Introduzione della sessione pomeridiana di Maurizio Brotini - Direttivo nazionale Cgil, Segreteria Cgil Toscana

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Il confronto sul prossimo Segretario della Cgil vede contrapporsi due candidati: Maurizio Landini come indicazione ufficiale della Segreteria uscente e Vincenzo Colla, disponibile ad essere candidato in alternativa.

Un primo elemento di riflessione è cosa possa e debba motivare la presentazione di una candidatura alternativa a fronte della condivisione dello stesso documento congressuale, ovvero quali siano le diverse possibili declinazioni concrete del documento che supportino un atto sicuramente legittimo, probabilmente anche utile, ma che proprio per la sua oggettiva rilevanza merita una robusta motivazione politica che sostanzi la scelta, oltre ai riferimenti ad una diversità inerente la cultura politico-sindacale dei due candidati.

Entrambi hanno sostenuto lo stesso documento congressuale, ma sono in effetti espressione di due diverse analisi e proposte per la Cgil del futuro.

In verità, le differenze – più chiare ed evidenti alla luce dei rispettivi sostenitori - sono anche sulla condivisione o meno delle scelte che la Cgil ha compiuto negli ultimi anni, con particolare riferimento al No al referendum costituzionale, la decisione di invitare al voto al referendum sulle trivelle che rimandava ad una idea di sviluppo ambientalmente sostenibile ed all’importanza di avviare con più decisione la transizione energetica ed all’aver deciso di accompagnare la legge di iniziativa popolare sulla Carta dei diritti universali del lavoro con tre referendum abrogativi.

Anche sul tema delle grandi opere – non necessariamente sempre utili- e sull’importanza di interrogarsi sulla qualità dello sviluppo vi sono indubbiamente sfumature significative.

Vi è da parte della maggioranza che propone Landini la consapevolezza che un ciclo sociale e politico si è definitivamente chiuso con le posizioni assunte dal PD – e non solo per il ruolo di Matteo Renzi – che avevano incrudelito sui lavoratori e sul Sindacato facendosi attardato e feroce interprete delle politiche di austerità dell’Europa neoliberista.

Per questo era un dato obbligato porsi come soggetto direttamente politico: se in Parlamento nessuno rappresenta organicamente il Lavoro, il Lavoro si appropria di strumenti come i referendum storicamente non appannaggio dell’azione sindacale.

La CGIL non aveva più un problema di autonomia o di indipendenza, ma di solitudine.

Una solitudine che andava affrontata ricostruendo una connessione sentimentale e morale primariamente con un mondo del lavoro segmentato e stratificato.

L’iniziativa confederale svolta in questi ultimi anni costituisce la precondizione per una credibile ricomposizione del lavoro, anche di quello autonomo economicamente dipendente, nel rinnovato perimetro di rappresentanza della CGIL.

In verità vi è un altro punto di diversità ed analisi, forse ancor più rilevante: la rottura verificatasi tra il mondo del lavoro e tutte le varie forze definite ed autodefinitasi di sinistra con il voto delle ultime elezioni politiche ed amministrative può costituire l’anticipazione di una rottura ancor più profonda tra la Cgil ed il mondo del lavoro nelle sue stratificazioni e culture di riferimento.

Dietro il consenso numerico e la mantenuta rilevanza - derivante da un profilo confederale autonomo - la Cgil corre tuttavia il rischio di maturare un distacco molto profondo con i lavoratori e le lavoratrici e di trasformarsi in una federazione di categorie molto più simile al modello Cisl, organizzando e rappresentando verticalmente solo i settori forti che tendono a farsi corporativi.

Perché la Cgil, oggi, è come un pattinatore che volteggia su una lastra di ghiaccio sempre più sottile.

Le stesse trasformazioni del mondo del lavoro derivanti dall’innovazione tecnologica e dalla piena diffusione dell’informatizzazione e digitalizzazione non sono né un fattore neutro né dispiegano naturalmente un processo di liberazione dell’uomo-lavoratore, che si ritroverebbe spontaneamente nuovamente al centro dei processi produttivi attraverso il recupero di una dimensione “artigianale” derivante dalla quantità e qualità del sapere sociale necessario ai nuovi tecnologici lavori.

