Quale modello di sviluppo sostenibile? - di Massimo Balzarini

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Uno sviluppo alternativo per le generazioni di oggi e quelle future.  

Ci sono concetti o parole che diventano di moda e vengono usati comunque in ogni circostanza e situazione, senza verificarne l’appropriatezza. Uno di questi è la “sostenibilità”, di particolare attualità anche grazie al movimento Fridays For Future e a Greta Thunberg. Senza voler entrare troppo nel dettaglio, è comunque utile ricordare che il sindacato, e la Cgil in prima linea, se ne occupano da molto tempo, almeno da quando i lavoratori hanno preso coscienza dell’impatto che le attività produttive avevano sull’ambiente circostante e sulla loro stessa salute, quindi sicuramente dall’epoca dello Statuto dei lavoratori.

Un’attenzione che non è mai calata, e che ha portato negli anni scorsi a elaborare la “Piattaforma integrata per lo sviluppo sostenibile e la legalità”, e di recente il documento Cgil, Cisl e Uil “Per un modello di sviluppo sostenibile”. Perché ogni tanto è utile ricordare le elaborazioni delle organizzazioni sindacali. Ma il rischio è che questa tematica assuma significati esclusivamente “ambientalisti” o “economici”, quindi tecnicismi senza implicazioni politiche sulle scelte necessarie per questo modello.

La definizione di “sviluppo sostenibile” richiama il fatto stesso che si tratta di uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Soddisfacimento di bisogni, implica che lo sviluppo non è crescita neutra, non è aumento della produzione di beni, di accrescere il consumismo, di aumentare la richiesta d’energia. E prendere atto che la consegna a domicilio di pasti o di beni, spesso assolutamente superflui, incide profondamente sullo sviluppo, che richiede trasporti impattanti sull’ambiente e che nell’illusione del risparmio si finisce col ridurre i diritti, o spesso con lo sfruttamento, a carico dei lavoratori che erogano questi servizi.

Quali bisogni? Quelli indotti dal consumismo, o per accrescere la qualità della nostra vita, riducendo la richiesta di energia, di produzione di rifiuti, aumentando il riciclo delle materie prime? Ma c’è una ulteriore sfida per l’economia. Dato che questo sviluppo non può essere a costo zero, vanno immesse risorse ed energie, sia materiali che in termini di intelligenza, e questo richiederà un nuovo modello di istruzione e formazione a tutti i livelli, che coinvolga trasversalmente tutti i soggetti.

Questo implica un processo decisionale della politica, un investimento di risorse e un cambiamento profondo delle modalità di produzione, non solo di beni sostenibili, ma anche di processi di trasformazione di beni e servizi. In modo sostenibile, che significa anche saper rinunciare ai superflui bisogni indotti. Un’idea di sinistra, proprio perché esiste uno sviluppo alternativo, con scelte forse impopolari, ma necessarie perché le generazioni future possano accrescere la speranza e l’aspettativa di vita, senza fame, povertà, garantendo qualità nell’educazione, uguaglianza di genere, energia pulita e accessibile, lavoro dignitoso e crescita economica, città e comunità sostenibili, pace, giustizia e istituzioni solide che garantiscano la democrazia partecipata. l

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