Algeria: grande mobilitazione contro Bouteflika - di Vittorio Bonanni

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Dopo lo scossone delle elezioni del 1991 vinte dagli islamici – un risultato disconosciuto che aveva dato vita per oltre dieci anni ad una sanguinosa guerra civile – oggi l’Algeria, governata fin dai tempi della decolonizzazione dal Fronte di liberazione nazionale (Fln), sta vivendo un’altra fase di rivolta contro uno status quo diventato ormai inaccettabile.

La pretesa di candidare per la quinta volta a capo dello Stato l’ultraottantenne presidente Abdelaziz Bouteflika, malgrado le sue pessime condizioni di salute, ha scatenato da oltre un mese la rivolta del paese. Una vera e propria primavera democratica e laica che ha costretto il regime a scendere a più miti consigli, rinunciando alla candidatura del presidente, rinviando a data da destinarsi le elezioni, e dando avvio ad un rimpasto di governo in cui cambierà il primo ministro Ahmed Ouyahia, anche lui malato e ricoverato in un ospedale di Algeri.

Per il movimento “22 Febbraio” - è questo il nome della grande mobilitazione di massa che sta scuotendo il vecchio regime e che ha manifestato il suo dissenso anche il 15 marzo, malgrado l’annuncio del presidente di ritirarsi dalla competizione - si tratta di una evidente vittoria. Ma che caratteristiche ha questo movimento che ha invaso le strade di Algeri e di tante altre città – Orano, Skikda, Guelma, Tizi Ouzou, Bejaia, Bordj, Mascara, Blida, Khenchela, Annaba, Costantino, Batna, Bouira, Jijel - e anche di Parigi, dove la presenza algerina è da sempre massiccia?

Si tratta per lo più di giovani disoccupati che rifiutano però di essere definiti tali, “hittisti” come venivano chiamati negli anni ’90, o “harraga” che significa migranti. Sì, perché i giovani algerini vogliono vivere a casa loro e cambiare un paese che sembra non avere scelta tra un regime ormai sclerotizzato e corrotto, e un’alternativa islamista fortunatamente lontana e rifiutata dalla stragrande maggioranza delle donne algerine, anche loro protagoniste di questa rivolta e da sempre contro il Codice della famiglia, che ha ostacolato il raggiungimento della parità di genere.

Il movimento ha coinvolto anche i “moujahidat”, i vecchi e le vecchie combattenti per l’indipendenza algerina, tra le quali anche Djamila Bouhired e Zohra Drif-Bitat. Anche l’Organizzazione nazionale dei moujahidin, corteggiata da Bouteflika, ha deciso di sostenere il movimento. In piazza anche la Laddh (Lega algerina per la difesa dei diritti dell’uomo), che attraverso il suo leader Noureddine Benissad ha attaccato il regime, definendolo “corrotto e arrogante”.

Contro anche la stragrande maggioranza delle sezioni dell’Unione generale dei lavoratori algerini (Ugta), che non si riconoscono nella posizione ufficiale di sostegno al regime decisa dai vertici. Sulle stesse posizioni il Forum dei capi di impresa (Fce), che attraverso il suo presidente Ali Haddad ha fatto sapere che la sua organizzazione “crede fermamente al principio della rivendicazione pacifica e legittima al servizio della nazione”.

Tra le forze politiche, oltre ad un dissenso interno al Fln che ha comportato numerose defezioni, registriamo la naturale opposizione del Fronte delle forze socialiste (Ffs), che però non è riuscito a trovare una posizione unica di fronte alla decisione di ritirare i propri deputati dall’Assemblea nazionale, e quella del Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd), che attraverso il suo ex segretario Said Sadi ha sottolineato l’intelligenza e la civiltà con le quali “giovani abbandonati all’avventura” hanno invece espresso la propria protesta, dando vita ad un vero e proprio “miracolo”. Altri due partiti di opposizione come il Partito laburista, e il Movimento islamista della società per la pace, hanno deciso di boicottare le elezioni.

Alla base di questa rivolta non c’è solo un’insofferenza nei riguardi di un regime cinquantennale. C’è anche una crisi economica grave che, come ha riportato recentemente “L’Huffington Post” sta comportando una disoccupazione del 30% tra i giovani, percentuale che arriva al 54% per chi ha meno di 30 anni. A peggiorare la situazione un forte calo delle entrate petrolifere, non compensato dai proventi del petrolio del periodo 2000-2013 – 1.000 miliardi di dollari - a causa di una cattiva gestione di questa somma da parte di una élite corrotta ed incapace.

Una eventuale destabilizzazione dell’Algeria angoscia non poco i governi europei, a partire da quello francese per finire a quello italiano, passando per Madrid. Tutti paesi fortemente legati ad Algeri per l’importazione di petrolio e di gas. Per questa ragione nessuno ha sostenuto con forza la protesta, considerando Boutlefika e il suo regime come un male minore.

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