In realtà il quadro è ben più mosso ed articolato, e niente affatto rassicurante.

Perché il lavoro si è articolato in due grandi segmenti frutto dell’offensiva neoliberista:

il lavoro precario subordinato destrutturato, sia esso dipendente che autonomo, a tempo determinato permanente, a part-time involontario, a progetto e a chiamata, flessibile, a rimborso di scontrini, povero, gratuito;

il lavoro “stabile” a tempo indeterminato, spesso disperso nella polverizzazione delle unità produttive, quello della fabbrica-comunità dove sono esclusi il conflitto e la rappresentanza autonoma del Lavoro, dove vige il principio di collaborazione, di fedeltà, di condivisione dei valori, dove tendenzialmente i rappresentanti dei lavoratori possono essere solo espressione di un sindacalismo aziendale.

Una fase dove prevale l’ideologia dell’imprenditore di sé stesso, della società della prestazione, della società che non esiste ma solo gli individui, dell’individualismo proprietario anche in assenza di proprietà e del non ci sono alternative di tatcheriana memoria.

Riunificare le lavoratrici e i lavoratori precari del “popolo dell’Abisso” con i lavoratori occupati dentro il “primo cerchio” delle aziende toyotiste, quello del contratto a tempo indeterminato e dei diritti: questa è la sfida che la CGIL ha davanti.

Elementi comuni, punti di contatto tra questi mondi altrimenti opposti possono essere riscontrati andando a scavare al fondo della produzione e degli attuali meccanismi di dominio.

L’alienazione in primo luogo, che pone la merce prodotta dal lavoratore, sia esso un ingegnere stabile o un precario della gig economy, al di sopra del lavoratore stesso, rendendo la merce stessa unico elemento realmente vivo e carico di valori positivi in una società consumista, non più oggetto ma soggetto del ciclo produttivo in cui chi produce viene a sua volta ridotto a oggetto, a parte integrante della produzione stessa.

In secondo luogo l’assenza di libertà. I meccanismi di comando possono essere evidenti e diretti, attraverso la presenza di una gerarchia, di capireparto, oppure possono essere nascosti attraverso la costruzione di meccanismi di fedeltà e un senso dell’autodisciplina indotta. Ma in ogni caso chi lavora non può essere libero di contestare il meccanismo che lo domina, non deve potersi organizzare per portare avanti la propria visione collettiva e alternativa del lavoro.

In terzo luogo ai lavoratori viene rubato il tempo libero. Per Marx liberare il tempo dal lavoro, avere il tempo per la propria autorealizzazione, era un passaggio essenziale nella lotta di classe contro lo sfruttamento. Oggi più che mai chi lavora vede tempo di vita e tempo di lavoro confondersi in modi multiformi. Con il lavoro a chiamata e l’intermittenza della prestazione lavorativa, con l’uso di beni aziendali, quali computer e smartphone, con una disponibilità pressoché continua. Oltre a questo nuove forme di produzione di ricchezza si avvinghiano alla nostra vita quotidiana: nella società della comunicazione le informazioni (i big data) sono merci preziose e i sistemi contemporanei hanno trovato ogni strada possibile per estrarli continuamente.

I due mondi nei quali si articola in questa fase il lavoro – come già accennato - sono entrambi frutto dell’offensiva neoliberista, che ha definito un modello di governo legato alla destrutturazione del tradizionale sistema di regolazione sociale dell’economia ed alla diffusione della competitività come criterio fondamentale di giudizio di valore.

Tali processi, uniti alla crescente individualizzazione delle carriere di vita, stanno delineando i contorni di un nuovo tipo di configurazione economica e sociale che potremmo definire come società della prestazione, dove risulta centrale la retorica manageriale d’impresa e dove si prefigura la nascita di una nuova antropologia e di un nuovo discorso sociale basato sulla centralità della performance come imperativo sociale.

