Cronaca di un disastro nella Lombardia “efficiente e autonoma” - di Massimo Balzarini

Ci sarà tempo per le valutazioni, la ricerca della responsabilità e ripensare ad un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla tutela delle persone e non sul profitto. In Italia l’emergenza sanitaria è stata dichiarata il primo febbraio, quando ormai era chiaro che rischiava di essere una pandemia. Troppo tempo è passato dalla dichiarazione di emergenza sanitaria ai primi provvedimenti a tutela della popolazione. Regione Lombardia emana provvedimenti di contenimento sanitario, solo parzialmente a tutela delle integrazioni salariali, ma sempre al traino del governo nazionale. Sono pressoché nulle le indicazioni sulla tutela della salute dei lavoratori. L’emergenza è affrontata con provvedimenti frammentati, del tutto insufficienti su alcuni fronti. Le famose mascherine che oggi siamo obbligati a portare, non sono disponibili, e sono state scarse e insufficienti per tutto il personale sanitario.

E’ facile prendersela con chi è in strada per attività fisica invece di ammettere che il 50% della popolazione in movimento è costituita dalle troppe attività ritenute necessarie. Le aziende che in Lombardia hanno ottenuto la deroga sono più del 50%: il conto è presto fatto, chi si sposta è costretto a farlo. Uno può uscire di casa solo entro 200 metri ma deve andare al lavoro per produrre, ad esempio, cosmetici o spugne per lavare i piatti! Altro che essenziali, il profitto è stato da traino, come ha ammesso qualche imprenditore, qualche giorno fa a fronte di quasi 18mila morti. Si spiega così perché Regione Lombardia non ha esteso la zona rossa e chiuso tutte le imprese, ma si è limitata a dichiarazioni stampa o ad attribuire responsabilità al governo quando ha scelto, al contrario, di dare risposta alle esigenze del profitto.

Non entro nel merito dei pazienti positivi o non testati inviati nelle Rsa provocando morti ancora più ingiuste di deboli e indifesi, un’offesa alla dignità delle persone fragili. La Regione scarica sui direttori delle strutture le responsabilità della scelta, salvo poi scoprire le forzature fatte per far accettare questi pazienti. Alla magistratura la sentenza. L’ospedale allestito nella fiera di Milano, inaugurato in modo trionfale, ospita ad oggi solo qualche paziente contro i 250 previsti. Nel frattempo, gli alpini ne allestiscono uno a Bergamo in molto meno tempo. E dato che ci sono pochi sanitari, per le scelte scellerate della Regione in questi decenni di governo di centro destra, si chiama Emergency.

La diagnosi mediante tamponi è stata gestita con differenti indicazioni regionali, cosa che ci interroga sul senso del federalismo. Le differenti decisioni si sono trasformate in disastri, almeno in Lombardia, che ha scelto di non farli in modo diffuso. Perché non si fanno al personale sanitario, potenziale veicolo d’infezione? Potremmo adottare precauzioni per gli asintomatici per limitare il contagio negli ospedali e soprattutto nelle Rsa? Sarebbe possibile con questa verifica gestire asintomatici infettivi a domicilio con supporto dei medici di base e una rete di assistenza territoriale efficace? E perché non si fanno ai lavoratori costretti dalle “esigenze produttive” a recarsi al lavoro, potenziale fonte di rischio per colleghi e familiari? Forse questi errori sono la causa dei tanti morti in Lombardia? E quanti sono i morti effettivi per Covid visto che non si fanno diagnosi?

Medici, infermieri, tutto il personale che opera in sanità e tutti coloro che fanno pulizie, preparano pasti, consegnano merce, tutti quei lavoratori non pubblicamente riconosciuti hanno permesso a questo paese di resistere in questa fase. A tutti loro un doveroso ringraziamento.

Tutti devono fare la loro parte. La politica si assuma le proprie responsabilità non solo per il presente, ma per le scelte che negli ultimi decenni hanno demolito il sistema sanitario. E dobbiamo ragionare criticamente su quanto abbiamo anche noi permesso: riduzione della sanità pubblica verso quella privata, compreso il welfare contrattuale; progressivo smantellamento della medicina di base verso gli ospedali. L’assistenza domiciliare non adeguata ha ridotto la difesa della sanità pubblica e la prevenzione delle patologie. Certo è più redditizio per qualcuno curare piuttosto che prevenire, sicuramente l’impatto sulla finanza pubblica è maggiore, per non parlare delle fragilità crescenti, delle persone lasciate senza cure primarie. Finalmente l’Ordine dei medici ha preso posizione con una forte critica verso il modello sanitario lombardo. Ma perché aspettare il 6 aprile per prendere posizione? E in tutti questi anni di progressivo smantellamento del sistema sanitario che posizione avevano preso?

La grande efficienza lombarda si è mostrata in tutta la sua debolezza, è evidente l’incapacità gestionale della politica lombarda. Si impone una riflessione e un cambio di rotta per recuperare ciò che a fatica avevamo conquistato: il diritto alla salute. Lo dedico a te, caro Beppe, che ti facevi chiamare Crucco, una delle tante vittime inconsapevoli dell’incapacità di prenderci cura delle fragilità, dei nostri errori, della nostra incuria per la vita.

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