Fermiamo le morti sul lavoro - di Massimo Balzarini

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Presidio unitario sotto la Regione Lombardia.

Cinquantaquattro morti sul lavoro nel 2018, dopo i 40 del 2017; 14 ad aprile 2019, secondo i dati Ats che rendicontano esclusivamente quelli avvenuti in occasione di lavoro; 21 morti complessivamente, compresi quelli in itinere, secondo Inail. Questi i numeri della strage in Lombardia, una delle regioni che si vanta di essere fra i quattro motori d’Europa. E il contesto nazionale non è migliore, registra ancora l’Inail.

L’ultimo omicidio bianco è di qualche giorno fa: un ragazzo di 25 anni, assunto da solo due mesi, perdeva la vita schiacciato in un macchinario a Sulbiate, in provincia di Monza e Brianza.

In Lombardia le denunce di infortunio (9.149) sono aumentate del 9,1% nel mese di gennaio 2019 rispetto allo stesso mese dello scorso anno. L’andamento infortunistico si manifesta peggiore per le donne, con un incremento del 9,9% su gennaio 2018, rispetto agli uomini, con l’8,6%. Nelle attività manifatturiere, l’incremento delle denunce di infortunio sul lavoro è stato pari al 20,7%, nel gennaio 2019 rispetto allo stesso mese del 2018.

Ugualmente le denunce per malattia professionale hanno un andamento crescente, che riguarda per lo più le donne, con un +48,3% (da 60 a 89 denunce), a fronte di un lieve decremento per gli uomini (da 284 a 279). Crescono maggiormente le denunce di malattia professionale della gestione “industria e servizi”, con un +11,1% (da 307 a 341), rispetto a un incremento generale pari al 7% (da 344 a 368 denunce), e un peso maggiore per le donne (+46,4%, rispetto al 3,2% per gli uomini).

A fronte di questi dati la risposta delle istituzioni è lenta e insufficiente. Quando non contraddittoria, come nel caso del governo nazionale, che sceglie di mantenere Inail con un attivo pari a circa 1,7 miliardi, per ridurre i bandi Iso per le aziende e i bandi premiali per le realtà virtuose. Con un messaggio preoccupante di riduzione dei costi, mentre le spese in salute e sicurezza non sono un costo ma un investimento per l’integrità psico-fisica dei lavoratori e, di fatto, per la produttività. Una politica che non solo fa cassa sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori, ma dimostra una drammatica mancanza di prospettiva e di percezione della realtà.

La Regione Lombardia non si distingue. A fine maggio 2018 ha deliberato un piano straordinario triennale, 2018-20, utilizzando i soli introiti delle sanzioni incassate nel 2017, pari a 8,2 milioni, per aumentare il numero delle aziende controllate, che ad oggi si limita solo al 5% delle realtà produttive presenti sul territorio. Quindi il messaggio politico è di non investire in questo capitolo, se non le sole risorse destinate per legge alla prevenzione sanitaria. Non solo, ma di non procedere verso una prevenzione efficace, attraverso piani mirati declinati sulle realtà territoriali.

Nei coordinamenti regionali e nazionali, con il contributo degli Rls, abbiamo elaborato idee concrete e soluzioni efficaci. A partire dalla verifica dell’efficacia della formazione, facendo pulizia degli enti formativi di comodo che erogano diplomi inefficaci. Va estesa l’elezione del Rappresentante per la Sicurezza in tutti i luoghi di lavoro, resa effettiva la partecipazione alla valutazione del rischio e all’individuazione delle misure di prevenzione e protezione efficace.

Per tutte queste regioni, e per richiedere una risposta immediata da parte delle istituzioni, Cgil, Cisl e Uil regionali hanno organizzato il 17 aprile scorso un presidio molto partecipato di fronte alla Regione Lombardia. Sempre alla giunta regionale abbiamo chiesto cosa intende fare sul tema dell’amianto, visto che non sembra intenzionata ad aggiornare il Piano del 2005, anche se la presenza di asbesto negli ambienti di vita e di lavoro resta in Lombardia di rilevante impatto sulla salute. Da parte nostra abbiamo sollecitato, e ancora insistiamo, sull’esigenza di un aggiornamento del Piano.

In un quadro di programmazione e promozione degli interventi, come abbiamo proposto agli assessorati competenti, senza averne finora alcun riscontro, occorre attivare un’informazione capillare ai cittadini per far conoscere i rischi sanitari, incentivare modalità corrette di bonifica anche negli edifici civili, e coinvolgere i Comuni sul tema dello smaltimento.

La sfida della salute e sicurezza è ancora tutta in campo. Non basta intervenire a valle di questi tragici eventi, e neppure limitarsi a iniziative sporadiche: lavorare in sicurezza e preservare l’integrità psicofisica delle lavoratrici e dei lavoratori è un diritto fondamentale e, dal punto di vista dell’impresa, una leva effettiva per la competitività del paese.

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