Tutti noi possiamo e dobbiamo affrancarci, individualmente e collettivamente, dalla comune ideologia prestazionale avendo come orizzonte immanente quello di una società altra: con la misura, da contrapporre alla dismisura del mercato, strumento di un nuovo e rinnovato umanesimo che rimetta al centro della dimensione sociale e politica gli uomini e le donne nella loro materialità; con il desiderio, come recupero della relazione tra individui, a fronte della dimensione patologicamente schizofrenica della società della prestazione; con l’arte, ovvero con la riappropriazione di atti effettivamente creativi e con il godimento del bello.

La forza della Cgil non è un dato stabile, acquisito per sempre, da spendere in un gioco di riconoscimenti tattici e diplomatici rispetto all’unità sindacale, al sistema datoriale e politico-istituzionale.

Il mondo del Lavoro, in questa fase, si ricostruisce attraverso il conflitto e la mobilitazione: perché ha bisogno di riconoscersi e ritrovarsi nello smarrimento della coscienza di sé.

Perché è il conflitto il motore dello sviluppo – come sosteneva anche Togliatti proprio in Ceti medi ed Emilia rossa - e la Cgil deve far rinascere lo scontro nei luoghi di lavoro estendendolo all’intera società: per il salario, la sicurezza, l’organizzazione del lavoro, la qualità del lavoro, per la riappropriazione del tempo di vita.

Perché parlare di Lavoro significa frattura di classe, l’asse politicizzato che deve innervare e definire l’intero sistema sociale.

Perché la Cgil deve mettersi in mare aperto, non attardarsi a contemplare le vestigia di un mondo che ormai più non è.

E questo è ciò che il Congresso dovrà decidere.

 

Si dice – è possibile sostenere - che a causa dei tempi lunghi del Congresso potrebbe essersi verificata una sfasatura tra Documento congressuale e nuova fase sociale e politica, con particolare riferimento al quadro politico-istituzionale.

Al netto che il Documento voleva esplicitamente caratterizzarsi per pensieri lunghi – oserei dire strategici - non riconducibili al mutare della superficie della rappresentanza istituzionale, la domanda da porsi è se i mutamenti rafforzino e radicalizzino il documento accentuandone l’animo vertenziale e di movimento oppure impongano una sostanziosa e robusta modifica della linea, così rilevante da giustificare politicamente proprio il fatto che sia un gruppo dirigente diverso da quello degli ultimi anni a gestire tale operazione.

Ed è questa, a mio avviso, la discussione vera che abbiamo di fronte a noi.

Il Governo giallo-verde-nero Salvini-Di Maio è senza alcun dubbio liberista in economia, illiberale sul fronte dei diritti civili, xenofobo razzista e securitario.

Un Governo sostenuto dalle forze che hanno capitalizzato sul piano elettorale le insicurezze sociali prodotte dall’attacco al lavoro ed allo stato sociale dei Governi tecnici sostenuti dal Pd e da governi dal Pd direttamente guidati, attacco che ha avuto il suo punto più alto con Matteo Renzi e le sue scelte come il Jobs Act, la Buona Scuola, l’attacco al Sindacato ed il tentativo – fallito – di riscrittura costituzionale.

Un Governo con una forte investitura nelle classi popolari e nel mondo del lavoro, se come afferma una ricerca della Fondazione Di Vittorio il 33% degli iscritti della stessa Cgil ha votato M5Stelle ed un 10% Lega, con un travaso costante di consensi dal M5Stelle alla Lega arrivando ai nostri giorni ma senza nessuna significativa riduzione del consenso complessivo.

Precipitano in questo risultato processi di fondo e precise scelte da parte delle forze politiche.

Il Pd e Matteo Renzi ha scientemente spinto il M5Stelle verso la Lega, non aprendo neppure una interlocuzione parlamentare che avrebbe potuto condurre ad un esito ben diverso sul piano del governo del Paese.

