La patrimoniale “non s’ha da fare” - di Giacinto Botti

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La patrimoniale nel “bel paese” non s’ha da fare. Il vento populista dice che le tasse possono solo diminuire. Il paese è dentro la terza recessione in dieci anni, fermo per mancanza di investimenti pubblici e privati, arretra sui sistemi di istruzione, peggiora sul diritto alla salute. Diminuisce la spesa sociale e crescono disoccupazione e precarietà. L’autonomia differenziata aumenterà la forbice tra nord e sud, centro e periferia di un’Italia già devastata dalle speculazioni, da grandi opere inutili come il Tav, da catastrofi “naturali”, con la loro scia di morti e distruzione.

Il successo dei populisti-sovranisti in Italia e in Europa è il prodotto della reazione di quanti hanno pagato la crisi, dei “perdenti della globalizzazione”, delle vittime delle politiche liberiste e di austerity che hanno prodotto precarizzazione, salari fermi, aumento di povertà e diseguaglianze.

Ma il problema è la patrimoniale. La polemica sulla sua necessità, espressa dal nostro segretario generale all’incontro con il segretario del Pd, testimonia la distanza con le nostre proposte. La patrimoniale non è né una novità né un’invenzione “personale”, come si è insinuato, ma è nel documento approvato dal Congresso Cgil. 

Il neo segretario Pd è corso a rassicurare mercati e borghesia, ma la presa di distanza sua, dei renziani, di Calenda, è sintomatica di un partito che continua a ragionare con la testa rivolta a destra, rivendicando masochisticamente scelte fallimentari, incapace ancora di girare pagina per sanare la rottura sociale con i ceti popolari e il mondo del lavoro.

Avremmo bisogno di immense risorse per rilanciare il paese, e la riforma radicale del fisco è ineludibile per recuperare la ricchezza nascosta, evasa, là dove si è accumulata in misura indecente, per ridistribuirla. La patrimoniale non è un’espropriazione ma una scelta di equità, nel rispetto della Costituzione. Senza risorse non ci sono investimenti pubblici, sviluppo ecosostenibile, lo Stato in economia, non si superano povertà e diseguaglianze, non si crea lavoro e non si ferma la recessione, non si difendono i diritti sociali e universali.

La Cgil scrive nel suo documento: “Occorre superare la diseguaglianza fiscale con … una riforma organica del fisco che si basi sui principi costituzionali della progressività e giustizia fiscale, rigettando ipotesi di flat tax. I pilastri per noi sono: diminuzione delle imposte sul lavoro, tassazione del patrimonio e abbassamento della soglia per l’imposta di successione, lotta all’evasione fiscale…”.

La sinistra ritrovi in fretta le ragioni della sua esistenza e si misuri con ciò che hanno espresso i giovani, le donne, il mondo del lavoro nelle grandi piazze di Roma, Milano e Verona. La Cgil ha deciso dove e con chi stare.

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