No al maggioritario, no al taglio dei parlamentari - di Alfonso Gianni

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Una volta tanto le cose sono andate come dovevano. La Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile la richiesta di un referendum proposto dalla Lega per trasformare in senso completamente maggioritario il sistema elettorale. La decisione pare sia stata presa a maggioranza, comunque netta: 11 giudici per la inammissibilità sui 15 componenti della Consulta. Le motivazioni saranno depositate entro il 10 febbraio; andranno lette con attenzione, ma già ora è chiaro che la Corte, in coerenza con la propria giurisprudenza, ha considerato “eccessivamente manipolativa” la richiesta referendaria, tale cioè da trasformare il referendum da abrogativo in propositivo, cosa non prevista dalla Costituzione.

Ora interessa sottolineare almeno due questioni. La prima riguarda la necessità, e a questo punto la piena possibilità, di una nuova legge elettorale in senso proporzionale. Infatti il referendum sul maggioritario non si farà, però abbiamo una legge elettorale in piedi, il Rosatellum, che presenta diversi aspetti di incostituzionalità.

Una nuova legge elettorale coerente con il dettato costituzionale è quindi ancora un obiettivo da raggiungere. A quanto si sa l’ultima ipotesi di accordo su un testo, già nominato Germanicum, non soddisfa affatto questa caratteristica. Infatti questo prevede uno sbarramento troppo alto, il 5%, al di sotto del quale non vi sarebbe rappresentanza parlamentare, che verrebbe ristretta ai partiti maggiori e non risolverebbe il problema della libera scelta dei cittadini dei loro rappresentanti in Parlamento, con il meccanismo delle liste bloccate.

La seconda questione riguarda il referendum sul taglio dei parlamentari. Una delle obiezioni era che avrebbe potuto favorire un giudizio positivo della Corte sul referendum salviniano perché dava tempo per ridelineare i confini dei collegi elettorali, questione fondamentale per rendere praticabile il sistema integralmente maggioritario. L’argomento se non inconsistente era comunque già debolissimo, ma ora anche questa foglia di fico è stata spazzata via dalla Corte.

Come è noto, le firme per convocare il referendum sulla modifica della Costituzione che ha portato al taglio del 37% dei parlamentari sono state raccolte in Senato in numero più che sufficiente. Il 15 gennaio si è costituito formalmente il Comitato per il No che deriva direttamente dal Coordinamento per la democrazia costituzionale, che si batté contro la (contro)riforma Renzi-Boschi, sconfiggendola nettamente nel voto referendario. Si attende solo la fissazione della data.

Trattandosi di un referendum in materia costituzionale non vige la stessa norma, prevista per i referendum abrogativi ordinari, per cui non è possibile tenerli nello stesso anno di eventuali elezioni anticipate. Viene meno l’arma di chi pensava di utilizzare la convocazione del referendum per facilitare elezioni anticipate. Infatti se queste vi fossero, sulla base della attuale composizione del Parlamento, e subito dopo si verificasse una conferma referendaria del taglio dei parlamentari, il Parlamento novello sarebbe del tutto delegittimato, essendo la sua composizione pletorica rispetto alla nuova norma costituzionale. Quindi, a rigore di logica, la necessità di nuove elezioni si imporrebbe. Insomma ne verrebbe fuori un pasticcio istituzionale davvero aggrovigliato e senza precedenti.

In ogni caso il No al taglio dei parlamentari va sostenuto con una battaglia referendaria certamente difficile, ma utile comunque, ricordando anche che in questo caso non vige nessun quorum dei votanti. Si tratta di contrapporre alla meschina logica dei risparmi di spesa la centralità della funzione del Parlamento nel nostro sistema. La qualità del suo lavoro non migliorerebbe con meno membri. Al contrario, mantenendo le due camere identiche, si impedirebbe al parlamento di funzionare in modo corretto. Le commissioni, ad esempio, che possono anche operare in sede legislativa, quindi approvare testi di legge senza passare dall’Aula, sarebbero composte necessariamente, particolarmente al Senato, da appartenenti ai partiti maggiori. L’opposizione sarebbe quindi compressa fino ad essere annullata. La supremazia del governo, che già avviene attraverso i decreti legge, sarebbe così codificata. La distanza tra i cittadini elettori e i loro rappresentanti aumenterebbe, rendendo il Parlamento un organo sempre più lontano dalla società. Insomma sarebbe la fine della democrazia parlamentare, saremmo pienamente dentro una post-democrazia, dove le lotte, a cominciare da quelle sindacali e dei movimenti sociali, troverebbero spazi ancora più ridotti per farsi ascoltare e valere.

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