Gaza, la Grande Marcia per il ritorno e per la fine dell’assedio - di Alessandra Mecozzi

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Il 30 marzo 2018 a Gaza avvenne qualcosa di nuovo e straordinario: migliaia di persone, uomini, donne, bambini, intere famiglie, si riversarono nei grandi spazi antistanti le cinque barriere di separazione da Israele. Cominciava la Grande Marcia per il ritorno (oltre il 70% degli abitanti di Gaza è profugo, del 1948 e del 1967). Vi presero parte circa 30mila persone: 18 palestinesi vennero uccisi e circa 1.400 feriti, per lo più da soldati-cecchini israeliani. “Abbiamo camminato (nel 1948, ndr) per ore finché non siamo arrivati a Gaza. La situazione non era migliore lì. Abbiamo dormito per giorni in una stalla. Pensavamo che presto saremmo tornati nei nostri villaggi, ma non è mai successo”, queste sono le parole di una anziana abitante di Gaza.

Il 30 marzo è la Giornata della Terra, celebrata dai circa sei milioni di palestinesi nel mondo, dal 1976, quando vennero uccisi sei manifestanti nel corso di una manifestazione palestinese sul territorio israeliano, contro la confisca di terre. La manifestazione divenne un simbolo di unità del popolo palestinese, e della sua identità legata alla terra.

Nel 2018 una vasta rete di attivisti palestinesi ha organizzato la Grande Marcia, che sarebbe dovuta durare fino al 15 maggio, data di proclamazione dello Stato di Israele e della Nakba, la catastrofe, per i palestinesi. Ma la partecipazione popolare è continuata ogni venerdì, e proprio il 30 marzo scorso ne è stato celebrato il primo compleanno.

Ahmad Abu Artima, giovane giornalista e poeta, fra gli iniziatori della Marcia, dice: “Cominciare la Grande Marcia per il ritorno è stato il mio sogno. Quando andavamo verso il ‘border’ (confine, ndr) guardavo il cielo e vedendo gli uccelli volare qua e là mi sono chiesto: perché non possiamo essere liberi come loro? Perché ci ammazzano? Io non sono contro gli israeliani, so che potremmo vivere insieme... La Marcia è importante, perché hanno risposto positivamente tutte le forze politiche, su quella grande spianata c’è unità, ma non c’è nella gestione della politica!”.

Nel suo cammino, la Marcia per il ritorno è diventata anche la Marcia per la fine dell’assedio, che continua da 12 anni. L’assedio vuol dire durissime condizioni di vita, anche per l’aggiunta delle distruzioni operate in tre pesanti attacchi militari israeliani nel corso di questi anni. Sono state distrutte case e infrastrutture, zone agricole, sistema idrico, perfino il più grande teatro... Acqua ed elettricità sono beni preziosissimi e molto scarsi, gli ospedali sono al collasso. Oltre 3mila vittime civili e migliaia di feriti. Una ricostruzione molto difficile a causa del blocco all’entrata di merci e persone.

Vivere sotto assedio è come stare in una grande prigione a cielo aperto, sotto la continua minaccia dei droni e delle bombe, come è avvenuto in giorni recenti. La disoccupazione arriva al 50%, i salari sono stati ampiamente decurtati anche per quei dipendenti pubblici della Autorità nazionale palestinese, che usa questo mezzo per far pressione sul governo di Hamas! Contro questa decisione ci sono state manifestazioni anche a Ramallah, duramente represse dalla polizia palestinese.

Le aggressioni israeliane alla grande pacifica Marcia hanno provocato oltre 250 vittime, tra cui 35 ragazzini, alcuni paramedici e giornalisti, e migliaia di feriti (ca. 30mila). Le micidiali pallottole colpiscono soprattutto le gambe, tanto che è possibile vedere nella Grande Marcia, come mi è capitato nell’agosto dello scorso anno, decine di ragazzi con le stampelle. Ammirevoli e commoventi quando hanno improvvisato una “dabka”, danza tradizionale palestinese, sulla grande spianata di Malaka, uno dei border non lontano dalla città di Gaza.

A marzo 2019 la Commissione di indagine indipendente delle Nazioni Unite sugli avvenimenti della Grande Marcia, dall’inizio fino al dicembre 2018, ha presentato al Consiglio dei diritti umani a Ginevra i suoi risultati, tra cui “le uccisioni o ferimenti da parte di soldati israeliani di civili che non partecipavano a scontri né costituivano una minaccia”. Queste gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario “possono - dice l’indagine - costituire crimini di guerra o crimini contro l’umanità”. E’ un documento importante, che denuncia le responsabilità di Israele nelle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani.

Sono responsabilità impunite, e non è una novità: ma quando le istituzioni europee e internazionali decideranno, come avvenuto per altri paesi, sanzioni nei confronti di Israele fin quando non metterà fine a queste politiche?

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