Sanità privata fra capitale e lavoro. Il mancato rinnovo del contratto - di Alessio Menconi

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Continua lo stato di agitazione di lavoratrici e lavoratori della sanità privata, da dodici anni senza rinnovo contrattuale.  

La legge 23 dicembre 1978 numero 833, varata dal governo Andreotti IV, ha sancito il passaggio del concetto di salute da “bene universale e gratuito” a quello di “bene necessario per l’equità”. Da lì in poi tutte le riforme successive ci hanno consegnato un sistema sanitario nazionale che attualmente è sostanzialmente suddiviso in due livelli, quello nazionale e quello regionale. Lo Stato dovrebbe garantire, attraverso i Lea, il diritto alla salute, e le Regioni hanno responsabilità di regolamentazione, organizzazione e controllo di gestione delle Aziende sanitarie locali.

Le Asl si avvalgono, nell’organizzazione dei servizi, del supporto del privato sanitario attraverso erogazioni di servizi convenzionati. Oggi in Italia il servizio sanitario conta circa due milioni di addetti e circa 250mila operatori e operatrici impiegati nella sanità privata. Lavoratrici e lavoratori che ogni giorno, con dedizione ed impegno, offrono un servizio importante alla comunità, e che da ben dodici anni, nonostante l’aumento progressivo del costo della vita, hanno salari invariati.

Il tavolo sindacale nazionale con Aris ed Aiop è saltato nel febbraio di quest’anno, a fronte della manifesta indisponibilità delle parti datoriali a garantire le risorse economiche necessarie al rinnovo. Le categorie firmatarie del contratto di Cgil, Cisl e Uil hanno conseguentemente indetto lo stato d’agitazione del comparto.

All’interno di questo mondo vi è poi una situazione specifica, quella della Fondazione Don Gnocchi, ancora più rappresentativa delle situazioni vergognose e paradossali che il settore sta attraversando. Dal 2013, anno in cui Fondazione dichiarava possibili tagli drastici al personale, attraverso un accordo di crisi più che sofferto dalla nostra organizzazione sindacale, i dipendenti e le dipendenti “regalano” alla Fondazione Don Gnocchi 80 ore di lavoro all’anno. E nonostante questo nel 2015 la Fondazione ha disdetto il Ccnl sanità privata per passare ad Aris rsa (38 ore di lavoro settimanali anziché 36). Ad oggi, la partita è tutta aperta con un accordo in scadenza al 31 dicembre 2019, i cui esiti sono strettamente collegati allo sviluppo delle trattative per il rinnovo del contratto sanità privata.

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, durante la manifestazione nazionale del Primo Maggio, dal palco di Bologna, ha rappresentato il blocco del contratto della sanità privata come una situazione non più sostenibile.

Se si compie un’analisi più approfondita di tutta la vicenda, è chiaro che i trascorsi e il futuro dei 250mila fisioterapisti, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori, addetti all’assistenza di base etc. sono frutto di una condizione sociale fatta di attori e attrici manovrati dal solito regista cinico e brutale. A distanza di cent’anni la risposta del capitale alla crisi è sempre la stessa: centralizzazione in monopoli, colonizzazione (vedi la globalizzazione) e finanziarizzazione. Le conseguenze di queste tre azioni sono una società in cui il mondo del lavoro deve essere necessariamente frantumato, e il saggio di profitto deve essere garantito attraverso la diminuzione del costo del lavoro.

Non fa differenza se questo si raggiunge attraverso contratti che, a parità di salario, vedono aumentare l’orario settimanale di lavoro, piuttosto che altri che rinunciano all’aumento salariale per mantenere diritti, o tramite blocchi dei rinnovi contrattuali attraversati da accordi di crisi che vedono gli operai regalare tempo di lavoro al padrone. E la reazione operaia, in questo contesto guidato di impoverimento sociale, incertezza occupazionale e rapporti di forza estremamente sbilanciati, è quasi inesistente.

Sono convinto che arriveremo ad un accordo per il rinnovo del contratto della sanità privata, e che questo determinerà il punto di avanzamento migliore possibile in un contesto ostile. Ma sarà comunque un accordo insufficiente.

É necessario più che mai che la nostra organizzazione segni qui ed ora un cambio di passo rispetto alle dinamiche odierne del mondo del lavoro, attraverso un’analisi dettagliata della condizione attuale in grado di preparare un sindacato che sia capace non solo di tamponare, ma di rilanciare in un’ottica confederale, attraverso una prospettiva altra di modello di società. E in questo noi, compagni e compagne della sinistra sindacale, possiamo e dobbiamo svolgere il nostro ruolo.

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