Agro pontino, la lotta determinata dei sikh contro i nuovi schiavisti - di Jean-René Bilongo

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Risuona decine di volte, in lingua vernacolare punjabi, lo slogan “il mio diritto mettilo qua! Dacci il nostro diritto qua!”. Urlato da circa tremila lavoratori sikh spesso “inturbantati”, il grido squarcia la quiete di piazza della Libertà, attigua alla Prefettura di Latina. Quel pomeriggio del 21 ottobre la piazza è sindacalmente etnica, per l’ennesima manifestazione contro gli abusi che qui sono all’ordine del giorno.

Il marciume agro-imprenditoriale locale è sempre più feroce, spietato nei loro confronti. Per spremerli sul lavoro come limoni, fino all’ultima goccia di sudore, al costo di minacciare di far spargere il sangue. I fatti che hanno portano i sikh in piazza quel 21 ottobre sono agghiaccianti. Esattamente una settimana prima, il 14 ottobre, era stato tratto in arresto uno schiavista di Terracina con uno stuolo di accuse: sfruttamento lavorativo, minaccia aggravata con l’utilizzo di arma da fuoco, lesioni personali, ecc.

Il vocato negriere, probabilmente galvanizzato dai metodi gangsteristici incardinati da altri, costringeva i suoi “arnesi umani” sikh a condizioni di lavoro umilianti, avendoli stipati in stamberghe simili a porcili, e imponendo ai lavoratori compensi rachitici di comune accordo con i caporali. Stavolta la ciliegina sulla disgustosa torta è il fucile costantemente puntato contro i lavoratori sikh, a mo’ di minaccia. Di fronte alla protesta inscenata dai malcapitati, partono dei colpi. Fortuna ha voluto che non fosse rimasto ferito alcuno. E per non lasciar dubbi circa la propria risolutezza, il mascalzone passa e terrorizza la sua piccola mandria sikh puntando lo schioppo alla gola di ciascuno dei suoi schiavi.

Nell’Agro pontino sfruttatori e aguzzini schiumano di rabbia fin da quel 18 aprile 2016, quando si tenne lo storico sciopero della vasta comunità dei lavoratori agricoli sikh. Da allora spesso scoppiano echeggianti vicende che raccontano il dramma vissuto dai Sikh, la loro determinazione a non farsi intimidire né intimorire, l’impegno della Flai Cgil territoriale, insieme alla Cooperativa In Migrazione di Marco Omizzolo, che qui sono le luci di soglia sulla via della dignità. E la libertà nel lavoro. Oltre ai diritti contrattuali.

La strada è impervia. L’atmosfera agropontina plumbea. Come spiega la Flai Latina-Frosinone, la vicenda dei sikh costretti a lavorare con il fucile puntato “si inserisce in un clima d’intimidazione creato da un sistema che coinvolge imprenditori compiacenti, caporali e organizzazioni di tipo malavitoso. Quello dell’imprenditore con il fucile è un caso limite, ma non isolato”. Pochi giorni prima, il 7 ottobre, il traffico ferroviario aveva subito una battuta d’arresto all’altezza di Priverno. A mandarlo in tilt, un lavoratore sikh sdraiato sui binari, nonostante la pioggia battente. Protestava per lo sfruttamento di cui era stato vittima. Cacciato dall’azienda nella quale lavorava per aver chiesto di essere pagato. Dopo mesi e mesi senza nessun compenso. La Flai territoriale, che si era fatta carico di quest’ennesimo caso di disperazione urlata, ha spiegato che l’interessato “ha vissuto nella stalla di quello che chiamava ‘padrone Giovanni’, non ne conosceva il cognome, non aveva visto altro che le bestie e i binari. Era spaventato, abbiamo provato ad aiutarlo, ma alla fine è scappato, scomparso”.

Oltre allo sfruttamento e al caporalato, le recriminazioni dei sikh dell’Agro pontino guardano anche agli inspiegabili intoppi burocratici che li avviliscono ulteriormente. C’è chi aspetta il rinnovo del titolo di soggiorno da un anno, pur avendo tutte le carte in regola. Quello di Latina è un coacervo inverecondo di diritti asfaltati, di mortificazioni patite. Bisogna agire. Subito. Ognuno assumendosi le proprie responsabilità. Per restituire la dignità calpestata dei lavoratori sikh. Qui occorre una risposta decisa, ferma e perentoria agli sfruttatori. E anche la piena attuazione di quella legge 199 che qui dispiega qualche effetto di non poco conto. Ne è prova la lievitazione dei casi di lavoratori agricoli migranti che denunciano le proprie indecenti condizioni di vita e di lavoro.

La manifestazione del 21 ottobre è un ulteriore tassello in questa direzione. Che gli impegni formalmente assunti dalla Prefettura siano seguiti da fatti concreti. A cominciare dalla messa a regime della sezione territoriale della Rete del lavoro agricolo di qualità.

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