Una strategia del movimento operaio per le elezioni Usa del 2020 - di Peter Olney e Rand Wilson

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Il lavoro organizzato ha l’opportunità di giocare un ruolo importante nella scelta di un candidato nelle primarie del Partito democratico come nelle presidenziali del 3 novembre 2020. La posta non potrebbe essere più alta, non solo per il futuro del movimento sindacale ma per l’intera classe lavoratrice. Indipendentemente dalla scelta finale, le primarie vanno viste come un’opportunità per rafforzare il movimento operaio.

E’ fondamentale definire e proporre valori e priorità di classe prima di dare qualsiasi sostegno ad una candidatura. L’obiettivo dev’essere l’unità intorno ad un programma lungimirante che dia agli iscritti e ai dirigenti sindacali più tempo possibile per valutare le candidature sulla base di queste posizioni. Senza un intelligente e articolato programma di classe, l’agenda del lavoro rischia di essere schiacciata dalla tradizionale ideologia neoliberista e filo padronale del Partito democratico.

Nonostante la storica bassa sindacalizzazione (oggi sotto il 6,5% nel settore privato), il mondo del lavoro continua ad avere grandi successi. Ad esempio, con la sua innovativa campagna “Lotta per i 15 $”, Seiu ha conquistato aumenti significativi del salario minimo a livello di Stati e municipalità per milioni di lavoratori. Il sindacato degli alberghieri ha da poco condotto uno sciopero in molte città contro il gigante Marriot: i lavoratori hanno avuto una clamorosa vittoria con considerevoli aumenti salariali, la conferma della sanità, nuove protezioni contro le molestie sessuali e politiche innovative sui carichi di lavoro e la gestione degli orari.

Ancora, l’ondata di scioperi degli insegnanti in Stati come Virginia, Oklahoma, Arizona e altri ha dimostrato la forza dei lavoratori sindacalizzati in Stati conservatori, dove Trump aveva raccolto il voto popolare nel 2016. Il 14 gennaio, gli insegnanti di Los Angeles ne hanno seguito le orme scioperando e ingaggiando un’eroica lotta per il futuro della scuola pubblica. Infine i lavoratori hanno dato forza alla recente “onda blu” che ha strappato 40 seggi della Camera e conseguito il margine record del 9% nel voto popolare nazionale. I soldi, le forze sul campo e l’esperienza organizzativa del lavoro sono stati cruciali in queste vittorie.

Nel 2016 Hillary Clinton era la scelta privilegiata delle élite capitaliste, e anche molti sindacati sono corsi a sostenerla. Ma la discesa in campo di Bernie Sanders ha attivato un sostegno dal basso: sei sindacati nazionali e più di 100 sezioni locali lo hanno apertamente sostenuto. Questo sostegno e 50mila iscritti al sindacato della rete “Labour for Bernie” hanno spinto Sanders a conquistare oltre 13 milioni di voti alle primarie. Grazie al suo successo e alla ripulsa verso Trump, nel 2019-20 emergeranno diversi candidati sulla sua piattaforma progressista.

Per guadagnare forza per il lavoro i dirigenti sindacali dovranno cominciare un’ampia consultazione con gli iscritti su una piattaforma condivisa e usarla come metro di misura verso i candidati che chiedono il sostegno del mondo del lavoro. I sindacati dovrebbero sostenere uniti le seguenti linee: rafforzare le leggi sul lavoro e sui diritti sindacali, richieste economiche come il salario minimo a 15 dollari e l’estensione della sicurezza sociale e previdenziale, un nuovo “patto verde” con una “giusta transizione” per i lavoratori, diritti civili, diritti per gli immigrati, diritti delle donne, sostegno a Medicare per tutti, e opposizione alle guerre e alle spese militari.

Con un programma e il sostegno degli iscritti, i sindacati possono entrare nella mischia delle primarie distinguendo i candidati a favore del lavoro dai democratici filo padronali. I sindacati sono organizzazioni democratiche basate sugli iscritti: questo li rende una forza importante nella sfida a Trump anche verso la propria base, e in particolare per il voto dei lavoratori bianchi. Il lavoro sarà più credibile negli “Stati rossi” se i dirigenti sono dotati di un programma che parla direttamente dei bisogni e degli interessi della classe lavoratrice multietnica. Le naturali diversità nei posti di lavoro danno ai sindacalizzati un’occasione d’oro per contendere il voto ai loro colleghi che hanno votato Trump.

Spesso gli elettori di Trump avevano votato Sanders nelle primarie (secondo gli analisti il 12%). In una competizione serrata, decisa in un piccolo numero di Stati in bilico, non va sottovaluta la possibilità di riconquistare voti operai andati a Trump. I sindacati devono organizzare un dibattito fra i loro iscritti sui temi razziali e del lavoro, con chiare proposte e impegni, frutto di una consultazione con la propria base. Non bisogna ripetere la disastrosa esperienza del 2016 di un precipitoso sostegno ad un candidato filo padronale, solo in nome della sua teorica “eleggibilità”.

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