Una scelta politicamente grave, di cui si vedono oggi chiaramente gli effetti, ovvero la saldatura definitiva sia sul piano elettorale che sociale del blocco giallo-verde ad egemonia leghista.

Le scelte di ieri rimandano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed alla sua precisa responsabilità nel non aver permesso che il Paese andasse immediatamente al voto dopo l’implosione del governo Berlusconi – alimentando e subendo il terrorismo dello spread e dei mercati – lavorando per la costruzione del cosiddetto Governo tecnico di Mario Monti, quello della controriforma Fornero sulle pensioni e della sostanziale manomissione dell’articolo 18.

La Sinistra larga – PD compreso-, se si fosse votato allora, avrebbe archiviato per sempre la stagione del Centrodestra, Lega inclusa, e non avremmo avuto nello scenario politico né l’assalto vittorioso di Matteo Renzi al Pd di Bersani né l’esplodere della creatura della Casaleggio associati e di Beppe Grillo.

I processi di lungo periodo e di livello strutturale rimandano alla profondità della faglia rappresentata dal voto del 4 di marzo. Le politiche di austerità e di limitazione delle sovranità costituzionali portate avanti dai conservatori e dalla maggioranza delle forze appartenenti all’Internazionale Socialista hanno consegnato a livello di massa i cosiddetti sconfitti della globalizzazione alle forze reazionarie e xenofobe, che ripropongono nella propaganda e nell’agitazione politica elementi che hanno caratterizzato il fascismo “sansepolcrista” e tutte le destre sociali.

Temi che parlano e fanno presa su un mondo del lavoro non più rappresentato da tempo sul piano politico, impoverito e precarizzato, sfibrato dalla sfiducia nell’azione collettiva, individualizzato dal capitalismo post-fordista, annichilito dalla nuova ragione del mondo della retorica manageriale e della società della prestazione.

Un processo di privatizzazione e gestione privatistica ed aziendale della società e dei rapporti sociali che trova sul piano politico-istituzionale una ulteriore affermazione con il cosiddetto “contratto del Governo del cambiamento”, sanzione formale della vittoria dell’azienda sul lavoro e della aziendalizzazione della vita quotidiana – resa possibile anche dallo sfarinamento dei partiti di massa.

Il totale svuotamento del Parlamento e delle Commissioni parlamentari rispetto alla Legge finanziaria di questi giorni è un vulnus gravissimo per la democrazia, una accelerazione quali-quantitativa di processi e scelte di medio periodo.

Ci siamo battuti perché le modifiche costituzionali promosse dal Governo Renzi non venissero confermate nel referendum impegnandoci per il NO e ci battiamo oggi per riaffermare la centralità del Parlamento.

Nella lunga traversata nel deserto che ci aspetta non sarà inutile fissare dei punti fermi.

Bisogna dare risposte concrete e materiali al bisogno di lavoro e di liberazione dal lavoro, di salario, di pensioni, di sanità e di scuola pubblica.

Chi pensa di opporsi al Governo Salvini-Di Maio in nome dell’austerità e del “non ci sono alternative” all’ordoliberismo tedesco consegnerà il nostro Paese alle forze della Destra Sociale più radicale.

Chi pensa di opporsi soltanto sul piano dei diritti civili senza legarli e farli marciare assieme ai diritti sociali spingerà ancor più le classi popolari verso la reazione.

Il giudizio sul Governo deve essere netto, valoriale e politico.

La nostra deve essere una dura e credibile iniziativa che si basi sul valore e la dignità del lavoro, non sul rispetto dei parametri dell’Europa dell’austerità e delle pressioni delle agenzie di rating al servizio della finanza globale.

Non ci divide il giudizio sul Governo giallonero, ci dividono le modalità per ricostruire una egemonia fondata sul Lavoro e non sull’egoismo proprietario tra i lavoratori e le lavoratrici in carne ed ossa: perché le necessarie mobilitazioni contro questo Governo riescano non dobbiamo neppure dare l’impressione che siano sulle parole d’ordine dei Governi tecnici o dell’austerità seppur temperata.

