Sindacato e lavoratori lottano per la salute di tutti - di Maurizio Brotini

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La pandemia da coronavirus non è debellata: si continua a morire. Il suo contrasto, ad ora basato essenzialmente sul rallentamento del contagio, coinvolge comportamenti individuali e collettivi. Non è ancora sufficiente la sicurezza dei lavoratori, mandati in trincea senza adeguate protezioni. Dove non è possibile garantire la sicurezza, bisogna bloccare le attività. Devono essere chiuse tutte le attività non essenziali.

“Prima la salute” è stato il punto dirimente del protocollo firmato il 14 marzo. C’è un paradosso inaccettabile: è vergognosa la militarizzazione della vita sociale, con il giusto obbligo di restare a casa, se lo stesso cittadino bersaglio dei controlli deve andare al lavoro non in sicurezza e in attività non necessarie. I lavoratori non sono carne da macello. Il governo, col decreto del 22 marzo, ha ceduto alle pressioni di Confindustria, interessata soltanto al profitto di impresa senza una visione del bene generale.

Per la Cgil aperto deve restare solo l’essenziale. Il sindacato si è mobilitato anche con gli scioperi per difendere la salute di tutti e, dopo un serrato confronto, la situazione è stata migliorata con la trattativa conclusa il 25 marzo. Vedremo l’efficacia di quanto ottenuto sia nel contrasto al virus sia nella tutela dei lavoratori e delle lavoratrici grazie al lavoro dei delegati e degli Rls che sono in prima linea.

Confindustria, razza padrona, ha opposto che il fermo delle attività configurerebbe un danno economico gravissimo. Ma sbaglia anche di fronte alla sola dimensione dei “conti economici”: la produzione, in un sistema globalizzato, è destinata a fermarsi comunque, in quanto mancheranno i semilavorati nelle catene di produzione mondiali. Nella pandemia, sono proprio i passaggi intermedi ad essere bloccati, via via che questa procede nel mondo. Confindustria lo sa, ma vuole scaricare sullo Stato, e dunque in ultima analisi sui lavoratori, il “rischio d’impresa”. Il punto infatti è: chi paga?

Dalla pandemia una lezione sta emergendo con chiarezza: mai come oggi bisogna rompere con l’ideologia neoliberista del mercato e del primato dell’impresa. Se ne esce soltanto con una rinnovata presenza pubblica nell’economia, una tassazione forte sulle rendite finanziarie e immobiliari, con il primato di beni e servizi di utilità sociale, a partire da sanità pubblica e ambiente.

La globalizzazione neoliberista ci presenta il conto, e a pagare sono sempre gli ultimi. Se vogliamo avere una prospettiva, bisogna cambiare radicalmente strada.

Il paese deve ringraziare tutte le lavoratrici e i lavoratori che si sacrificano ogni giorno nelle attività essenziali e che continuano a lottare per la vita e la salute di tutte e tutti.

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