Grazie Cuba! - di Vittorio Bonanni

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I quasi 60 anni di “bloqueo” Usa non hanno impedito al governo comunista di attuare un’eccellente sanità pubblica, solidale con tutti i paesi del mondo.  

Cuba non finisce mai di sorprenderci. L’arrivo in Italia, in particolare nella tormentata Lombardia, di 52 tra medici e infermieri provenienti dall’isola caraibica dimostra, se ce n’era bisogno, quanto la sanità cubana, disprezzata per esempio dal presidente brasiliano Bolsonaro, continui ad essere tra le più apprezzate e prestigiose del mondo.

“Lavoreremo senza sosta per combattere l’epidemia Covid-19, insieme al personale sanitario italiano che si sta confrontando con le difficoltà della pandemia”, hanno dichiarato prima di partire, sottolineando che “è come combattere l’ebola”. Cuba ha inviato aiuti a quelli che si possono considerare paesi amici come il Venezuela e Nicaragua, ma anche a coloro che non si sono mai spesi per combattere l’embargo statunitense che da decenni colpisce l’isola caraibica. Come per esempio la Gran Bretagna, la cui nave da crociera Ms Braemar con 900 persone a bordo, dopo essere stata respinta da paesi amici come le Bahamas e gli Stati Uniti, è stata accolta a L’Avana, da dove alcuni passeggeri sono stati rimpatriati per Londra.

Per José Antonio Fernandez, portavoce del ministero degli Esteri, “sono prevalsi i concetti umanistici e solidali del nostro popolo”. Secondo José Raúl de Armas, capo del Dipartimento di malattie infettive del Minsap (Ministero salute pubblica) “Cuba dispone di un algoritmo diagnostico capace di individuare 17 virus respiratori, incluso il Sars Cov-2, e tre laboratori di biologia molecolare all’Avana, Villa Clara (centro dell’isola) e Santiago (oriente)”. Tutti i pazienti sospetti di essere malati di coronavirus sono isolati e studiati per “poter scartare un possibile contagio da questi 17 virus”. Al 17 marzo “sono stati ricoverati per controlli epidemiologici 389 pazienti, dei quali 147 sono stranieri; 24.853 sono monitorati dalla sanità pubblica di primo intervento”. L’assurdo embargo economico che il presidente Usa Barak Obama aveva tentato di ammorbidire, misure poi cancellate da Trump, rende però più difficile l’approvvigionamento di beni di prima necessità, come mascherine, sapone, insomma tutto ciò che può servire per l’igiene.

Per Miguel Mario Diaz-Canel, nuovo presidente della Repubblica dallo scorso ottobre, la sfida già impegnativa diventa ardua, soprattutto se prendiamo in esame il tentativo di cambiare il paese. Processo già avviato dal suo predecessore Raul Castro sulla base della Costituzione promulgata nel luglio 2019 e approvata, secondo quanto riferito dal quotidiano del Partito comunista cubano “Gramna”, i mesi successivi attraverso una consultazione popolare. La massima legge nazionale apre più di quanto non avessero fatto i precedenti provvedimenti adottati dal fratello di Fidel. In primo luogo un maggior sostegno all’attività privata, una maggiore attenzione agli investimenti esteri e una straordinaria apertura al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ancor più importante se consideriamo il machismo che ha sempre caratterizzato i cubani e i latino-americani in genere. Muro per la verità già rotto dallo storico film “Fragola e cioccolata” dei due registi Tomas Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabio, proiettato nel 1994 al Teatro Karl Marx dell’Avana con un grande successo di pubblico.

Altra novità istituzionale importante è la creazione delle figure del Presidente e vicepresidente della Repubblica e del Primo Ministro, che di fatto guiderà il governo, per cui è stato imposto un limite di due mandati quinquennali. Incarichi che prima come tali non esistevano.

Da tempo però Cuba aveva dimostrato di essere un paese aperto, soprattutto dopo la fine dell’era sovietica. L’apertura nei confronti della Santa Sede e degli ultimi tre papi lo ha dimostrato. Questo già dopo la visita di Fidel in Vaticano nel 1996 di fronte a Papa Wojtyla, contraccambiata dall’arrivo di quest’ultimo all’Avana nel gennaio 1998. Quattordici anni dopo l’incontro presso la Nunziatura dell’Avana con Papa Joseph Ratzinger. E infine il “faccia a faccia” emozionante con Papa Francesco. Due uomini latinoamericani che avevano messo da parte la reciproca diffidenza del capo della Santa Sede nei riguardi della Rivoluzione cubana e del Lider-Maximo nei riguardi della religione cattolica. Tutti e due in un clima di massima collaborazione.

 

Perché, come disse l’ex Presidente Usa Barak Obama, “si può essere in disaccordo educatamente se siamo consapevoli che siamo tutti fratelli anche nelle differenze e nelle diversità”.

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