Io penso che proprio il Governo che abbiamo di fronte, il saldarsi a livello di massa dei disvalori della Lega che fanno egemonia sul mondo 5Stelle, il consenso di cui ancora robustamente godono per venire dopo i disastri dei Governi dell’austerità europea imperniati sul PD, confermino e rafforzino l’indicazione della Segreteria Nazionale uscente.

 

Il Congresso di una delle poche organizzazioni di massa presenti nel nostro Paese parla e deve parlare anche fuori di sé.

Il Documento congressuale lo dice esplicitamente: dobbiamo rivolgerci a quei soggetti sociali che sono stati con noi nelle nostre iniziative di carattere generale.

Che sono poi quelle centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa che hanno riempito i nostri pullman e le nostre piazze senza essere direttamente organizzati da noi, anzi, spesso si sono mossi indipendentemente dalle nostre strutture, richiamati dal valore e dalla condivisione delle nostre proposte nette e radicali.

Ed è anche a loro che dobbiamo guardare e parlare.

A chi ha partecipato alle manifestazioni delle donne, degli studenti, dei riders e dei giovani ricercatori pecari, delle associazioni dei migranti e di quelle che i migranti concretamente aiutano e sostengono, laiche e cattoliche, contro le politiche razziali del Governo giallo verde.

A chi ha sentito assieme alla grande determinazione nella difesa dei valori costituzionali messi in discussione una voglia grande di una dimensione più ampia, che sappia fare sintesi della insoddisfazione crescente per lo stato del nostro Paese.

A chi prova un po’ di rabbia verso la sinistra politica, sempre più impegnata a discutere in maniera autoreferenziale e da puro ceto politico, ma non è passato dall’altro lato della barricata.

Il Congresso della CGIL, i contenuti del Documento congressuale unitario, hanno suscitato una qualche speranza che una nuova e più avanzata fase di lotta sia possibile, caricandoci di una responsabilità di ordine più vasto.

Nella nostra discussione e nella nostra autonoma scelta dobbiamo considerare e mettere a valore anche questo elemento.

 

Non essersi resi subalterni al quadro politico ci permette di avanzare credibilmente proposte che danno concreta risposta alla nostra posizione di critica al neoliberismo e di rilancio di politiche neokeneisiane e programmatorie.

E’ proprio quello che abbiamo fatto – e meno male che lo abbiamo fatto - che ci rende credibili nell’opposizione alle politiche di questo Governo.

La stagione che come CGIL abbiamo alle spalle non è una parentesi, seppur gloriosa, ma la premessa per rilanciare un ruolo del Sindacato Confederale nella fase che abbiamo di fronte, nella quale sono necessari unità dell’Organizzazione e valorizzazione dei pluralismi.

Approfondendo l’analisi in alcuni punti, come cosa significhi concretamente fare Sindacato Confederale al tempo del Jobs Act – provvedimento reazionario ed anticostituzionale , assolutamente non intaccato dal cosiddetto “Decreto dignità”-, nella lunga stagione della disoccupazione di massa e della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale.

Rivoluzione digitale che non comporterà automaticamente la liberazione del lavoro, ma che potrebbe sommare a forme classiche di sfruttamento e sottomissione forme più sottili e pervasive, imponendoci la priorità di ricomporre i mondi del lavoro, ovvero le concrete stratificazione che caratterizzano il mondo che vogliamo e dobbiamo rappresentare, facendo uno sforzo molto più significativo di quello fatto finora per estendere il nostro perimetro di rappresentanza alle forme di lavoro autonomo economicamente “dipendenti”, all’intero lavoro povero del capitalismo delle piattaforme e delle cooperative spurie della logistica.

Dobbiamo ribadire l’importanza fondamentale della sanità pubblica ed universalistica e porre un argine al welfare aziendale e contrattuale, per sua natura accentuatore delle differenziazioni.

