La questione curda: una questione irrisolta - di Uiki onlus

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Migliaia di detenuti politici curdi in sciopero della fame, contro la criminale politica di repressione del regime di Erdogan.  

Il 7 novembre 2018, nelle carceri turche di Diyarbakir, Leyla Guven, deputata del Partito Democratico dei Popoli (Hdp) in Turchia, dava inizio allo sciopero della fame. Un atto dovuto, secondo la deputata curda-turca. Solo in questo modo infatti è possibile accendere i riflettori su quanto sta accadendo in Turchia, sulla situazione in cui versano i detenuti politici in generale, e sulla situazione di Abdullah Ocalan in particolare.

Le violazioni sistematiche alle quali i dissidenti del regime turco sono costretti a sottostare sono tra le più svariate. L’arbitrio della legge penale, le condanne decennali imposte ad avvocati, politici e giornalisti, sono solo la cornice di quanto avviene in questi giorni nella terra della mezza luna fertile.

Dopo la dichiarazione unilaterale della fine del processo di pace tra turchi e curdi avvenuta da parte della Turchia nel 2015, ha avuto inizio una vera e propria escalation di violenza, repressione e terrore. L’inizio del coprifuoco nelle città curde prima, e il tentato golpe del luglio 2016 poi, sono stati i campanelli di allarme per l’avvio di una politica del terrore.

Erdogan ha iniziato a destituire centinaia delle amministrazioni vinte dalle opposizioni alle ultime elezioni, sono stati arrestati migliaia di avvocati, chiuse le più influenti testate giornalistiche e arrestati i loro giornalisti, così come sono stati licenziati accademici, professori e magistrati. Sono state comminate pene di 15 anni per aver semplicemente chiesto la pace nel paese. E questi sono solo alcuni esempi, ai quali vanno aggiunte le costanti, continue violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini.

Questo scenario raggiunge le sue maggiori criticità nel casoi del leader curdo Abdullah Ocalan, che è rinchiuso nell’isola carcere di Imrali dal 1999, ed è costretto a subire continue vessazioni, limitazioni e violazioni dei diritti umani fondamentali. Al punto che sia la Corte europea dei diritti dell’uomo, che il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, hanno definito questi trattamenti disumani e degradanti. Costretto all’isolamento più assoluto, Ocalan non ha l’opportunità di vedere la sua famiglia, né i suoi avvocati. Pochi giorni fa, per la prima volta dopo otto anni, gli è stato permesso di incontrare i suoi avvocati, per un’ora scarsa.

Nonostante questo incontro sia stato significativo, i diritti fondamentali dei detenuti continuano ad essere violati, e le loro condizioni non risultano essere cambiate. La visita avvenuta lo scorso 2 maggio non comporta alcun cambiamento delle politiche del governo turco. Questa strategia riflette le pratiche utilizzate dal governo turco, e i suoi tentativi di porre fine al processo di pace in modo definitivo. Ad oggi sono passati più di 180 giorni dall’inizio dello sciopero, e assieme a Leyla Guven si sono uniti in 7mila tra prigionieri politici, attivisti e solidali in questa estrema forma di protesta. Uno sciopero della fame ad oltranza, al momento sono già otto i caduti a causa della protesta, che andrà avanti fino alla fine. Ad essa si è unito anche Erol Aydemir, un giovane rifugiato politico curdo arrivato qui in Italia pochi anni fa.

Le loro richieste sono semplici: il permesso di vedere regolarmente i familiari e gli avvocati, la cessazione dello stato di isolamento, e la riapertura dei colloqui per il processo di pace. Ma al momento, purtroppo, sembra ci sia un silenzio assordante attorno a queste richieste. In tanti ci stanno supportando, ma non è ancora sufficiente. Abbiamo bisogno di tutti voi, perché la Turchia prenda dei provvedimenti di cambiamento reale della situazione attuale. La solidarietà dei popoli deve aiutare e rompere questo muro di silenzio, ora più che mai.

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