Il coraggio di Jeanette, ovvero la pazienza dell’attesa - di Vera Addamo

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La Carta dei diritti universali del lavoro strumento indispensabile per la difesa dei diritti di un mondo del lavoro frammentato, come nelle cooperative sociali.  

La distorsione della percezione del mondo del lavoro è determinata dalla diversa prospettiva da cui lo si osserva. Lo dico perché per me, nel 2010, il comparto Socio sanitario assistenziale educativo privato (Ssaep) è stata la scoperta dell’esistenza di un’altra e diversa dimensione del lavoro.

In particolare il settore delle cooperative sociali si è rivelato denso di tranelli. Il primo elemento distintivo è dato dallo status di socio lavoratore, che implica il rispetto del regolamento interno della cooperativa. La questione più spinosa deriva però dalla variegata modalità di applicazione degli istituti contrattuali e delle normative.

“L’interpretazione autentica” che ogni cooperativa adotta con assoluta disinvoltura, ci costringe, pressoché quotidianamente, a controlli convulsi di buste paga, anzitutto per disvelare l’espediente - la fregatura - e conseguentemente per determinare il quantum spettante e non percepito dalla lavoratrice o dal lavoratore.

Sono astuzie e stratagemmi che colpiscono lavoratrici e lavoratori inconsapevoli, che ripongono nel “sindacato” l’aspettativa del riconoscimento di un diritto. Una fiducia che ci confermano non solo con l’iscrizione, anche con la pazienza dell’attesa. Sì, perché purtroppo, per quanto tempestivo sia il nostro intervento, di frequente la risoluzione di ogni vertenza si dispiega in un arco temporale che rischia di sbiadire la memoria del diritto negato.

Anche in questo le cooperative hanno affinato tecniche e strategie per diluire il tempo della risposta e per assumere accorgimenti conseguenti: si va dalle pressioni e intimidazioni, all’alimentare contrapposizioni fra lavoratori con premialità o penalizzazioni.

Proprio di questi giorni è la sentenza, seppure non definitiva, che accerta il diritto delle lavoratrici ricorrenti al pagamento delle ore di pausa lavorate e non pagate, al risarcimento del danno per la mancata fruizione della pausa, e al pagamento delle ore di lavoro prestato per le consegne di fine turno. E’ un importante successo, che conferma le ragioni delle nostre rivendicazioni. E’ però preoccupante che, per accertare un diritto, tra vertenza sindacale e vertenza legale siano trascorsi quattro anni. Un tempo troppo lungo, che ha lasciato spazio alla cooperativa di agire con squallide ripicche nei confronti delle due delegate che hanno promosso il ricorso. Ad esempio le delegate sono state escluse dai ristorni.

La cooperativa in questione, la Nuova Assistenza di Novara, si fregia di essere all’avanguardia per qualità ed efficienza. Peccato che, dietro una presunta corretta applicazione della normativa in materia di pausa, mascheri un raffinato e perverso meccanismo per trasformare il riconoscimento di un diritto in un sistema che produce come effetto ore di lavoro aggiuntive e non retribuite: la “pausa virtuale”!

Noi abbiamo contestato il mancato rispetto della normativa, e nonostante le diverse proposte e iniziative sindacali, stato di agitazione compreso, la Nuova Assistenza ha confermato la sua posizione. La committenza, un’azienda consortile di Comuni, pur informata, non si è espressa, implicitamente dichiarando una non responsabilità diretta nella vicenda.

E’ a questo punto che si palesa la criticità di spostare l’azione sindacale nelle aule di tribunale, ma con il limite che, per esercitare la rivendicazione del diritto, è il lavoratore l’unico soggetto titolato a promuovere la vertenza. Questione non di facile soluzione, perché timori e paure accompagnano tante lavoratrici e lavoratori che oggi vivono condizioni di lavoro peggiorate, e talvolta degradate.

Allora le delegate che hanno scelto di esporsi personalmente, perché attraverso una causa individuale si possa affermare un diritto e renderlo esigibile collettivamente, sono state ardite e impavide. Il coraggio di Jeanette, delegata della Fp Cgil Ticino-Olona, la sua fiducia nella federazione, sono stati elemento di garanzia e rassicurazione per le iscritte e gli iscritti. Ma questo non attenua la mia preoccupazione per le troppe mancate risposte e per le aspettative negate.

Le politiche per e dell’occupazione non si risolvono con il reddito di cittadinanza. La logica deve essere la difesa dell’insieme di regole, valori e principi, tutele e diritti, che la Cgil ha tradotto nella Carta dei diritti universali del lavoro, quale progetto complessivo di rappresentanza delle istanze di un mondo del lavoro sempre più distorto, frammentato e destrutturato.

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