Elezioni in Israele, dove “sinistra” è un insulto e democrazia un fantasma - di Alessandra Mecozzi

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Non è stato un bel risveglio quello dei palestinesi il 10 aprile, il giorno dopo quello delle elezioni israeliane. Trovandomi a Nazareth, territorio israeliano con un’ampia presenza di palestinesi “del 48”, incontro un’amica dei tempi della prima Intifada, Nabila Espanioly, attivista che dirige un centro per bambini Al Tufula. Mi parla dei risultati, ancora non completi per la mancanza dei voti dei militari, forse d’aiuto al partito del generale Gantz, “Blu e Bianco”, considerato “moderato, di centro”, quando lo stesso Gantz prima delle elezioni si è pubblicamente vantato dei 1.234 palestinesi uccisi a Gaza nel 2014!

Le tendenze sono chiare: crollo della sinistra sionista (Labour e Meretz), avanzamento del Likud, il partito di Netanyahu, e dell’estrema destra religiosa. Sono scomparse oltre 20 delle 40 formazioni del precedente parlamento. Nabila pensa che Netanyahu troverà difficoltà a formare il governo, dato che ha un numero di voti di poco superiore a quello di “Blu e Bianco”, e lo stesso numero di seggi. Invece il governo verrà costituito rapidamente, con la destra estrema, religiosa, espressione di molti coloni.

E la sinistra? “La sinistra sionista – dice Nabila – è crollata: il Labour ha perso ben 13 seggi e uno il Meretz. La sinistra, lista congiunta di palestinesi e israeliani, si è divisa in due, per personalismi più che per motivi politici: Hadash-Ta’al (Pci e Tibi) e lista araba unita Balad, alleata con islamici, di ispirazione nazionalista. E’ passata da 13 a 10 seggi, e ha favorito il non voto del 50% della popolazione palestinese, già arrabbiata per la legge sullo Stato Nazione, che instaura di fatto un apartheid interno e li declassa anche giuridicamente. La partecipazione al voto è stata bassa, circa il 63%”.

Gli scandali, le accuse di corruzione, la crisi interna al governo precedente le elezioni (dimissioni di Liebermann), che avevano fatto pensare, e sperare, in una caduta di Netanyahu e del suo partito Likud, non hanno influito granché sull’orientamento degli elettori. Del resto corruzione e frodi sono diventate parte integrante delle politiche liberiste, anche in Europa.

Netanyahu è stato invece favorito dall’appoggio di Trump a Gerusalemme capitale d’Israele, il suo sostegno alla dichiarazione di sovranità sulle alture del Golan e, a pochissimi giorni dal voto, la promessa di annettere parte della Cisgiordania. Si servirà dell’alleanza con la estrema destra per l’appoggio a modifiche legislative che impediscano il suo arresto, dando in cambio ai coloni ulteriori possibilità di fare quello che vogliono.

Qualche giorno dopo a Gerusalemme, Zakaria Odeh, palestinese, della Coalizione per Gerusalemme, spiega che l’intenzione è quella di creare la “Greater Jerusalem” ovvero annettere a Gerusalemme tre grandi colonie: Gush Ezion a sud, Maale Adumim ad est, Givat Zev a nord: 160mila coloni. In tal modo gli israeliani diventerebbero l’80% della popolazione, i palestinesi il 20%. E gli israeliani controllano già l’87% della terra, delle case, del commercio, ecc.

Disperante anche il quadro della situazione politica che ascolterò da Zvi Schuldiner, israeliano, riassumibile in queste parole, già scritte su ‘il manifesto’: “... che cos’è una democrazia che decide sulla vita e sulla morte di quattro milioni di palestinesi dei territori occupati, persone sprovviste dei più elementari diritti umani e politici? Se la ‘sinistra’, i liberali, o semplicemente esseri umani decenti non se lo chiedono, lasciano a margine la questione essenziale in un processo elettorale. Uno Stato, due o tre: continueremo con la realtà abietta di un’occupazione crudele? Con una sinistra quasi scomparsa, con una grande maggioranza nazionalista (anche nei partiti alternativi), senza nessuna discussione sui temi di fondo, Israele si prepara ai dibattiti nei quali Netanyahu cercherà di evitare il carcere, anche a prezzo di una coalizione più estremista, xenofoba e razzista della precedente, aggravando la situazione nei territori occupati, e smontando quel che rimane dello Stato di diritto”.

 

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