Ce lo impone l’Europa - di Paola Freschi

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Dalla “lettera di intenti” di Berlusconi al caos delle Province. 

Tutto è cominciato nel novembre 2011. Mentre salutavamo - in molti con esultanza - la fine del governo Berlusconi, questi passava il testimone a Mario Monti dopo aver depositato alla Ue una esaustiva “lettera di intenti” nella quale si introduceva il principio di elevare a 67 anni l’età pensionabile, a modificare lo Statuto dei lavoratori per rendere più facili i licenziameneti, alla dismissione del patrimonio pubblico per una stima di 5 miliardi di euro.

Era ben segnato, in quella lettera, il necessario svolgimento di un disegno che doveva portare alla sistematica distruzione dell’assetto istituzionale e sociale dello Stato. Obiettivo principale: la dismissione dello stato sociale passando dallo smantellamento del pubblico, con la conseguente riduzione drastica dei servizi pubblici in nome non di un’Europa dei popoli, ma di un’Europa finanziaria governata dal neoliberismo. Spending review, tagli e riduzione della spesa pubblica, pareggio di bilancio e innalzamento dell’età pensionabile, sono solo alcuni temi affrontati dalla lettera. Il vero nemico era il pubblico. Obiettivo: eliminare gli enti “inutili”, passando dall’eliminazione del dipendente pubblico di brunettiana inquisizione a vantaggio delle privatizzazioni.

È stato facile individuare nelle Province l’agnello sacrificale di una crisi di democrazia. Si è sventolato lo scalpo della sopressione delle Province per dimostrare la capacità di ridurre i costi della politica, con risultati, di fatto, irrisori. Il governo Renzi ha attuato un risparmio di “democrazia” in piena linea con le politiche berlusconiane: niente più elezioni dirette dei presidenti e dei consiglieri, pesante riduzione dei fondi ai territori, taglio dei servizi ai cittadini. I quali continuano a pagare le stesse tasse, che però non vengono più investite sui territori ma trasferite a Roma.

Il processo è stato confuso: Monti ha eliminato le giunte; Delrio con la legge 56/2014 ha disposto il taglio del 50% della spesa per il personale, e consegnato alle Regioni l’onere di riallocare le funzioni. In attesa della riforma costituzionale che doveva sopprimerle definitivamente e che, con la vittoria del No nel referendum del 4 dicembre 2016, non è avvenuta. La legge 190/2015 ( di bilancio) imponeva prelievi forzosi alle casse delle Province che, di fatto, si sono trovate nell’impossibilità di erogare i servizi previsti per legge quali l’edilizia scolastica, la viabilità, il rilascio delle autorizzazioni ambientali.

Un’operazione che ha portato ad una “transumanza” di persone, nell’indifferenza dell’opinione pubblica incattivita da anni ed anni di operazioni denigratorie nei confronti dei dipendenti pubblici. Così Il primo gennaio 2016 oltre 20mila lavoratrici e lavoratori delle Province e delle Città Metropolitane sono stati trasferiti nel “Portale della mobilità”: costato oltre 3 milioni di euro, è servito ad incrociare domanda e offerta di tutti i posti disponibili di tutte le amministrazioni d’Italia. Conseguenza: dimezzamento delle risorse, soppressione di servizi pubblici, perdita di professionalità. Il Portale, poi chiuso nel 2017, ha “accolto” anche la Forestale, soppressa e militarizzata confluendo nell’Arma dei Carabinieri, e i dipendenti della soppressa Croce Rossa.

Le Province e Città Metropolitane, ad oggi, gestiscono ancora oltre 5.100 scuole e l’80% della rete viaria nazionale, ma non hanno più dipendenti né risorse. Dal 2016 vanno avanti con fondi “tampone”, e ogni Regione ha riorganizzato in autonomia le funzioni. Siamo ancora nel caos creato dalla riforma Delrio, appesa a metà dal ddl Boschi affossato dal referendum.

A cinque anni di distanza le Province, che non dovevano esserci più, restano e resistono. Gestiscono ancora servizi pubblici essenziali, come scuole e viabilità, ma con minori stanziamenti e personale. Servizi rimasti nel limbo con scuole, nelle quali entrano ogni giorno 2,5 milioni di studenti, che cadono a pezzi, con soffitti che crollano, strade e viadotti che si sgretolano. Immagine di un paese in balia di governi che attuano e promuovono politiche di destra, che antepongono al bene comune e ai servizi pubblici la finanza di capitali e capitalisti europei.

 

È necessario invertire la tendenza, salvaguardare i servizi pubblici e i beni comuni nella consapevolezza che attuare la Costituzione è nostro dovere e obbligo. Ciò che va contro di essa non “ce lo può chiedere l’Europa”. Per Costituzione, occorre distribuire la ricchezza in modo equo, garantire il lavoro e fare in modo che tutti i cittadini abbiano a disposizione i servizi essenziali per la tutela della salute, della sicurezza, della formazione.

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