Contratto, lotta alla precarietà, no all’autonomia differenziata - di Gabriele Giannini

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Il 17 maggio Scuola, Università, Ricerca e Accademie in sciopero. 

Le ragioni dello sciopero stanno nella dinamica del confronto con il governo Conte e il ministro Bussetti, al momento infruttuoso. Nonostante i richiami del ministro alla centralità del personale delle istituzioni della conoscenza, i fatti smentiscono le dichiarazioni, a cominciare dal rinnovo dei contratti di lavoro pubblici, per i quali il governo 5Stelle-Lega non trova le risorse.

Il divario fra le retribuzioni dei dipendenti pubblici italiani, fra cui quelli della scuola, e il resto dei paesi europei è sempre più pesante. Le politiche economiche del governo, incentrate sull’incremento della spesa pubblica a fini confusamente redistributivi, e bassi investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, come scuola e sanità, senza alcun piano per lavoro e buona occupazione, non fanno altro che aumentarlo.

Il governo dei porti chiusi e dell’accanimento giudiziario contro il modello Riace e il suo sindaco Mimmo Lucano, del “prima gli italiani”, nulla fa per arrestare questa deriva, che ha come corollario non secondario la fuga all’estero dei giovani: sempre più numerosi a lasciare il paese, tanto da sopravanzare gli ingressi. La “fuga dei cervelli” è un’altra distorsione, visto che i risultati dei nostri sistemi della conoscenza, dottorandi, borsisti e ricercatori, vanno ad ingrossare le fila dei nostri competitor internazionali.

Ma cosa ci si può aspettare in tema di retribuzioni e di lavoro, da un governo più preoccupato di ridurre i diritti dei migranti e dei loro figli che di dare risposte ai giovani in cerca di un futuro migliore? Se non si rinnovano i contratti di lavoro pubblici, a che titolo si può parlare di sostegno al reddito e di salario minimo?

Come si vede dal conto annuale della Ragioneria dello Stato, le retribuzioni nella scuola, come negli altri settori della conoscenza, dal 2009 al 2017 sono sostanzialmente calate (dal valore medio di 30.570 euro si scende a quello di 28.440), e l’incremento portato dal rinnovo del contratto Istruzione e Ricerca del 2016-2018, risultato straordinario che ha riaperto la stagione del rinnovo dei contratti pubblici fermi da dieci anni, non poteva certo da solo recuperare la tendenza. Così come la produttività del sistema italiano della ricerca pubblica, misurata e riconosciuta dalle statistiche internazionali e di cui siamo orgogliosi, non è valorizzata come dovrebbe, sia sotto il profilo delle risorse finanziarie al sistema che delle retribuzioni di chi vi lavora.

Anche la precarietà dilagante e il problema degli organici sono al centro dello sciopero. Una scuola sempre più afflitta da carenze di personale, in cui tagli lineari ai finanziamenti hanno l’effetto immediato sugli organici, sui tagli ai servizi, al personale di sostegno. Con la conseguenza di dover fronteggiare la programmazione delle attività scolastiche con una drammatica strutturale carenza di risorse e ricorrendo a nuovo personale precario: un gatto che si morde la coda da oltre vent’anni!

Non se la passano meglio le Università e gli enti pubblici di Ricerca, le prime alle prese con pesanti tagli al finanziamento ordinario e con una pletora di figure precarie, e i secondi per cui la legge Madia sulle stabilizzazioni è stata una boccata di ossigeno, ma non risolutiva se non si inverte il trend del taglio ai finanziamenti e si lascia che la ricerca sia sostanzialmente finanziata con risorse provenienti da progetti, non stabili per loro natura.

L’autonomia differenziata è per la nostra organizzazione non negoziabile: un processo che va assolutamente fermato, senza se e senza ma. Il mondo della conoscenza, e il sistema d’istruzione nazionale che rappresenta l’infrastruttura più importante, è un fattore di coesione culturale e sociale del nostro paese. I progetti di regionalizzazione, con la richiesta di maggiori forme di autonomia anche in materia di istruzione, università e ricerca da parte di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, minano alle basi l’idea di una scuola pubblica nazionale, e mettono fortemente in discussione l’unità del sistema dei diritti.

In nome di un’autonomia fiscale regionale si rischia di frantumare il paese, istituzionalizzando le differenze già presenti: la secessione dei ricchi, del nord contro il sud. Le differenze fra nord e sud sono stupefacenti, a cominciare dalle spese per bambino per l’istruzione: si passa da 300 euro pro capite delle regioni settentrionali agli 88 euro della Calabria.

Vogliamo arrestare questo declino, in nome di quella democrazia e di quella civiltà che sono state riconquistate dalle barbarie del fascismo, grazie all’impegno e alla vita di molti cittadini che hanno saputo scegliere da quale parte stare. Noi stiamo con i valori della nostra Costituzione. Per questo il 17 maggio sarà sciopero nella Scuola, Università, Ricerca e Accademie.

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