Autonomia differenziata: fermiamo la deriva disgregatrice - di Paolo Righetti

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Il 26 febbraio scorso, a Mestre, Cgil e Flc del Veneto hanno tenuto un’assemblea pubblica con la partecipazione, fra gli altri, del segretario generale Flc nazionale, e del professor Viesti dell’Università di Bari. L’approfondimento e il dibattito si sono concentrati, in particolare, sull’ambito dell’istruzione e della formazione professionale, uno dei più importanti, evidenziando i grandi rischi di disgregazione del paese e di aumento delle diseguaglianze insiti nelle richieste della Regione Veneto e delle altre regioni proponenti.

Si tratta di un processo inaccettabile di differenziazione che può interessare sia la gestione diretta delle risorse economiche da ripartire, accentuando una situazione già oggi disomogenea nell’accesso e nella qualità dei sistemi regionali di istruzione e formazione, sia la discrezionalità nella definizione della stessa offerta formativa, mettendo in discussione l’omogeneità nazionale dei percorsi didattici e dell’identità culturale.

A tutto ciò si aggiunge la richiesta di regionalizzare i fondi per il diritto allo studio e il rapporto di lavoro del personale della scuola, ponendo le basi per la marginalizzazione del contratto nazionale. Un processo di frammentazione e disgregazione che riguarda analogamente anche altri ambiti di rilevanza strategica nazionale, dalla sanità all’energia, dai trasporti alle infrastrutture, dall’ambiente ai beni culturali.

Per quanto riguarda le risorse economiche, pur non riproponendo in modo formale la richiesta dei 9/10 di tutto il gettito tributario, le regioni “autonomiste” chiedono il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard, con il vincolo dell’aggancio delle risorse trasferite alla dinamica del Pil regionale. Un principio di “territorialità” del gettito che mette in discussione la funzione di redistribuzione e perequazione dello Stato, e che accentuerebbe ulteriormente il divario tra le regioni, con effetti dannosi per tutti. Allargare la forbice tra nord e sud (e tra diversi territori del nord) sarebbe un ulteriore ostacolo alla ripresa di un ciclo economico e produttivo virtuoso in tutto il paese.

Un approccio, inoltre, che sposta i nodi e le soluzioni delle criticità, del disagio e delle diseguaglianze sociali nell’ambito della competizione tra territori, anziché intervenire sui fattori che li producono operando per la loro concreta riduzione. Anzi, accentuandoli con politiche fiscali che aumentano le diseguaglianze, dai condoni alla flat tax, alla non applicazione, come in Veneto, delle addizionali Irpef sugli scaglioni di reddito più alti.

La Cgil è contraria a questo disegno pericoloso, inaccettabile e, per molti aspetti, a rischio di incostituzionalità. Anche l’iter istituzionale proposto renderebbe marginale il ruolo del Parlamento e attribuirebbe una titolarità piena e discrezionale al governo, al rapporto con ogni singola Regione, affidando addirittura a “commissioni paritetiche” la definizione dei criteri e delle modalità di attribuzione delle risorse, l’individuazione della spesa storica e dei fabbisogni standard, le possibili successive modifiche e integrazioni ai decreti legislativi. Un percorso che determinerebbe in sé un assetto a geometria variabile da regione a regione, e metterebbe in discussione l’universalità, l’esigibilità e l’omogeneità dei diritti fondamentali e dei livelli delle prestazioni essenziali in tutto il territorio nazionale, incrementando le tante diseguaglianze già esistenti.

E’ più che mai attuale la richiesta, da tempo avanzata dalla Cgil, di definire e approvare i livelli essenziali delle prestazioni per tutti gli ambiti di attribuzione di competenze e di approvare una legge quadro sulle materie a legislazione concorrente, di riferimento omogeneo per tutti i negoziati, e per tutte le possibili intese. Una legge quadro che delimiti il perimetro delle funzioni legislative e amministrative attribuibili all’ente Regione, dei beni patrimoniali e strumentali trasferibili, che definisca i criteri e le modalità di calcolo e assegnazione delle risorse e della contribuzione ai fondi perequativi nazionali, che garantisca ovunque i livelli essenziali delle prestazioni, che salvaguardi gli ordinamenti e la contrattazione nazionale.

Da tempo sosteniamo la necessità di una più chiara ripartizione delle competenze tra Stato, regioni e amministrazioni locali, ma nell’ambito del pieno rispetto della Costituzione, coniugando unità del paese e decentramento istituzionale, e salvaguardando gli indispensabili elementi di solidarietà, di universalità e di omogeneità dei diritti sociali e del lavoro.

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