Per il diritto universale alla salute e all’assistenza - di Paolo Righetti

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Il 22 marzo la Cgil del Veneto ha promosso un convegno sulle prospettive ed esigenze del Sistema socio-sanitario pubblico, con un approfondimento specifico sul territorio regionale. Abbiamo espresso una grande preoccupazione sullo stato di salute e sulle prospettive del sistema sanitario, sulla sua capacità di rispondere adeguatamente ai crescenti bisogni, prodotti anche dai cambiamenti demografici ed epidemiologici in atto. Tutte le più recenti indagini statistiche confermano, infatti, che una quota consistente della popolazione rinuncia alla prevenzione e a parte delle cure e dell’assistenza, a causa di diverse difficoltà nell’accesso alle prestazioni. Si manifesta così una privatizzazione crescente, che ha portato la spesa sanitaria privata a quasi 40 miliardi, circa il 10% in più rispetto ai 2-3 anni precedenti.

Alti costi di compartecipazione alla spesa, lunghi tempi d’attesa, offerta territoriale inadeguata, spingono molti cittadini a rinunciare alle cure o a rivolgersi alle strutture private. E’ in atto inoltre una progressiva esternalizzazione di servizi e attività, motivata dalla carenza ormai drammatica di organici e professionalità specifiche, che sarà ulteriormente accentuata dalle nuove modalità di accesso alla pensione. Così come, in assenza di una legge quadro nazionale sulla non autosufficienza, e della definizione dei Lea per l’assistenza sociale, l’assistenza e il lavoro di cura vengono scaricati sulle famiglie e in particolare sulle donne.

Queste difficoltà colpiscono in modo più pesante soprattutto le fasce più deboli, le persone con redditi bassi, senza lavoro, con gravi disagi familiari e problematiche di salute. Per giunta, anche se con forti disomogeneità nel territorio nazionale, emerge comunque un tendenziale peggioramento in tutti i territori. Compreso il Veneto, che pure mantiene una qualità complessivamente buona. Ma se si vuole veramente salvaguardare, rilanciare e rafforzare il sistema sanitario pubblico, e rendere esigibili ovunque i Lea, servono risorse certe e adeguate, con interventi urgenti a livello nazionale e regionale.

Sul piano nazionale Cgil, Cisl e Uil hanno già definito unitariamente le priorità di intervento: si va dal rifinanziamento e incremento progressivo del Fsn, superando la programmata riduzione della spesa sanitaria al 6,4% del Pil, a un piano straordinario di adeguamento e incremento delle dotazioni organiche e professionali; dalla elaborazione di un piano nazionale per la prevenzione, all’approvazione di una legge quadro sulla non autosufficienza, e alla definizione dei Leps; dall’eliminazione dei super ticket, alla rapida approvazione e attuazione del piano nazionale per la riduzione dei tempi d’attesa. Il tutto in un quadro di salvaguardia dei meccanismi di perequazione e solidarietà, e di garanzia, dell’erogazione dei Lea e dei Lep in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, così come previsto dalla Costituzione.

Sono temi che devono diventare centrali nella stipula del nuovo “Patto della salute” fra Stato e Regioni. Ed è positivo che una parte significativa degli obiettivi da noi formulati siano condivisi nel documento del 13 febbraio della Conferenza delle Regioni. Temi che vanno declinati anche in Veneto, dove negli ultimi anni sono stati assunti importanti provvedimenti: la legge regionale 19 del 2016 con la modifica degli assetti territoriali delle Aziende Ulss; il nuovo Pssr 2019-2023 approvato nel dicembre scorso; la Dgr numero 22 del 13 marzo, con l’approvazione delle schede di dotazione delle strutture ospedaliere e delle strutture intermedie.

