Finmeccanica, la riconversione alla rovescia! - di Carlo Cefaloni

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Ospitiamo con piacere questo contributo.

Chi comanda in Italia? Lo avremmo capito meglio con la nomina relativa alle grandi società con residuo capitale pubblico (Eni, Enel, Leonardo, ecc). Una scelta sospesa per la pandemia in corso. Alla presidenza di Leonardo, già Finmeccanica, Domenico Arcuri dovrebbe subentrare a Gianni De Gennaro, già capo della polizia ma anche presidente del “Centro studi americani” che promuove le relazioni tra Italia e Stati Uniti.

Arcuri è a.d. di Invitalia, società di proprietà del ministero dell’economia cha lo scopo di “dare impulso alla crescita economica del paese, puntando sui settori strategici per lo sviluppo e l’occupazione e il rilancio delle aree di crisi”. In linea teorica Invitalia sarebbe lo strumento adatto per applicare la legge 185/90 nella parte in cui non si limita a vietare la produzione e il commercio di armi destinate ai paesi in guerra, o oppressori dei diritti umani, ma prevede anche l’apertura di un fondo per la riconversione industriale.

Quella legge si deve alle lavoratici e lavoratori che hanno fatto obiezione alla produzione bellica. È una delle declinazioni del ripudio della guerra contenuto nell’articolo 11 della Costituzione, assieme all’articolo 41 dove si precisa che la libera iniziativa economica “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

A 30 anni da quella conquista, bisogna capire come opera davvero Invitalia, e le ragioni che hanno portato Finmeccanica ad una progressiva riconversione dal civile al militare. Altrimenti appare sterile lo scandalo sull’aumento delle spese militari nel mondo fino a 1.800 miliardi all’anno, secondo l’autorevole istituto Sipri di Stoccolma. Una massa di denaro che giustifica investimenti e promesse di occupazione stabile. Investiamo così nelle armi e tagliamo le spese per la sanità.

Invece proprio la perdita di settori civili di Finmeccanica ha comportato l’impoverimento delle tecnologie di avanguardia, con enormi ricadute negative in termini di occupazione e di presenza sui mercati. Una parte del declino dell’Italia industriale narrato da Luciano Gallino, e confermato dall’ex presidente di Confindustria Genova, Stefano Zara, che si è opposto senza successo a piani strategici di dismissione del civile, sostenuti dai consulenti della McKinsey, a ciò che restava della grande industria sotto controllo dello Stato.

Gli amministratori di Finmeccanica, a prescindere dai governi, hanno eseguito questa “mission” sul presupposto non dimostrato della garanzia dei posti di lavoro in un settore a domanda crescente. Tesi confutata da Gianni Alioti, responsabile per anni dell’ufficio internazionale Fim Cisl, con un’analisi dettagliata dei dati degli ultimi 20 anni a livello europeo. È stata perlomeno azzardata, poi, la scelta di legarsi, a differenza di altri in Europa, alla filiera di produzione Usa, come partner di secondo livello per i caccia F35 della Lockheed Martin. Ma rientra nella prospettiva del “complesso militar industriale” indurre la concorrenza tra paesi formalmente alleati. Lo si vede in occasione delle grandi fiere internazionali come quella del 2018 negli Emirati Arabi Uniti o in Arabia Saudita nel 2020, anno di presidenza del G20 da parte dei sauditi, tra i maggior acquirenti di armi. “Se non lo facciamo noi, lo faranno i francesi”, si ripete a livello istituzionale.

 

Quando si investono ingenti risorse per produrre dei sistemi d’arma, bisogna poi trovare, in tutti i modi, degli acquirenti per non andare in perdita. Il principio di autosufficienza nelle spese della difesa può forse proporsi delimitando un confine ristretto ai paesi democratici. Ma non è questa la prospettiva di un sistema costretto a crescere e competere per non implodere.

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