Benedetto Vecchi, dallo studio del capitalismo immateriale al management del manifesto - di Riccardo Chiari

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Se il manifesto si occupa da trent’anni di capitalismo immateriale e tecnologie di sorveglianza e, unico giornale in Italia, ha una rubrica settimanale sulla cybersecurity, lo deve a Benedetto Vecchi. Perché Benedetto era entrato al quotidiano comunista agli inizi degli anni ’80 come esperto di informatica, e con l’altrettanto indimenticabile Franco Carlini aveva guidato i corsi di informatizzazione della redazione, tanto da fare del manifesto il primo quotidiano nazionale a introdurre nel 1984 i computer (Olivetti M24) al posto delle macchine da scrivere, e in seguito ad essere un pioniere della diffusione digitale sulla rete.

Già questo potrebbe bastare a lasciare un segno indelebile nella storia del manifesto. Ma Benedetto, ragazzo dei movimenti del ‘77, non era tipo da contemplare l’esistente. “Da allora non si era più fermato – ricorda Norma Rangeri - ampliando i suoi interessi, diventando una persona colta, di inesauribile curiosità intellettuale, scrivendo di marxismo, sociologia, movimenti, comunicazione, economia digitale, capitalismo delle piattaforme, e dunque analista e critico dell’intelligenza artificiale che produce l’automazione delle mansioni cognitive, creando una strutturale disoccupazione di migliaia di lavoratori. Ne parlava, ne discuteva, ne scriveva, avendo come assillo l’incontro di queste frontiere con la politica come unico antidoto per non limitarsi alla diagnosi della tecnoutopia del machine learning”.

Il naturale approdo alla sezione Cultura del quotidiano non aveva dunque scalfito le sue giovanili competenze: chi scrive aveva avuto modo di conoscerlo meglio nei frenetici, festosi giorni del Forum sociale europeo di Firenze, nel novembre del 2002, quando da via Tomacelli era approdata all’unità di produzione fiorentina una pattuglia di compagne e compagni, per seguire approfonditamente quelle quattro, indimenticabili giornate. In quella occasione Benedetto aveva rivoluzionato la redazione di via Maragliano, curando di persona la messa in opera dei nuovi computer che avrebbero sostituito le apparecchiature di pochi anni prima, già obsolete.

La sua naturale voracità nell’apprendere, studiando, e allargare il campo delle sue già vaste competenze, lo portò nel drammatico 2012 a farsi carico degli infausti problemi finanziari del manifesto, finito in liquidazione coatta amministrativa, e falcidiato da continui ricorsi alla cassa integrazione. Così, di fatto, prese le veci di Valentino Parlato, che come presidente della cooperativa era stato unico e insostituibile per più di 40 anni. Anche grazie a lui, a cavallo fra il 2012 e il 2013, nacque la nuova cooperativa editoriale del manifesto, che nei suoi primi giorni di vita dovette affrontare problemi inimmaginabili. E Benedetto accettò, con naturalezza, di diventare il presidente della nuova cooperativa.

“Se la parola non si fosse imbarbarita per l’uso politico e distorto che se ne fa – ricorda Matteo Bartocci, al fianco di Benedetto in questi ultimi otto anni - si potrebbe dire che in quell’occasione è stato un autentico leader, cioè una persona capace di costruire una soluzione e percorrerla insieme, assumendosene per primo la responsabilità. Ci univa, e ci unisce, una certezza che vive ancora oggi: che il manifesto non dovesse mai rinunciare all’edicola, che l’ultima parola su questa lunga storia collettiva spettasse innanzitutto ai lettori”.

Come presidente, di nome e di fatto, del consiglio di amministrazione, nei lunghi complicatissimi anni dell’amministrazione controllata, Benedetto diventò anche un manager, mente e braccio di tutta la complessa macchina burocratico-amministrativa che dirigeva neanche fosse nato per quel mestiere, che invece aveva imparato con tenacia. A tal punto da portare la nuova cooperativa al risultato straordinario del riacquisto della testata, grazie al quale tutti noi soci siamo tornati ad essere protagonisti del nostro destino.

Da quando infine aveva iniziato a combattere contro la cattiva sorte, sotto forma di patologie piccole e grandi, non aveva mai smesso di lavorare, e anzi il suo impegno si era persino moltiplicato. Prima delle feste natalizie scriveva nelle “sue” pagine culturali, e aveva appena finito un saggio per Derive&Approdi sul nesso tra Rivolta e Rivoluzione. E davvero, fino all’ultimo secondo di vita, Benedetto Vecchi è stato il manifesto, come studioso del capitalismo immateriale così come concreto manager della nuova cooperativa editoriale.

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