Il carcere al tempo del coronavirus - di Denise Amerini

Abbiamo atteso a lungo i dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap): adesso (primo aprile) ci dice, finalmente, che sono 116 gli agenti contagiati, su 38mila, e 19 i detenuti, su oltre 58mila. Ma molti ritengono questi dati sottostimati, e sicuramente destinati a crescere, perché il carcere è luogo dove tutti gli aspetti della quotidianità impattano sulla salute, dove è impossibile praticare la forma più importante di prevenzione, il distanziamento sociale.

Dopo che era stato dichiarato, il 23 febbraio, lo stato di emergenza per il Covid-19, una circolare del Dap ha impedito l’accesso di persone esterne (familiari, volontari, insegnanti). Sono state quindi sospese le attività trattamentali e impediti i colloqui con i familiari. Questo ha provocato le proteste dei detenuti, che hanno avuto come esito 14 morti (su cui si attende ancora sia fatta chiarezza) e ingenti danni alle strutture. Atti violenti, indubbiamente da condannare, alla base dei quali, però, c’è il profondo deterioramento delle condizioni di vita nelle carceri, ed un cronico, insostenibile sovraffollamento che rischia di trasformarle in autentici lazzaretti.

Una situazione che non rispetta il dettato costituzionale, strutturalmente al disotto della legalità, sanzionata anche da sentenze della Corte europea dei diritti umani (Cedu), e che viene amplificata dall’attuale emergenza.

Sarebbe stato sufficiente un decreto mirato alla scarcerazione di un numero consistente di detenuti, con pena inferiore ad un determinato residuo. Ma paiono prevalere nel governo le pulsioni giustizialiste di molti, e una certa subalternità alle urla di parte del Parlamento che vuole tutti in carcere buttando via le chiavi. Spacciando questo per “certezza della pena”, dimenticando quello che dice l’articolo 27 della Costituzione, facendo finta di non sapere che una epidemia in carcere avrebbe conseguenze devastanti anche fuori.

Abbiamo accolto con favore l’impegno all’acquisizione di un certo numero di telefoni mobili e cellulari, per favorire i contatti dei detenuti con i familiari: è una delle richieste avanzate dalla Cgil, insieme ad Antigone, Arci, Anpi e Gruppo Abele, una prima risposta ad un disagio fortissimo dei detenuti, completamente isolati dal mondo esterno, dai propri affetti. Non interviene, però, sulle condizioni materiali di vita della popolazione ristretta, sul sovraffollamento, mentre è a questo che devono essere trovate concrete risposte immediate, perché il virus è qui ora.

Il Dl “Cura Italia”, sul carcere, ha due articoli, il 123 e il 124, assolutamente inadeguati, inefficaci nel dare risposte concrete in termini di prevenzione del contagio e tutela della salute di detenuti ed operatori. Riguardano la detenzione domiciliare, ponendo alcune deroghe a quanto già previsto dalle norme, che però, di fatto, restringono invece di ampliare il campo di applicazione. Un esempio: subordinare la concessione, per coloro che abbiano una pena da scontare, anche come residuo, fra i 6 e i 18 mesi, alla disponibilità dei braccialetti elettronici, limita in maniera pesantissima l’applicazione del beneficio.

Nulla si dice dei detenuti con gravi patologie, in età avanzata, con fragilità particolari. E nulla si dice per la tutela degli operatori, che necessitano di dotazioni organiche adeguate e della fornitura immediata e straordinaria di Dpi. Il ministero dice che al 15 maggio dovrebbero essere disponibili circa 2.500 braccialetti: troppo lunghi i tempi, troppo pochi i dispositivi. La stessa relazione illustrativa al decreto parla di “soluzioni moderate ed accorte”: le stime parlano di un possibile coinvolgimento di meno di tremila detenuti, a fronte di un sovraffollamento che sfiora il 120%. A febbraio 2020, secondo il rapporto Antigone, sono detenute 61.234 persone, a fronte di una capienza di 50.930, con punte di sovraffollamento del 150-190 % in diversi istituti.

C’è davvero bisogno di altro. Abbiamo proposto, per intervenire in maniera davvero efficace sul sovraffollamento, alcuni emendamenti: concessione della detenzione domiciliare a chi abbia una pena da scontare, anche come residuo, fino a 36 mesi, a coloro che hanno gravi problemi sanitari, agli ultra sessantacinquenni; riduzione delle misure di custodia cautelare; concessione dei domiciliari anche in assenza di braccialetti.

Numerosi appelli si sono succeduti in questi giorni, fino a quelli del Papa e del presidente Mattarella. Nessuna risposta dal ministro Bonafede, nè dal Dap, che vada nella direzione necessaria: quella di misure coraggiose, in grado di ottenere risultati concreti per la salute di detenuti ed operatori.

La salute in carcere è tema centrale delle politiche sanitarie. La Cgil continuerà a mobilitarsi perché il diritto alla salute sia garantito a tutti, siano applicate anche in carcere tutte le misure di prevenzione del contagio, e vengano rispettati i diritti dei lavoratori e delle persone ristrette, secondo quanto stabilito dalla Costituzione.

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