La cultura sta nella pratica - di Ilaria Bettarelli

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Se negli Usa studiare le masse e comprendere il ruolo sociale interpretato dai media è stata una necessità precoce, in Europa abbiamo avuto qualche ritardo perché sostanzialmente siamo un continente più vecchio. Radici storiche, le nostre, che non sempre ci permettono di cambiare drasticamente prospettiva. Eppure trovo interessante il fatto che in Europa, nello specifico nella Gran Bretagna degli anni Cinquanta, l’interesse verso una cultura popolare, che comprendesse giornali, foto, stampa scandalistica, cinema e radio, nasca non in seno a laboratori di ricerca universitaria improntati ad analisi quantitative, finalizzate a capire come “vendere”, ma dalle riflessioni di studiosi di letteratura.

Già in epoca vittoriana il primo a proporre “la cultura come una soluzione politica per il conflitto sociale” è stato Matthew Arnold. Dopo di lui ci sono stati due studenti allievi del professor Frank R. Leavis (colui che ha stabilito in Inghilterra cosa fosse o non fosse letteratura), che venivano direttamente dalla classe operaia e dovettero confrontarsi con il fastidio di essere professori di merito in un mondo letterato che li fece sempre sentire fuori luogo.

È grazie a Richard Hoggart se il concetto di “cultura” perde la sua natura snob e circoscritta alle classi di rango più elevato, ed è grazie a Raymond Williams che, per la prima volta in Europa, la classe operaia scrive di se stessa, parlando della cultura come di un fatto politico. Grazie a loro è stato ridefinito il significato stesso di “cultura”. Quella della vita quotidiana, quella che è insita nel reale mondo delle persone, e che per loro era più viva e autentica negli ambienti della ‘lower class’. Ambienti dove per lo più si lavorava, e dove il tempo libero era così raro che ogni festa doveva essere grandiosa. Momenti di libera espressione cui tutti avrebbero partecipato.

In questo modo abbiamo iniziato a capire, proprio in Europa, che la cultura è qualcosa che va a braccetto con l’industria, con la democrazia, con la classe sociale e con l’arte. Qualcosa che non può assolutamente fare a meno di una sua etica, di una sua moralità, e che vive febbrile nella vita reale.

Alla luce di questi “natali” della sociologia dei media, penso sia giusto fare una riflessione. Qualche giorno fa è uscito un articolo brillante della compagna Esmeralda Rizzi, che finalmente parla di come usare i social network per interagire con i lavoratori altrimenti non raggiungibili. Se non lo avete letto, leggetelo.

Subito dopo però bisogna tornare al fatto che quel qualcosa di culturale e autentico nella nostra confederazione è dato dall’incontrarci personalmente. Insieme, e non sempre in accordo, è possibile creare quel fervore in cui le idee si trasformano subito in vita vera. Teoria e azione, riflessione e messa in opera. È questo che crea cultura. Cultura buona e partecipata.

Troppo spesso ultimamente, dalla mia prospettiva di delegata, noto un approccio goffo alle piattaforme mediatiche. Esponenti anche di rilievo che si interfacciano preferibilmente nei commenti di facebook. Delegati che pensano di essere informati, e formati, semplicemente perché hanno messo un ‘like’ alla novità del giorno. Non è qualcosa che riguarda solo il sindacato, ci mancherebbe; gli smanettoni dei social sono un fenomeno generalizzato, ma questo favorisce la tendenza a restare intrappolati in opinioni acritiche e superficiali.

Credo moltissimo alla capacità che il sindacato può avere di formare le persone. Qualcosa che ha fatto sin dalla sua nascita in Italia, leggendo e scrivendo per chi non era in grado di farlo. Cambia la penna che adesso è digitale, ma non cambia la sostanza. Le piattaforme social devono appunto essere uno strumento, ma immediatamente dopo (forse immediatamente prima) ci devono essere delle strategie che favoriscano l’aggregazione, e garantiscano la formazione, quindi gli strumenti. Altrimenti faremo quello che fanno molti dei nostri politici con un eccellente e ben retribuito ufficio per la comunicazione alle spalle: propaganda.

Un’idea pratica: i seminari. All’ultimo Direttivo nazionale della Cgil, fatto in forma seminariale, hanno partecipato al dibattito poche persone, nonostante temi importanti e ospiti preziosi come il professor Lucio Caracciolo, e la direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, Nathalie Tocci. Lo trovo un sintomo importante. Se faccio autocritica, ci trovo la mancanza di formazione adeguata ad avere a che fare con i contenuti di un certo livello. Occorre rimediare.

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