Dall’Ilva all’Enel, luce sulla sofferenza di Taranto - di Frida Nacinovich

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Quando si parla di lavoro, ci sono città che sono cartina di tornasole delle contraddizioni fra attività produttive, ambiente e salute. Cartoline da Taranto, aggrappata all’acciaio che dà lavoro a più di diecimila operai, ma che al tempo stesso deve ripensare un modello produttivo obsoleto e insostenibile. Il tutto in un Meridione della penisola che resta drammaticamente fermo, e che continua a vedere nell’emigrazione l’unica via d’uscita per potersi permettere un progetto di vita.

Mario Marturano ha lavorato all’Ilva quando l’acciaieria funzionava a pieno regime. Lui è uno dei pochi che ha potuto scegliere di andarsene, grazie al concorso che lo ha poi portato in Enel. Oggi, dopo una vita sugli impianti, è in isopensione, quel meccanismo per cui è l’azienda stessa ad assicurare i contributi mancanti per arrivare, appunto, alla pensione. “Sono stato operativo fino a pochi mesi fa - racconta - poi problemi di salute mi hanno costretto a fare questa scelta. Forse ho perso qualcosa economicamente, sicuramente ho guadagnato il tempo per dedicarmi a due mie grandi passioni, la politica e il sindacato”.

Oggi Marturano fa parte del direttivo provinciale e dell’assemblea nazionale della Filctem Cgil, ed ha esperienza da vendere per parlare di un comparto produttivo che abbraccia di volta in volta il settore chimico, farmaceutico, quello tessile (abbigliamento) e il calzaturiero, la gomma e la plastica, per arrivare all’energia e ai servizi delle public utilities, cioè quelli elettrici, del gas e dell’acqua. “Fino allo scorso agosto ho lavorato in Enel come tecnico, ho seguito i lavori in mezza città. Io sono di quelli che preferiscono stare sul campo”. Più di trent’anni di anzianità di servizio nel colosso dell’energia. “Entrai in Enel nel 1986. All’epoca eravamo 135mila addetti diretti, oggi i dipendenti si sono ridotti del 60-70%, non arrivano a 30mila”.

Esternalizzazioni e appalti l’hanno fatta da padrone, cambiando radicalmente il perimetro dell’azienda, un meccanismo riscontrabile in ogni settore produttivo della penisola. “Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti - osserva Marturano - perdita di professionalità e competenze, riduzione delle tutele, aumento dei rischi di infortunio. In patologico contrasto con gli obbiettivi aziendali in tema di sicurezza. Ancor peggiore la situazione delle ditte in appalto, dove la tagliola del massimo ribasso accresce ancor di più i rischi. Chi ci rimette sono sempre i lavoratori”.

Il tecnico dell’Enel vive fra le emergenze, può bastare un temporale per mettere in crisi l’erogazione dell’energia elettrica in interi quartieri. “Bisogna individuare velocemente il guasto, il nostro intervento deve precedere quello della ditta incaricata di risolvere il problema. Ridare l’energia elettrica nel minor tempo possibile è l’obiettivo primario. Va da sé che devi essere quasi sempre reperibile”.

La forte riduzione degli addetti in Enel a Taranto ha fatto coppia con la crisi dell’Ilva. Sul punto Marturano ha le idee chiare: “Salute e lavoro devono coesistere, per raggiungere questo obiettivo è necessario investire, parecchio, per assicurare meccanismi di produzione rispettosi dell’ambiente e della salute, sia di chi lavora in fabbrica che di chi vive nei quartieri circostanti. Qui a Taranto siamo arrivati ad avere il 50% di disoccupazione giovanile, e chi ha un lavoro spesso lo ha precario. In questo modo si rompono i meccanismi di solidarietà fra generazioni, si innescano pericolose fratture nei rapporti fra i lavoratori più anziani e gli stessi nuovi assunti, per non parlare dei tanti che restano ai margini del sistema produttivo”.

Marturano era entrato in Ilva nell’ormai lontano 1980. “Mi ricordo che all’epoca eravamo impegnati nel rifacimento dell’altoforno 5, un lavoro complesso, in un ambiente che già allora non era certo salubre”. Quando, nel 1986, Marturano viene chiamato da Enel, non si lascia sfuggire l’occasione. “All’inizio mi spedirono a Grottaglie, una volta rientrato a Taranto ho fatto carriera e sono diventato un tecnico”, racconta con un pizzico di orgoglio. Da combattivo sindacalista ricorda che a Grottaglie si trovò davanti un blocco compatto di lavoratori Cisl. “Quando sono venuto via la mia Cgil aveva preso piede, conquistando la fiducia di numerosi lavoratori, fino a diventare la maggioranza. Mi attaccavano in continuazione, ma io non sono certo il tipo che si lascia intimidire”.

Quando parla del suo lavoro, Marturano si accalora. “Mi ha dato soddisfazione fare questo mestiere, girare per i quartieri di Taranto con la squadra”. Ci lascia con una considerazione amara su quanto la privatizzazione dell’Ilva abbia nuociuto alle condizioni di lavoro nelle acciaierie, e di vita nell’intera città. “È stata l’ennesima dimostrazione che in certi settori strategici, come la siderurgia, l’intervento pubblico resta necessario”.

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