La Cgil ha espresso, su tutti i provvedimenti, le proprie valutazioni, le critiche, e le proposte. Da tempo abbiamo evidenziato uno scarto forte tra obiettivi dichiarati, in gran parte condivisibili, e risultati raggiunti; tra gli interventi previsti e la loro concreta realizzazione. Uno scarto ormai accertato per quanto riguarda l’attuazione del Pssr 2012-2016. L’obiettivo “meno ospedale più territorio” si è concretizzato solo nella prima parte, riducendo complessivamente i posti letto, e spostandone una parte verso il privato convenzionato.

La razionalizzazione delle strutture ospedaliere, intermedie e distrettuali, ha in realtà determinato una pericolosa riduzione dei presidi e dei servizi, in particolare nei territori più disagiati, quelli delle zone montane, lagunari, polesane. Poi ad oggi permangono ancora forti carenze e disomogeneità nella piena attivazione delle strutture intermedie, della filiera dell’assistenza territoriale e domiciliare, come evidenziato chiaramente anche dalla ricerca dell’Ires Veneto illustrata dal professor Rebba dell’Università di Padova.

Si tratta di uno scarto che rischia di riprodursi anche nel percorso di attuazione del nuovo Piano, perché è poco credibile che l’attivazione di tutti gli interventi previsti sia possibile con il vincolo dell’invarianza di spesa e senza risorse aggiuntive, dato che ancora una volta il Piano non è accompagnato da un cronoprogramma, con tempi certi per la loro progressiva e completa realizzazione.

Soprattutto è forte anche qui in Veneto la percezione di un arretramento e di un peggioramento generale, nella prossimità territoriale delle strutture e dei servizi, nella qualità delle prestazioni, nell’integrazione socio-sanitaria, di un ritardo e una carenza forti nella reale attivazione ed efficacia dei percorsi di presa in carico, di dimissione protetta, di continuità assistenziale, di gestione multidisciplinare delle complessità cliniche e delle cronicità, di assistenza domiciliare integrata, nell’erogazione dei servizi distrettuali e specialistici. Una dinamica regressiva che per alcuni ambiti sta mettendo in discussione la stessa garanzia ed erogazione dei Lea.

E’ un peggioramento che colpisce soprattutto gli ambiti più esposti e fragili, quelli della cronicità clinica, della non autosufficienza, della disabilità, dei servizi per l’infanzia, del disagio minorile, dei consultori, della salute mentale, delle dipendenze, e anche quelli della prevenzione, della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nel territorio.

Quest’ultimo è un ambito che rappresenta una vera e propria emergenza, se pensiamo al numero intollerabile di morti sul lavoro e di gravi infortuni che avvengono in Italia e nella nostra regione, alle tante situazioni di inquinamento produttivo e ambientale con pesanti danni alla salute dei lavoratori e della popolazione, di cui in Veneto la vicenda Pfas è solo l’esempio più attuale e macroscopico.

Non c’è dubbio che uno dei fattori che incidono maggiormente su questa situazione sia la grave carenza di organico e di professionalità specifiche, oramai da tutti riconosciuta. Una carenza che va superata con un piano straordinario di assunzioni e di percorsi formativi, con provvedimenti urgenti e attivabili subito e direttamente anche dalla Regione, senza aspettare la “mitica” autonomia come soluzione di tutti i problemi. E’ una carenza che sta determinando e accentuando, anche qui in Veneto, un forte processo di esternalizzazione di servizi, dal sistema di convenzionamento e accreditamento, all’affidamento di attività. Un processo che va contenuto e regolato in modo più stringente, perché determina costi superiori alla stessa gestione pubblica, e comunque molto onerosi per la collettività, senza alcuna analisi costi/benefici. E che spesso, insieme a una negativa gestione di tutti gli appalti, porta con sé un peggioramento delle condizioni di lavoro e della qualità dei servizi.

Come Cgil Veneto siamo impegnati a costruire un percorso unitario di azione e proposta, nell’ambito delle iniziative territoriali e nazionali assunte nell’ordine del giorno della riunione dei coordinamenti nazionali Cgil Cisl Uil del 3 aprile per il rilancio del Sistema socio-sanitario pubblico e universale, come strumento essenziale per assicurare il diritto alla salute in tutto il paese.

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