Dobbiamo porre con forza la questione di come siamo fatti, ovvero se il nostro modello organizzativo è coerente con quello che vogliamo fare e rispetto a come si riorganizzano le catene del valore ed i cicli produttivi: ed è questo un tema che una volta deciso politicamente deve tradursi in modifiche cogenti della nostra modalità di funzionamento e di modello organizzativo.

Non si contrasta la corporativizzazione con la verticalizzazione categoriale, ma solo con il rilancio della confederalità e con la centralità della ricomposizione orizzontale del lavoro nella dimensione delle Camere del Lavoro territoriali.

E’ necessaria una mobilitazione che assuma le forme di una vertenza diffusa, con parole d’ordine e proposte chiare, nette e radicali da sostenere con la lotta.

E’ necessario interrogarci sul tema della troppe volte mancata continuità nella nostra iniziativa e del troppe volte mancato coordinamento dell’insieme delle nostre strutture rispetto all’iniziativa confederale: quale senso politico dobbiamo dare all’inerzia ed alle resistenze che il documento congressuale ci stimola ad analizzare?

Pensioni, sanità pubblica, scuola pubblica, articolo 18, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e questione salariale, rilancio del perimetro pubblico e qualità ambientalmente sostenibile dello sviluppo assieme ad un nuovo e rinnovato intervento pubblico in economia: questi gli assi d’intervento per la nostra CGIL.

Un intervento che veda convergere sia le categorie che l’intero sistema dei servizi nell’iniziativa generale, coinvolgendo anche il mondo organizzato dei consumatori e dei cittadini nelle grandi scelte di sviluppo infrastrutturale, partendo dai beni comuni e dall’intero sistema dei servizi pubblici locali.

Quello che ci preme è la riflessione su come siamo fatti e organizzati attualmente e se sia proprio questo a renderci difficile la ricomposizione orizzontale, camerale, confederale del Lavoro, unica possibilità di ricomporre nella dignità ed autonomia di classe i due blocchi sociali nei quali si articola la vita lavorativa.

Il tutto navigando in mare aperto, in un ambiente esterno totalmente ostile.

Ben prima di essere autonomi, siamo soli.

 

La CGIL è un grande sindacato anche perché promuove la partecipazione a tutti i livelli e rifiuta un leaderismo basato su un consenso da espletarsi sporadicamente in primarie o in semplici referendum che chiamino i lavoratori ad esprimersi su singole questioni o a restare altrimenti passivi.

Collegialità e militanza attiva sono due concetti che ci sono cari e devono rappresentare il modo di agire di una rinnovata pratica sindacale che voglia diffondersi in tutta l’organizzazione.

Una organizzazione con la nostra storia dovrebbe avere la forza e i mezzi per evitare scontri tra strutture e/o derive personalistiche, mentre va difesa e valorizzata la dialettica interna, perché la linea politica generale si costruisce in base al confronto e all’apporto di tutti sull’analisi della realtà esterna con la quale siamo chiamati a misurarci e alla capacità collettiva di individuare una linea e soprattutto un’iniziativa e una pratica sindacale chiara e coerente con essa e capace, mobilitando attivamente il mondo che vogliamo rappresentare, di ottenere i risultati e gli obiettivi prefissati. Le scelte organizzative e politiche, una dialettica interna ricca e feconda camminano di pari passo al ruolo centrale che il sindacato del XXI secolo dovrà riconoscere ai delegati sindacali (RSU o RSA).

In una situazione di rapide trasformazioni, in cui a cambiare sono non solo le condizioni di lavoro, ma la stessa natura dei lavoratori, i delegati (come sempre nella nostra storia sindacale) ricoprono un ruolo di primo piano, essenziale per capire le trasformazioni, intercettare i nuovi bisogni, dare rappresentanza vera e profonda.

I delegati sindacali sono dirigenti a tutti gli effetti della CGIL e questo comporta responsabilità importanti. Occorre che i delegati siano sempre messi nelle condizioni di partecipare attivamente e consapevolmente al dibattito interno, e occorre pensare al potenziamento della formazione per i delegati di prima nomina in modo da non disperdere il nostro patrimonio di ideali e a valori che deve essere trasmesso di generazione in generazione.

