europea si appresta a concedere al nostro paese una nuova flessibilità per 14 miliardi. Certamente pesa la minaccia di una nuova recessione su scala mondiale. Ce lo indicano i capovolgimenti dei rendimenti dei titoli di stato tra quelli a lungo termine e quelli a breve; lo conferma il tintinnio di spade sul fronte dei dazi e dei contrapposti protezionismi; lo sottolinea lo scivolamento nella recessione dell’ex locomotiva tedesca e delle economie ad essa strettamente collegate. Ma proprio per questo bisognerebbe sapere cogliere il momento per osare uno scatto di reni.

Invece, Renzi in testa - e si capisce ancor meglio il senso della sua scissione - ribadiscono ossessivamente che “non si possono aumentare le tasse”, quando invece bisognerebbe domandarsi per chi. L’idea di operare selettivamente, rimodulando le aliquote Iva, non era una novità. Già il ministro Tria si era dichiarato sensibile al tema, partendo dall’assunto (sbagliato) che le imposte indirette sono meglio di quelle dirette. Anche a sinistra si è avanzata questa ipotesi, seppure partendo da diversi presupposti. Ma per evitare che una simile scelta si capovolga nel suo contrario, bisognerebbe mettere in atto un insieme di azioni e di norme che difficilmente potrebbero nascere sotto schiaffo dei controllori di Bruxelles.

Se si aumentano le aliquote per i beni di lusso bisognerebbe assicurarsi che la già elevatissima evasione fiscale non cresca del pari. Quindi avere un piano perché i dati raccolti elettronicamente non giacciano inerti, ma vengano sottoposti ai necessari incroci per scovare gli evasori grandi o piccoli. L’evasione fiscale in Italia non riguarda solo i grandi ricchi ma è assai diffusa, e anche per questo è difficile da combattere. Bisognerebbe che i controlli incrociati si potessero fare senza violare le norme attuali sulla privacy, modificandole in nome di un interesse superiore. Servirebbe puntare alla prevenzione dell’evasione, e non solo alla sua repressione.

Necessita una politica, non un’operazione contabile. In voluta assenza di tutto questo era prevedibile che il governo ricadesse nella sterilizzazione delle clausole di cui siamo prigionieri dal 2011. A detrimento di necessarie spese sociali. Del cuneo fiscale se ne parlerà a metà anno prossimo, come se l’incremento dei consumi popolari fosse ininfluente per dare una scossa a una stagnante economia. Mentre la riforma degli odiati ticket si arena sulle fasce di reddito familiari e viene compressa dentro un tetto annuo. Per non parlare della “green economy”, che avrebbe dovuto essere l’asse portante innovativo, a cui invece si destina uno stanziamento ridicolo.

Il punto più debole è la previsione di un recupero di 7 miliardi dall’evasione fiscale. Sulla base dei precedenti è assolutamente inattendibile. “Io speravo che me la cavo” è l’insegna di questa Nadef rivolta agli organi europei. Ma il via libera della Commissione ancora non c’è. Invece che tassare maggiormente l’acquisto delle mitiche Lamborghini, per poi lasciare tutto come prima, converrebbe pensare a misure patrimoniali, anche straordinarie, che colpiscano non tanto i consumi, ma ricchezze, redditi ed elevati profitti, con una congrua franchigia per i redditi bassi. Ma Conte e Gualtieri dicono no. Pare che solo prospettare una patrimoniale, anche se straordinaria, farebbe cadere immediatamente il governo. Appunto, ma questo dimostra proprio che non siamo affatto di fronte ad una svolta, ma prigionieri della vecchia politica che ha preceduto il governo pentaleghista e ne ha favorito la nascita.

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