Sanità pubblica, un paziente da curare - di Frida Nacinovich

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Quattro milioni di italiani rinunciano alle cure. Non lo fanno perché hanno tendenze suicide, ma neppure lo spirito di sopravvivenza può niente su liste di attesa eccessivamente lunghe, farmaci e prestazioni diagnostiche troppo costose. Perché il Servizio sanitario pubblico non ce la fa a dare risposte a tutti. O meglio, cerca di fare il possibile, e talvolta anche l’impossibile, ma di fronte ai continui tagli al settore va a finire che i ricchi si curano e i poveri si arrendono. Eppure secondo l’Organizzazione mondiale della sanità l’Italia resta uno dei paesi dove le cure sono migliori, grazie alla competenza di medici e infermieri, invidiati (e anche esportati) in buona parte degli altri paesi.

Andrea Filippi, medico (psichiatra) e valente sindacalista, non usa giri di parole: “La sbornia neoliberista del ‘privato è bello’, unita al costante definanziamento della sanità pubblica, ha portato la situazione al livello di guardia”. Il segretario nazionale dei medici della Cgil (Funzione pubblica) ha esperienza a sufficienza per dare una valutazione complessiva: “Per salvaguardare il nostro Sistema sanitario pubblico è necessario prima di tutto riconoscere le multiprofessionalità nel lavoro d’equipe. Aggiungerei poi, nello specifico della professione, che uno dei principali problemi è quello della frammentarietà fra le diverse forme contrattuali: medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, medici dipendenti, etc.”.

Chiunque apra un giornale o guardi la tv sa bene che, invariabilmente, ci sarà un articolo o un servizio sulla carenza di personale in corsia. “È necessario un piano di assunzioni straordinario - risponde sul punto Filippi - a partire dalla stabilizzazione di tutti i precari”.

Invece sui contratti di lavoro è spuntato un timido raggio di sole, proprio nel mese più buio dell’anno. “Dopo dieci anni di attesa - rivendica con orgoglio il segretario della Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn - siamo riusciti a restituire un contratto a 130 mila professionisti che, con le poche risorse disponibili, ristruttura tutto il sistema degli incarichi”. Di più, è stato valorizzato il lavoro dei giovani medici. “Ci sarà un riconoscimento economico di incarico base anche per i neoassunti di 1.500 euro, e la certezza di ottenere un incarico dopo cinque anni di servizio, con una retribuzione che sale di 2.000 euro all’anno”. Inoltre, aggiunge il dirigente sindacale, “sono state aumentate le indennità di guardia da 50 a 100 euro, 120 nei pronto soccorso e, finalmente, chi ha più di 62 anni può chiedere di essere esonerato dalle guardie”. Risultati economici e normativi che segnano un solco con anni di assenza contrattuale. “Con l’istituzione di un organismo paritetico, infine, nuovo strumento di relazioni sindacali, metteremo al centro il benessere dei lavoratori”, sottolinea Filippi.

Per la Cgil inoltre non è più rinviabile una riforma complessiva della gestione dell’Ente di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri Enpam, così come quella degli Ordini professionali. A convincere il sindacato, anche alcune storie poco chiare sulla gestione dei fondi. Filippi aggiunge: “Chiediamo una maggiore trasparenza nel governo di enti che devono esclusivamente tutelare gli interessi dei professionisti”. Poi il sindacalista torna con la memoria alle origini della vita lavorativa: “L’entusiasmo è tanto e tale che ti fai ‘autononnismo’, lavori sempre, non hai orari, pensi solo alla medicina. Ma per far bene il nostro mestiere deve funzionare la squadra. Lo ripeto, il nostro è un lavoro di equipe”.

Prima di dare il via libera al nuovo contratto, i medici hanno dato vita a una lunga consultazione, da luglio fino a dicembre. Al momento della firma mancavano perfino le sedie, da quanto era affollata l’assemblea. “Un buon contratto - tira le somme Filippi - che certo non salva il Servizio sanitario nazionale, ma segna almeno una inversione di tendenza rispetto al 2010, al blocco delle assunzioni, alle politiche brunettiane che colpendo i dipendenti pubblici hanno reso ancor più drammatico il problema, sempre presente, delle aggressioni ai sanitari da parte dei familiari dei pazienti”.

Per raccontare come hanno fatto a smantellare il Servizio sanitario nazionale, Filippi ricorda Adam Smith: “Se metti una rana nell’acqua bollente salta via subito, se la metti nell’acqua fredda, che poi scaldi piano piano, la rana resta dentro la pentola. Hanno fatto così, poco a poco hanno tolto fondi, personale, posti letto”. Gli anni di crisi prolungata hanno lasciato un doloroso strascico fra gli italiani e le italiane, non di rado la perdita del lavoro o la precarietà dell’impiego hanno avuto come effetto collaterale un senso di depressione, un’accettazione quasi fatalistica degli eventi. Filippi, che della salute mentale è un esperto, l’ha subito avvertito, e da sindacalista conosce anche la possibile cura: la prevenzione. “Ogni euro speso in prevenzione fa risparmiare dieci euro. Può bastare?”.

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