 

L’unità sulla linea confederale e nei rapporti interni alla vita dell’Organizzazione è un bene primario. Unità basata sulla stima ed il rispetto reciproci. L’Unità ed il Pluralismo (i pluralismi e le aree anzi) sono la premessa per poter svolgere liberamente le riflessioni su questi temi e per regolare in maniera organizzata, trasparente e riconoscibile la nostra vita interna.

I pluralismi di maggioranza sono un elemento fisiologico ed ordinario, virtuoso e progressivo da far vivere dentro i regolamenti e lo Statuto della CGIL.

Le nuove sfide che abbiamo di fronte rendono necessaria una discussione profonda sui modi di pensare e di fare sindacato che abbiamo avuto negli ultimi anni. È indispensabile, anche al nostro interno, rompere gli steccati, favorire il confronto aperto delle idee e delle esperienze, produrre una cultura nell’agire sindacale in grado di coinvolgere e far crescere le delegate e i delegati.

Come sappiamo non basta definire il pluralismo in linea di principio.

Una grande organizzazione democratica deve dotarsi di strumenti, di regole per governare la sua vita interna, per garantire il suo pluralismo e l’articolazione dialettica tra le diverse “sensibilità” e tendenze, tra le diverse culture che convivono e si riconoscono nella CGIL, soprattutto nella stessa dimensione di maggioranza.

Nella lunga storia della CGIL, nella quale tutti ci riconosciamo, ci sono pagine tra loro diverse, ci sono culture diverse, rivoluzionarie e riformiste, tradunioniste e classiste, comuniste e socialiste.

Riconoscere che le aree e i pluralismi organizzati sono lo strumento ordinario per regolare la dialettica interna alla CGIL non significa che questa scelta sia ripetibile in forma immodificata, che non incorra anch’essa in devianze burocratiche o tendenze all’autoreferenzialità e alla cristallizzazione.

Ne siamo consapevoli e proponiamo il confronto su come ridefinire e riconoscere il pluralismo delle idee e delle pratiche.

Su come rappresentare i pluralismi fondativi e riconosciuti statutariamente e le articolazioni e sensibilità che possono determinarsi anche in un congresso unitario – o fra un congresso e l’altro – nel quale non c’è necessariamente misurazione della rappresentatività su tesi contrapposte o su mozioni.

 

 Vogliamo per nostro conto anche contribuire a ricostruire - con tutti coloro che vorranno condividerlo - un nuovo e rinnovato pluralismo di maggioranza che riaffermi in una CGIL unita e plurale un punto di vista marxista e di classe, per una CGIL vertenziale, rivendicativa e conflittuale.

Un punto di vista che contrasti l’ideologia della fine della storia, riaffermando la storicità - e quindi la trasformabilità - delle formazioni economico-sociali, un punto di vista che riaffermi l’utilità anche per l’iniziativa sociale e sindacale di una idea di società diversa e migliore, come è nella tradizione del movimento sindacale italiano.

La Rivoluzione d’Ottobre dimostrò ad operai e contadini che quello che avevano vagheggiato sul piano utopico poteva farsi pratica reale: dura, aspra, tragica, drammatica, classe contro classe, ma finalmente entro un orizzonte politico che si apriva per la prima volta alle masse popolari ed ai lavoratori ed alle lavoratrici.

E non fu solo l’esperienza torinese dei Consigli di fabbrica animata dal gruppo dell’Ordine Nuovo capeggiato da Antonio Gramsci, fu un reinverare aspirazioni millenarie di riscatto - che dal Paese di Cuccagna arrivarono alla figura del Cristo socialista - a livello di organizzazione, lotte, manifestazioni, acculturazione diffusa, emancipazione dal degrado ed abbrutimento fisico e morale.

Un’onda lunga arrestata per vent’anni dal fascismo ma che è tornata con la lotta partigiana, la Costituzione e le lotte sindacali e sociali che nei decenni successivi hanno cercato di dar gambe a quei principi.

