Bolivia: contro il golpe civico-militare - di Marco Consolo

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In Bolivia, fin dalla prima vittoria elettorale di Evo Morales nel 2006, gli Stati Uniti non hanno mai smesso di cospirare. Nulla di nuovo, nella controffensiva imperialista contro i processi di cambiamento nel loro “cortile di casa”, secondo la famosa dottrina Monroe. I grandi media internazionali hanno versato tonnellate di inchiostro per ripetere che lo scorso 10 novembre “in Bolivia non c’è stato un golpe” civico-militare. Ma i suoi stessi protagonisti lo hanno rivendicato, per impedire la rielezione presidenziale di Evo Morales.

Lo squadrista di Santa Cruz, Luis F. Camacho, principale architetto della protesta civica “spontanea” contro Morales, ha confessato, come riportato dal Correo del Sul, che “suo padre ha negoziato con l’esercito e la polizia, attraverso l’attuale ministro della difesa, per rovesciare Evo Morales”. Le dichiarazioni di Jeanine Añez (autoproclamata presidente della Bolivia) fanno piazza pulita delle versioni interessate a negare il colpo di Stato. Riferendosi alle nuove elezioni del prossimo 3 maggio, Añez ha affermato a La Razon: “... non vogliamo la dispersione del voto, come lo scorso 20 ottobre”, quando il Movimento al Socialismo (Mas) aveva vinto al primo turno, grazie alle divisioni delle destre neoliberali.

La missione delle Nazioni Unite ha stabilito che ci sono stati almeno due massacri dell’attuale “regime di fatto”, che dovrebbero essere indagati. Se non bastasse, i tentativi di proscrizione del Mas e la “guerra giudiziaria” contro quasi 600 suoi dirigenti, l’aggressività repressiva dell’attuale ministro degli Interni contro giornalisti, bloggers e leader sociali dissidenti, confutano la penna degli analisti “benpensanti”, anche in Italia.

Dopo il golpe, critiche a Morales e al suo governo sono venute anche da alcuni settori della sinistra e del femminismo. Critiche che meritano una riflessione più ampia di quanto possibile in questo articolo. Ma dopo 34 morti e almeno 700 feriti; dopo la vittoria del suprematismo bianco in versione creola-meticcia e della bibbia neo-pentecostale contro il “paganesimo satanico” della Pachamama; dopo aver intimato agli “indios” di tornare alla loro invisibilità, pensare che esista una migliore condizione per costruire una “democrazia indigena di base”, è francamente risibile.

A partire dalla posizione geostrategica della Bolivia nel cuore del Sud America, i motivi del colpo di Stato sono diversi. Innanzitutto la sua grande ricchezza di gas, di diversi minerali e in particolare di importantissime riserve mondiali di litio, essenziale per batterie per auto elettriche, telefoni cellulari e altro.

Per la prima volta, i popoli originari, storicamente sfruttati ed emarginati, hanno avuto un ruolo di primo piano nella società e nel governo, anche grazie alla nuova Costituzione che ha riconosciuto uno Stato plurinazionale con 36 gruppi etnici e le loro rispettive lingue. Nei 13 anni di governo, riaffermando la sovranità nazionale con la nazionalizzazione delle risorse naturali, Evo Morales ha dimostrato che, al contrario delle ricette del Fmi, è possibile crescere, ridistribuendo la ricchezza e realizzando politiche sociali a favore della maggioranza della popolazione.

Non c’è dubbio che siano anche stati commessi errori che hanno facilitato le azioni delle forze conservatrici. Di fronte al veleno distillato dalla narrativa egemonica dei media mainstream contro il governo, i media ufficiali ed alternativi e le “reti sociali” non sono stati sufficientemente potenziati. Lo si è visto nella campagna contro Evo Morales (su un suo presunto figlio illegittimo), in occasione del referendum sulla sua possibile rielezione, che si è voluto fare nonostante le avvisaglie di sconfitta.

In seguito, l’ennesima candidatura è stata forzata, nonostante la sconfitta nel referendum di riforma costituzionale. Il Mas non è stato rafforzato come forza politica organizzata e per la battaglia di idee necessarie a formare coscienza: molto ruotava attorno alla figura di Evo, senza creare il ricambio necessario. Aver dato all’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), invece che a tecnici di organismi elettorali di paesi con indipendenza di opinione, la possibilità di una revisione vincolante dei risultati è stato come affidare il pollaio alla volpe. Ingenuo pensare che le forze armate e di polizia si mantengano “neutrali” senza un profondo cambiamento ideologico, o senza creare i necessari contrappesi popolari: gli apparati repressivi svolgono il ruolo di braccio armato dell’oligarchia.

Gli Stati Uniti non cessano i loro sforzi per sconfiggere qualsiasi processo di cambiamento, con i modi e i tempi che ritengono più appropriati. Occorre condannare fermamente il golpe fascista, perpetrato da Washington e dai suoi rappresentanti della destra boliviana, e dare la nostra solidarietà al popolo boliviano che, attraverso la mobilitazione, chiede il rispetto dei suoi diritti.

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