Così sono andate le cose, così sarebbero potute andare - di Maurizio Brotini

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

A proposito di “Basta salari da fame!”, di Marta e Simone Fana, pagine 165, euro 15, Laterza

Bassi salari e precarietà del lavoro sono una costante di lunga durata nella storia repubblicana. Ce lo ricordano Marta e Simone Fana nel loro “Basta salari da fame!”. I due ricercatori militanti affrontano di petto la questione del potere nei luoghi della produzione materiale e immateriale e nella società. La lettura incrociata delle dinamiche salariali con le condizioni concrete di lavoro è di notevole interesse. I due elementi sono correlati: un basso potere delle organizzazioni sindacali e politiche del lavoro si associa al massimo di precarietà e al minimo di salario; un loro alto potere - soprattutto dentro i luoghi della produzione e riproduzione sociale - si traduce nel punto più alto di salario sul plusvalore, nella riduzione del differenziale interno alla classe, e in intervento sull’organizzazione del lavoro, limitando il potere d’impresa.

Ripercorriamo cronologicamente la questione salariale secondo i passaggi proposti dai fratelli Fana, fermandoci alla metà degli anni ’80, con una lettura tendenziosa ad uso delle considerazioni che andremo svolgendo.

La moderazione salariale del dopoguerra, in un modello di sviluppo basato sulle esportazioni, viene incrinata dal ciclo di lotte dei primi anni ‘60. La quota di reddito del lavoro dipendente passa dal 42% del 1959 al 46% nel ‘63. I salari monetari dell’industria manifatturiera crescono del 7% nel ‘61, del 15,3% nel ‘62 e del 16,8% nel ‘63, mentre i margini di profitto si riducono del 20% nel triennio. Nel 1963 il salario reale cresce dell’8,17%.

Gli anni dal ‘64 al ‘67, grazie alle politiche deflazionistiche che colpiscono l’occupazione, vedono il recupero di due punti del profitto sui salari.

Il biennio ’68-’69 segna un punto di svolta: la battaglia salariale si arricchisce di contenuti che oltrepassano il contesto di lavoro, e si ridisegnano i rapporti con l’intera società. Si assiste a un incremento del salario reale e di quello relativo. Dal ‘70 al ‘74 il salario reale aumenta del 21,8%, con un ritmo superiore a quello del ciclo 1960-62. La caduta della quota di profitti ridisegna profondamente gli equilibri di potere, che non si misureranno nella semplice dialettica lotta sociale e lotta politica, ma vedranno prepotentemente entrare in campo, oltre alla controffensiva padronale, variabili purtroppo significative come la strategia della tensione, secondo uno schema ricorrente del nostro paese.

Gli anni che vanno dal 1973 al 1984 vengono definiti dai Fana quelli della sconfitta: anche se il biennio ’75-’76 segna l’avanzamento operaio con il punto unico di contingenza, il decennio si chiude con la marcia dei 40mila della Fiat, passando dalla proposta politica del compromesso storico e dalla pratica dell’unità nazionale.

A nostro avviso, questa scansione unitaria non risulta convincente: sono gli anni della battaglia, con una serie di passaggi non univoci, dove lo scenario poteva determinarsi diversamente da quanto poi sarà. Sono gli anni del punto più alto della messa in discussione degli equilibri sociali, politici e geopolitici, dove le scelte dei singoli attori sindacali e politici si intersecano con le onde lunghe del conflitto sociale e del mondo diviso in blocchi.

Il punto unico di contingenza fu istituito da un accordo tra Cgil Cisl e Uil e padronato nel 1975. Come non ricordare poi la straordinaria avanzata elettorale del Pci alle elezioni del ‘76. E come dimenticare la legge 833 del 1978, con la nascita del Servizio sanitario nazionale superando il sistema delle mutue, o la legge 392/78, l’equo canone in materia di affitti?

Al netto della discussione sullo sbocco da dare alle mobilitazioni degli anni ’60-‘70, gli autori colgono il punto di revisione ideologica che comincia a manifestarsi in questi anni e diverrà subalternità al neoliberismo: il salario variabile dipendente. Restava tuttavia in piedi una grande conquista del ciclo di lotte: la scala mobile. I salari crescono senza flessioni dal 1972 al 1981. Nonostante i processi di decentramento produttivo e di esternalizzazione verso piccole imprese, nonostante la crisi economica del ‘75, i rapporti di forza favorevoli al lavoro arrivano fin agli anni ‘80.

È il 1981, con il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, il punto di svolta, e sarà il biennio ‘83-‘84 a vedere la sconfitta con l’abolizione parziale della scala mobile. Gli effetti sul salario si vedono: se nel 1977-83 le diseguaglianze dei redditi da lavoro diminuiscono, da quel momento riprendono ad aumentare.

 

Non seguiremo l’analisi degli autori sulla decisiva – in negativo – stagione degli anni ‘90 nel colpire salario e organizzazione del lavoro. Ci preme svolgere un esercizio di storia controfattuale: seppur colpita dalla marcia dei 40mila e dalla segmentazione del blocco operaio, restava ancor viva e operante la forza accumulata dal ciclo precedente. Era quindi possibile utilizzarla per un riposizionamento di linea politica e sindacale per uno scenario di resistenza prima, di controffensiva poi. I giochi sul piano strutturale erano ancora aperti. Oggi come ieri, le alternative ci sono.

©2020 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search