Cgil Perugia: cambiare passo - di Vasco Cajarelli

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Questo contributo è stato scritto prima dell’esplodere della pandemia di coronavirus (ndr). 

Abbiamo alle spalle anni di sconquassi. Ce lo diciamo da tempo. Ma c’è un problema che ci riguarda. A volte sono state sballate anche la analisi. E quando le analisi sono state azzeccate, difficilmente ne sono seguite pratiche conseguenti. Tutto questo riguarda noi: la sinistra istituzionale, ma anche l’organizzazione di cui faccio orgogliosamente parte, la Cgil di Perugia. Così facendo veniamo meno al ruolo per il quale siamo venuti al mondo: la difesa di chi sta sotto, di chi è costretto a lavorare per vivere, di chi è relegato ai margini dalla disoccupazione e da quell’autentico mostro mangia vita che è il precariato.

Per superare l’inerzia che ci immobilizza dovremmo essere capaci di recuperare almeno una delle lezioni che ci ha impartito il femminismo: non c’è trasformazione del mondo che non parta da una trasformazione di sé, del proprio considerare naturali fenomeni che di naturale non hanno nulla e sono invece il frutto di rapporti di forza.

C’è in questa regione e nella provincia di Perugia, che ne rappresenta i due terzi, un tasso di disoccupazione che spinge i nostri giovani a emigrare. Negli anni della crisi le diseguaglianze si sono accresciute. Nei posti di lavoro si è spesso umiliati, costretti a condizioni di lavoro e di reddito inaccettabili, a volte peggiorative dello status precedente. Il contratto “tipico”, a tempo pieno e indeterminato, è diventato una chimera ormai per un paio di generazioni, cancellato di fatto dal jobs act e dalla pratica delle nuove assunzioni di anno in anno di una quota sempre maggiore di lavoratori a tempo parziale e determinato. Il divario salariale penalizza le donne, e spesso laureati e diplomati sono costretti ad accettare mansioni ben al di sotto delle loro competenze. Ci sono persone a rischio di povertà nonostante lavorino, a testimonianza della inadeguatezza dei salari. Ci sono tante false partite Iva: lavoratori “autonomi” solo perché così li vuole il padrone, che si libera del peso dell’assunzione scaricando i costi su chi lavora per lui.

Tutte queste cose le sappiamo e le denunciamo, ma non sappiamo andare oltre. E’ necessario un cambio di passo. Queste condizioni hanno portato alla sorda marcia della guerra tra poveri: un tam tam alienante e mortifero, amplificato da demagoghi senza scrupoli a cui siamo ancora lontani dall’opporre una nostra voce netta e comprensibile. Abbiamo assistito pressoché inerti a un rovesciamento: l’identificazione del nemico in chi sta sotto piuttosto che in chi estrae profitto dal nostro lavoro, prosciugando le risorse del pianeta. Tutto ciò ha prodotto un “incattivimento” sociale che si è manifestato anche nell’esito delle elezioni regionali dell’ottobre scorso, figlio legittimo di scelte sbagliate di lunga durata e di inerzie ai diversi livelli.

Di tutto questo travaglio sociale non c’è traccia nel nostro agire. La Cgil di Perugia ha fatto praticamente da spettatrice. Così oggi ci troviamo afoni di fronte ad una giunta regionale e ad una giunta perugina che minacciano di mettere in discussione i criteri di assegnazione delle case popolari o di privatizzare la sanità, o di aumentare i canoni di affitto. Ci troviamo di fronte ad un taglio dei trasporti pubblici che minaccia per primi i ceti popolari.

Dovremmo arrivare ad una conclusione: la Cgil di Perugia deve porsi alla guida di un movimento che sappia giocare su più piani. Da un lato, ritrovare lo spirito vertenziale dei tempi migliori, rivendicare cioè maggiori salari, migliori condizioni di lavoro e saper unire le forze di chi adesso è diviso. Dall’altro, lavorare per costruire un’opposizione sociale, perché casa, salute, trasporti, scuola, il welfare insomma, sono diritti sacrosanti della nostra gente. Ridurre la nostra azione alla contrattazione aziendale è come curare un cancro con la tachipirina.

Come può la Cgil di Perugia – oggi così intorpidita da non reagire neanche di fronte ad un presidente del consiglio comunale citato da esponenti della ‘ndrangheta come un loro uomo – provare a farlo? Trasformando se stessa. Prendendo atto che è necessario un cambio di passo come avvio di una profonda riorganizzazione. Ciò ha a che fare col nostro modo di presentarci. Dobbiamo dare occasione alla nostra gente di tornare a credere in noi. Dovremmo saper unire sobrietà, comprensione, studio, passione autentica ed efficacia dell’azione. Solo questo ci porterà ad una riconquista di autorevolezza tra la nostra gente, sempre più attratta dalle sirene di demagoghi che puntano solo a prendere voti senza saper arginare la sofferenza sociale.

 

L’esempio l’abbiamo in casa. Abbiamo un segretario generale, Maurizio Landini, in grado di saper parlare facendosi comprendere; di essere autorevole perché inattaccabile come persona e come sindacalista; serio anche nel modo in cui si presenta. E’ come se la riforma della Cgil fosse già partita dall’alto. Ora occorre che arrivi in basso. Dobbiamo cambiare noi stessi. Cambiare passo, altrimenti smarriamo definitivamente il senso del nostro stare al mondo. 

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