Lavorare ai tempi del virus per ‘sanificare’ le autostrade - di Frida Nacinovich

Sono tanti i lavori che il virus non ha fermato. Forse troppi. Alcuni necessari, altri meno. Ci sarà tempo e modo, passata la fase più acuta dell’emergenza, per riflettere su una pandemia che ha fermato mezzo pianeta. Sicuramente in questo primo mese di serrata - gli inglesi lo chiamano lockdown - l’operaio Alessio Riccitelli ha continuato ad alzarsi alle cinque ogni mattina per andare a lavorare. Oggi il suo mestiere è quello di ‘sanificatore’. In altre parole, un addetto alle pulizie che l’emergenza coronavirus ha fatto diventare un anello essenziale della catena delle attività rimaste aperte.

“Dobbiamo disinfettare maniglie, tavoli, cestini, tastiere di computer, mouse, armadietti. Insomma tutti gli ambienti di lavoro dei caselli autostradali”. Non solo quelli che noi chiamiamo caselli, ma anche le strutture collegate all’attività di riscossione dei pedaggi. “In queste settimane il traffico delle auto è molto rallentato - osserva Riccitelli - Ma non quello dei tir e dei camion che girano lungo la penisola per rifornire gli esercizi commerciali ancora in funzione, a partire da quelli agroalimentari e dalle farmacie. Va da sé che ci sono strutture che sono state chiuse, come ad esempio i ‘ Punti blu’, e la stessa riscossione dei pedaggi procede al minimo regime”.

Da quando è iniziata l’emergenza virus, gli operatori hanno ricevuto oltre alle dotazioni standard tutta una serie di ulteriori dispositivi per la protezione personale. “Ora come ora utilizziamo dei guanti in lattice monouso - spiega Riccitelli - e mascherine chirurgiche che buttiamo via alla fine del turno. Puliamo i bagni con detergenti al cloro. Ci laviamo le mani in continuazione, ma quello lo facciamo anche nei periodi ‘normali’. Sono protezioni essenziali, anche se a dire il vero, lavorando in solitudine, potremmo non aver bisogno di mascherina. Negli spostamenti fra casello e casello può comunque capitare di essere in più di uno sul furgone. A quel punto la mascherina diventa obbligatoria, perché è impossibile mantenere la distanza di sicurezza”.

Le mille aree di servizio delle autostrade, i caselli e i punti di sosta hanno bisogno di una cura quotidiana. Devono essere puliti, spazzati, lavati, altrimenti traboccherebbero di rifiuti. In tempi normali sulla rete autostradale circolano ogni giorno milioni di auto, camion, furgoni, tir: basta questo dato per capire quanto ci sia bisogno di tenere in ordine le migliaia di chilometri che uniscono le città della penisola.

Oggi Riccitelli lavora per la Papalini Spa, l’impresa che ha in appalto la pulizia dell’autostrada A11 Firenze-Mare, che arriva fino a Pisa nord–Migliarino, e del cosiddetto Quarto tronco dell’Autostrada del Sole, il tratto toscano che dal confine appenninico con l’Emilia arriva fino a Chianciano. Gli addetti sono venticinque. Un lavoro duro, che inizia di primissima mattina, quando gli uffici sono ancora deserti e il flusso di traffico è più leggero. “Faccio questo mestiere da circa ventiquattro anni”, sottolinea Riccitelli. Quasi sempre le imprese di pulizia lavorano in appalto per questo o quel committente, ed è abbastanza frequente che ci siano cambi di gestione. “Ogni quattro, cinque anni l’appalto cambia. La clausola sociale garantisce la continuità lavorativa degli addetti, ma le condizioni possono mutare. Non sempre in meglio”. Non è un mistero che da anni ci siano forti proteste sindacali - Filcams Cgil, di cui Riccitelli ha la tessera in tasca, in testa - di fronte agli appalti al massimo ribasso che finiscono per togliere diritti e tutele ai dipendenti, e portano come effetto collaterale la sempre maggior difficoltà a svolgere efficacemente il proprio lavoro.

“In queste settimane l’autostrada è vuota specialmente la domenica, negli altri giorni il calo è consistente ma meno di quanto ci aspettasse”. C’è un pezzo di paese che non ha mai smesso di lavorare, seppur a scartamento ridotto, seppur con i timori legati a possibili contagi. “Io non ho mai avuto paura - confida Riccitelli - nemmeno all’inizio dell’emergenza, quando le mascherine erano poche e si navigava a vista”. La sua giornata inizia come sempre all’alba. “Torno a casa dopo sette, otto ore. Quando stacco, tutto deve essere in ordine, pulito e disinfettato. La mattina dopo si ricomincia”.

Nel tempo libero Riccitelli deve fare la spesa, come tutti noi. “Poco distante da casa mia c’è un grande punto vendita Esselunga, mi metto in coda e aspetto il mio turno per entrare. C’è un addetto alla sicurezza che con un termometro-scanner misura la febbre ai clienti. In fondo è un modo per sapere di non essersi ammalati”. Nell’Italia pre-coronavirus i periodi di lavoro più intensi erano quelli in prossimità delle festività. Le cose sono cambiate, il futuro è sulle ginocchia degli dei. Gli addetti alle pulizie continueranno comunque a tenere in ordine una realtà imprescindibile della mobilità come le strutture logistiche della rete autostradale.

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