Perché se il perimetro che ti concedi è solo quello delle varietà di capitalismo possibili, sulla tua ruota si affaccerà sempre e solo quello più puro nella sua brutalità.

È per questo che oggi occorre recuperare il pensiero marxiano, liberandolo dalle incrostazioni e interpretazioni grossolane che ne hanno talvolta svuotato i contenuti.

Il marxismo è uno strumento eccezionale per interpretare i processi del capitalismo moderno, la loro complessità sempre in movimento e per definire un orizzonte che dia forza alle aspirazioni umane di emancipazione e liberazione dallo sfruttamento.

Le stesse dinamiche geopolitiche a livello mondiale possono utilmente essere lette con la lente di Marx e con la teoria del sistema mondo, secondo le riflessioni di Braudel, Wallerstein e Giovanni Arrighi.

Ad una prima lettura schiacciato sul presente potremmo agilmente sostenere che l’ America di Trump punta a spaccare e marginalizzare l’Europa “da destra”, ricondurre i Paesi dell’America Latina nel “cortile di casa” e nel far questo offre uno spazio enorme al ruolo geopolitico ed economico della Cina.

Cerca, sostanzialmente, di utilizzare la supremazia militare per contrastare l’ascesa della Cina a centro del nuovo assetto, ingaggiando altresì una pericolosa fase di guerra commerciale.

Siamo di fronte ad un duplice scenario: o lo scontro militare nei conflitti regionali che si acuisce e si generalizza con scenari inquietanti, oppure, e sarebbe la prima volta dal Cinquecento fatta salva la parentesi dell’esistenza dell’Urss e dei due blocchi, l’edificazione di un mondo multipolare tendenzialmente pacifico.

Forse l’Europa potrebbe avere una nuova opportunità se in autonomia dal mondo angloamericano modificasse il proprio posizionamento internazionale a favore di un mondo multipolare, riconoscendo un ruolo significativo proprio alla Cina, ridefinendo i rapporto con la Russia ormai solo potenza regionale priva di un significativo apparato produttivo ma con una significativa dotazione di materie prime e di forza militare, e soprattutto riappropriandosi di un protagonismo nell’area mediterranea, mediorientale ed nel continente africano, mettendo a valore la costituzionalizzazione del conflitto Capitale-Lavoro che ha prodotto nell’Europa del dopoguerra Stato Sociale avanzato, partiti di massa e possibile transizione democratica a forme economico-sociali non necessariamente capitalistiche.

In realtà noi siamo di fronte ad uno storico passaggio d’epoca tra i centri del sistema mondo capitalistico e globalizzato: così come si è passati a partire dal Cinquecento dalla centralità della Spagna all’Olanda, dall’Inghilterra agli Stati Uniti adesso siamo dentro la transizione derivante dalla perdita di centralità degli USA, paradossalmente successiva alla sua vittoria contro l’Urss e il Patto di Varsavia.

Storicamente tali transizioni non sono state sempre pacifiche ed hanno segnato nuovi rapporti tra Stati, Imperi, dimensione economica e dinamiche sociali, ridisegnando profondamente il mondo e lo stesso protagonismo del mondo del lavoro e di tutti i movimenti antisistema.

La Cgil del futuro deve avere lo sguardo lungo e le lenti appropriate per leggere, interpretare, modificare questo mondo in rapida trasformazione.

Ed allora il tema dell’internazionalismo, del Sindacato europeo e mondiale riacquista una sua rilevanza strategica anche per le battaglie quotidiane, visto che molto spesso le maggiori multinazionali operanti a livello globale hanno una precisa localizzazione geopolitica.

Mai come oggi è necessario pensare globalmente per poter agire localmente.

Per una CGIL corsara, capace di navigare in mare aperto, unita e plurale, che segua la via orientandosi con la sua storia ed i suoi valori, che sappia tenere assieme aderenza alla realtà e spinta al cambiamento sociale, per una società che utilizzi lo straordinario sviluppo della produttività del lavoro per porre finalmente fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

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